Drive-By Truckers – American Band (ATO Rec.,2016)

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Che qualcosa fosse cambiato si palesa subito evidente osservando la copertina del CD che, forse per la prima volta nei suoi vent’anni di attività, il gruppo di Patterson Hood e Mike Cooley abbandona i simpatici disegni di Wes Freed per la foto di una bandiera americana a mezz’asta, evidenziando così i contenuti di un rock di protesta, con testi politicizzati che affrontano temi come gli irrisolti contrasti razziali,  la violenza dilagante, l’abuso di armi da fuoco  e la brutalità della polizia, ai quali vanno aggiunti il terrorismo, l’impoverimento di vaste aree rurali e la disuguaglianza sociale in crescita esponenziale che segnano un periodo molto triste della storia americana, e che potrebbe diventare ancor più tremendo se solo proviamo ad ipotizzare che un personaggio come Donald Trump potrebbe diventare il prossimo Presidente degli Stati Uniti (incrociamo le dita, anche dei piedi….). Le loro nuove canzoni quindi raccontano  storie come quella di Harlon Carter, avvocato e leader della potente National Rifle Association, sull’assassinio del teenager messicano “Ramon Casiano” rimasto impunito ( e preso come esempio, visto che purtroppo di episodi simili ne accadono troppo spesso), e poi anche di tragici episodi di cronaca sull’uso delle armi da fuoco, come quella accaduta lo scorso anno all’ Umpqua Community College, in Oregon.

Sono undici i brani che compongono questo album, registrati al Sound Emporium di Nashville sotto la supervisione di David Barbe: “American Band” diventa uno dei loro dischi più omogenei a livello musicale dopo la rinascita del precedente “English Oceans” che seguiva un periodo di transizione e di leggero smarrimento dopo la dipartita di Jason Isbell, uno dei membri fondatori della band, ma ormai tutto è superato ed oltre all’importanza dei due leader, Hood e Cooley, cantanti, chitarristi e per giunta scrittori dei testi a quattro mani, è giusto ricordare anche i comprimari Matt Patton (basso), Jay Gonzalez (tastiere, chitarre, ecc…) e Brad Morgan (batteria), fruitori di un sound di derivazione alternative rock con contaminazioni country, roots, southern rock, soul e persino psichedeliche.
Il disco si apre con la già citata “Ramon Casiano” che musicalmente prosegue quanto ascoltato nel precedente album: intro di chitarra elettrica poi il suono diventa full band e la frase iniziale “It all started with a border, and that’s still where it is today” è già un messaggio che va dritto al punto; un folk rock triste ma allo stesso tempo incalzante e chitarristico.
“Darkened Flags” è una presa di posizione evidenziata dai riff della chitarra di Patterson, “Surrender under protest” è una ballata tesa e muscolare con il pianoforte che tenta di ingentilire la melodia, “Guns Of Umpqua” è una ballata heartland rock ariosa cantata da Hood, mentre “Filthy and Fried” è un blue collar rock rurale intenso e venato di malinconia. 

“When the sun don’t shine” è una ballata stupenda dalla struttura classica, dominata dal pianoforte, con riff di chitarra elettrica e slide che serpeggiano in sottofondo. Con “Kinky Hipocrite” vengono subito in mente gli Stones in preda a una sbornia honky tonk, con una chitarra elettrica che sporca il suono ancora una volta dominato da un pianoforte pimpante.
“Ever South” apre con la batteria “slegata” di Morgan poi sul cantato di Hood le linee di basso tracciano una melodia sudista sullo stile dei Lucero. “What It Means” è forse il brano più bello del disco, una ballata southern con la sezione ritmica che segue svogliatamente il cantato di Hood, splendidi assoli di chitarra , un organo che ogni tanto compare e le hand claps finali che donano un sound pieno, miscelato alla perfezione. “Once They Banned Imagine” cantata da Cooley sulle note del pianoforte che traccia una linea melodica intima e lenta, dalla struttura classica, è un altro episodio da incorniciare; per chiudere con “Baggage” ballata rock blues con tentazioni jam psichedeliche che affronta una tematica oscura come la depressione.

Chiudo con una definizione dell’album letta su un sito americano che secondo mio modesto parere suona quanto mai azzeccata: “American Flag” è il loro “Nebraska” in bianco e nero all’interno di una discografia da “Born To Run” in technicolor. 
Disco coraggioso e ben suonato.

Voto: 7,5


 

Tracklist:

01. Ramon Casiano – (03:57)
02. Darkened Flags At The Cusp of Dawn – (02:42)
03. Surrender Under Protest – (03:51)
04. Guns of Umpqua – (03:51)
05. Filthy and Fried – (03:38)
06. Sun Don’t Shine – (03:24)
07. Kinky Hypocrite – (03:13)
08. Ever South – (05:44)
09. What It Means – (06:25)
10. Once They Banned Imagine – (04:11)
11. Baggage – (05:45)

 
 

 

 

 

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6 pensieri su “Drive-By Truckers – American Band (ATO Rec.,2016)

  1. li ho seguiti da southern rock opera, apprezzando quella novita’ di un suono southern diverso dal quello che normalmente ti aspetti da un gruppo southern elettrico. Poi, dopo l’uscita di Isbell, li avevo un po’ persi, gli album tutti sulla stessa linea. Con American Band per me tornano allo splendore originario, un album imperdibile

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  2. Caspita, il commento finale mi ha incuriosito!!!!
    l’avevo scaricato giusto la scorsa settimana insieme all’ultimo di Norah Jones, ma ancora non l’ho ascoltato (ora sto in palla con World War Willi di Willie Nile 😀 )
    Però il tuo giudizio musicale per me è ormai sacro, quindi lo metto subito nella pennetta per ascoltarlo in macchina!!!!!
    ciao e grazie ancora per i tuoi preziosi consigli musicali!!!!\

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    • Grazie mille per la considerazione!! Il nuovo dei DBT è un ottimo album, addirittura lo preferisco al precedente ” English Oceans” (per Norah Jones la mia rece arriva presto…… “Carry On” ascoltata col supporto del video mi ha emozionato, è un brano delicato e delizioso forse il migliore del nuovo disco). ciao e grazie a te !! buona giornata

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  3. Anch’io li avevo un po’ persi, ma hai risvegliato in me la voglia di risentirli con queste belle novità in cui ritornando alla grande: ridanno il piacere di ascoltare non solo le loro schitarrate, ma anche quella poesia autentica che nasce dalle storie di tutti i giorni. L’America si sa, è un paese pieno di mille contraddizioni, ma almeno la musica che ne esce, è sempre grande musica.
    Un “grande” ancher a te !

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