Ryan Adams – Prisoner (Blue Note Rec., 2017)

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Torna Ryan Adams, dopo l’ amarezza del divorzio dalla ex moglie e collega (anche attrice) Mandy Moore, e si presenta con un lavoro che sin dall’iniziale “Do You Still love me?” è sofferta e piena di rabbia, con un organo che fa presagire ad un album cupo e malinconico. Ma è solo un’impressione, dopo una manciata di secondi entrano in gioco la batteria ma soprattutto le chitarre con dei riff micidiali che ti fanno subito ricredere su quanto si sospettava, ed il brano funziona alla grande.

Ma siamo solo all’inizio: è tutto il disco che funziona, complice una certa tendenza di Ryan a riprendere un sound springsteeniano (nelle ballate mi ricorda molto anche le canzoni soliste di Nils Lofgren, provate ad ascoltare ad esempio “Prisoner” ballata cristallina con echi byrdsiani oppure “Tightrope”, melodia accattivante, con l’uso di una chitarra acustica ed una voce che mi riporta alla mente quella di Nils, che nel finale viene accompagnata da un dolce sax notturno che dona brividi di piacere) con un sound elettrico ed urbano che richiama in parte anche suoi lavori precedenti, come “Ryan Adams” e “Ashes & Fire”.
In “Doomsday” apre un’armonica e qui Ryan “bosseggia” alla grande, ma la cosa non da molto fastidio, anzi la rende più intrigante.

“Haunted House” è un’altra ballata evocativa molto piacevole che poi presto vira
al rock; “Shiver and Shake” ancora una ballata sullo stile che ci ha abituato Springsteen, voce malinconica ed un sound denso di riverberi.
“To Be Without You” esce un poco dagli schemi (giusto un poco…) e costruisce una canzone dal sapore westcoastiano, molto vicina al sound di Neil Young con sezione ritmica, una chitarra acustica e poco altro per regalarci un altro brano incantevole.
“Anything I Say To Know You” è una ballata rock di stampo chitarristico, più originale rispetto il resto e di grande impatto.

Sinceramente non me lo ricordavo un Ryan Adams così determinato, devo andare a ripescarmi i suoi album precedenti (oltre ai due menzionati prima, anche “Gold” pubblicato nell’ormai lontano anno 2001), scusate il pensiero – che però voglio condividere – ma ci troviamo davanti ad un grande disco, dove la produzione di un certo Don Was (mica l’ultimo arrivato, andate a leggervi il suo curriculum) qui non fa certo la differenza, ci pensa da solo Ryan Adams a stabilire con una certa abilità (come produttore si è cimentato in passato con diversi album di Jesse Malin e per il suo “1989”) quali modelli di riferimento ed il sound da utilizzare qua e la nel disco, che in “Outbound Train” è ancora il boss ad essere tirato in ballo (non fosse altro per il titolo) una ballata rock tesa, urbana, notturna e ben arrangiata. “Broken Anyway” è ancora un brano autobiografico, su un legame tra due persone che si è spezzato in maniera irreparabile, è meno incisiva ma è il sound che la tiene decisamente a galla. Di “Tightrope” ne ho già parlato e la riascolto in continuazione, piccola perla di rara bellezza, anche se molto derivativa; per chiudere con “We Disappear”: noi scompariamo, nei ricordi ormai lontani: un diario personale dal quale sgorga lo sconforto nel ricordare il recente passato e per cercare di demonizzare il presente ed il futuro.
Adams ha spiegato così la genesi del suo nuovo album : “Ho cominciato a registrare il disco mentre andavo incontro ad un divorzio pubblico, una cosa davvero umiliante e fottutamente orribile da vivere, non importa chi tu sia. Trovarsi in questa particolare situazione è stato distruttivo in modo inspiegabile. Così molto lavoro extra mi è servito per stare su e per ricordarmi cosa amavo fare”.

Spero che Ryan Adams riesca a tirarsi fuori da questa sofferenza emotiva e psicologica, che comunque gli ha donato una certa creatività, che lui da vero artista ha riversato su questo ottimo album: emozionante, diretto e
decisamente accattivante.

Voto: 7,5

Tracklist:

01 Do You Still Love Me?
02 Prisoner
03 Doomsday
04 Haunted House
05 Shiver and Shake
06 To Be Without You
07 Anything I Say to You Now
08 Breakdown
09 Outbound Train
10 Broken Anyway
11 Tightrope
12 We Disappear

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5 pensieri su “Ryan Adams – Prisoner (Blue Note Rec., 2017)

  1. L’ho incontrato svogliatamente questo album ma dopo aver letto cosa ne pensi credo di dovergli maggior attenzione. Con ogni probabilità avendo un esperienza emotiva simile alla sua devo aver colto rabbia e dolore e non anche la grinta e la gioiositâ che può trasmettere Ryan grazie! Buongiorno. 🌷

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