John Mellencamp (feat. Carlene Carter) – Sad Clowns & Hillbillies (Republic /Universal Rec., 2017) – Recensione

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John Mellencamp è forse l’autore e musicista contemporaneo più importante in ambito roots rock ed americana. Il suo percorso è stato sinora notevole e molto coerente: dai dischi di rock FM oriented di inizio anni ottanta con il conseguente successo di classifica e vendite (“American Fool” del 1982) al heartland rock più maturo degli album successivi (“Uh Huh” del 1983 ma in particolare “Scarecrow” del 1985) sino al culmine di album cardine come “The Lonesome Jubilee” del 1987 e “Big Daddy” del 1989, nei quali oltre ad un songwriting più adulto ed una musica arricchita da strumenti folk e roots come fiddle, dobro e fisarmonica, era sostenuto da una band coi fiocchi, ai livelli della E-Street Band e degli Heartbreakers di Tom Petty.
In seguito John ha continuato a pubblicare album a cadenza più o meno regolare ( alternando i vari tour a periodi dedicati all’altro suo grande amore, la pittura) negli anni ’90 continuando a mantenere un riscontro positivo tra i suoi fans per album tutti di ottimo livello (da “Whenever we wanted” passando per “Human Wheels” sino a “Mr Happy, Go Lucky” del 1996 nel quale John sperimenta suoni più moderni e li mescola con il suo sound caratteristico creando un ottimo connubio).
Gli album successivi Mellencamp li pubblica tramite l’etichetta Columbia Records sino a “Trouble No More” edito nel 2003, una raccolta di canzoni folk e blues ripresi da artisti del calibro di Robert Johnson, Son House e Lucinda Williams.
Il cambio di etichetta coincide con la sostituzione nella band del batterista storico Kenny Aronoff (che entrerà nella band di John Fogerty, oltre ad essere tra i turnisti più richiesti in assoluto in ambito rock, attualmente sembra faccia parte della nuova line-up dei BoDeans)con l’attuale Dane Clark.

“Sad Clowns & Hillbillies” è l’ultimo anello di una lunga e salda catena e segue la potenza del disco “Life, Death, Love and Freedom”, del più folk “No Better Than This” e continua quanto proposto nel precedente “Plain Spoken” http://wp.me/p3cehQ-DP quasi a voler bilanciare un sound vecchio e nuovo, con un repertorio però più vivace (parte infatti da dove finiva “Pain Spoken” col brano allegro “Lawless Time” che si discosta un poco dal resto del disco e fa da trait d’union con questo nuovo album) accentuando ulteriormente un ritorno alle atmosfere molto vicine al suo periodo d’oro Roots Rock ed Americana, con i già citati album Lonesome Jubilee e Big Daddy, sempre aiutato dalla sua grande band composta dal chitarrista Mike Wanchic, amico d’infanzia e con John sin dagli inizi, Andy York, chitarrista di prim’ordine in possesso di un ottimo curriculum con altri grandi artisti. Poi c’è il violino di Miriam Sturm che è uno dei protagonisti del disco, inoltre Troye Kinnett alle tastiere, fisarmonica e armonica, che segnala per certi versi, un ritorno allo stile rurale di metà anni ’80. Nel disco appaiono anche vecchi amici di John come Toby Myers ( bassista ex membro della band), Stan Lynch ( batterista storico della band di Tom Petty), Izzy Stradlin (ex Guns’n’Roses) e Kenny Aronoff.
Rispetto al passato le canzoni provengono da recenti progetti sparsi quindi non è certo un concept album; due brani provengono da Ghost Brothers Of The Darkland (il musical firmato con Stephen King), una canzone è una rielaborazione di un brano di Woody Guthrie, mentre altre sono cover,come “Mobile Blue” un brano di Mickey Newbury, poi “Early Bird Cafe” a firma di Jerry Hahn e “Grandview” secondo singolo estratto, scritto dal cugino di John, Bobby Clark (che nei concerti del nuovo tour sembra abbia sostituito la McBride e viene chiamato da John sul palco per cantare alcune strofe della sua canzone). Completano il disco alcuni brani firmati da Carlene Carter, da sola oppure a quattro mani con John Mellencamp.

Il disco si apre con “Mobile Blue” una ballata densa di nostalgia ma dalla splendida linea melodica, cantata da John con la voce grintosa ed arrochita dal fumo, accompagnato da un’acustica e dal violino di Miriam Sturm, poi entrano in gioco l’organo, la sezione ritmica e la bella voce di Carlene Carter, il mandolino e le chitarre elettriche per un brano bellissimo, dal suono pieno e corposo.

“Battle Of Angels” è un brano cadenzato e dal sound tipico di John, tra rock e tradizione, con splendidi ricami delle chitarre e del violino e belle armonie vocali. “Grandview”, anche se ha un suono già sentito è una ballata elettrica degna del miglior Mellencamp, con la voce di Martina McBride nella parte centrale che arricchisce un brano di grande presa.
“Indigo Sunset” è firmata in coppia con Carlene Carter che canta, alternandosi con Mellencamp; le due voci che si intersecano col violino di Miriam Sturm, per un’altra ballata suadente e di grande qualità.

“What Kind Of Man Am I” è una delle due canzoni già presenti nella pièce teatrale “Ghost Brothers Of The Darkland County” ancora scritta in collaborazione con Carlene Carter, un brano che inizia con la voce del coguaro, accompagnato da una chitarra acustica, mandolino ed interventi del fiddle poi entra lentamente il resto della band: il piano ed in particolare il violino oltre alla voce della figliastra di Johnny Cash a dare ulteriore vigore ad un brano molto bello.
“All Night Talk Radio” è introdotta dalle struggenti note del violino e qui Mellencamp diventa uno storyteller a tutti gli effetti su un sound roots rock e blues, la voce ruvida di John doppiata da una voce femminile per consegnarci un’altra stupenda canzone.

“Sugar Hill Mountain” era stata scritta per la colonna sonora del film Itacha (2015) della sua ex compagna Meg Ryan che era anche la regista e cantato per l’occasione dalla Carter. E’ un delizioso brano influenzato dal country swing con Mellencamp che fa da seconda voce alla Carter su un tappeto sonoro ricco ma mai invadente.
“You Are Blind” ripescata pure questa da Ghost Brothers of Darkland County, ed è una stupenda ballata a ritmo di valzer, aperta dall’organo e dalla voce di Mellencamp poi doppiata dalla voce di Carlene ed un bel break di armonica nel mezzo del brano che ha un tappeto sonoro dominato da organo e violino.

“Damascus Road”, brano a firma Carlene Carter ha un’ impronta blues elettrico con la batteria e il violino che si dividono gli interventi mentre negli intrecci vocali della Carter e di Mellencamp si inseriscono l’armonica ed il dobro. Brano di buon livello ma è forse il più debole del disco.
“Early Bird Cafe”, canzone datata anno 1970 ripresa dalla Jerry Hahn Brotherood che porta la firma di Lane Tietgen. Mellencamp la trasforma in un suo brano col classico sound che è ormai un marchio di fabbrica, viene arricchita dal mandolino che spazia in lungo e in largo, poi c’è l’ingresso del violino, l’ armonica e le armonie vocali della Carter. “Sad Clowns” è un brano country “meets” western swing, indolente ma delizioso e ben strutturato che ricorda molto Bob Dylan.

“My Soul’s Got Wings” musica di Mellencamp sulle liriche di Woody Guthrie; lo spirito folk è ovviamente quello di Woody , ma l’incedere rock della canzone è tutta opera di John che quando incontra la voce della Carter diventa d’impronta gospel (e non può non ricordare i duetti di Mamma June Carter con Johnny Cash).
“Easy Target” chiude il disco. La prima canzone ad essere pubblicata (il giorno prima dell’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca,il 19 Gennaio scorso) e come ho già avuto modo di scrivere in un post precedente sia musicalmente che vocalmente rimanda al grande Tom Waits, quello più struggente ed appassionato.
Degna conclusione per l’ album del mese ( che farà il paio con il nuovo di Chris Stapleton in uscita Venerdì 05 Maggio) e che si candida, sin d’ora, tra i migliori dischi dell’anno.

Voto: ****1/2

Tracklist:

1. Mobile Blue, 3:02
2. Battle of Angels, 3:58
3. Grandview (feat. Martina McBride), 3:51
4. Indigo Sunset (feat. Carlene Carter), 3:32
5. What Kind of Man Am I (feat. Carlene Carter), 4:09
6. All Night Talk Radio, 5:08
7. Sugar Hill Mountain (feat. Carlene Carter), 3:07
8. You Are Blind, 3:20
9. Damascus Road (feat. Carlene Carter), 4:15
10. Early Bird Cafe, 4:06
11. Sad Clowns, 2:41
12. My Soul’s Got Wings (feat. Carlene Carter), 2:57
13. Easy Target, 2:42

La band che ha inciso i brani presenti nel disco presso l’ormai storico Belmont Mall Studio in Indiana è la seguente:

Andy York – chitarre acustiche ed elettriche
Mike Wanchic – chitarre acustiche ed elettriche
John Gunnell – basso
Dane Clark – batteria
Miriam Sturm – violino
Troye Kinnett – tastiere, organo
Lily Jurkewicz – vocals
Madeleine Jurkewicz – vocals

Ospiti:

Carlene Carter (il ruolo di ospite le va stretto, infatti si è guadagnata il nome in copertina accanto a quello di Mellencamp )- voce, chitarra acustica ed armonie vocali
Stan Lynch : batteria
Kenny Aronoff – Batteria, tamburi
Izzy Stradlin – Chitarra
Toby Myers – Basso
Martina McBride – lead vocals su Grandview.

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11 pensieri su “John Mellencamp (feat. Carlene Carter) – Sad Clowns & Hillbillies (Republic /Universal Rec., 2017) – Recensione

  1. Amo molto Mellencamp.
    The Lonesome Jubilee è stato in assoluto uno dei primi album che abbia comprato e praticament e lo consumai ai tempi del liceo.
    Ho seugito sempre con molto interesse la sua produzione ma confesso che le produzioni del nuovo millennio le conosco poco e apprezzate meno: la sua musica (per lo meno gli album che ho recuperato) ha virato bruscamente verso un folk più grezzo che dopo qualche ascolto tende ad annoiarmi.
    A riprova di questo è il fatto che abbia recuperato questa sua ultima fatica ormai un paio di settimane fa eppure ancora non l’ho ascoltata (eppure sul lettore della macchina ho fatto in tempo a recuperare qualche sua vecchia chicca come Paper in fire o Hotdogs and Hamburgers o la favolosa Check it out…
    Questa tua rece, pertanto, casca a fagiolo, perchè mi ha messo addosso una curiosità spaventosa e ascolterà il nuovo di Mellencamp il prima possibile!!!!

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    • Questo disco si avvicina a quel capolavoro discografico che fu “The Lonesome Jubilee” (ma anche “Big Daddy”!) pur con le dovute differenze. L’età e la crescita professionale hanno portato Mellencamp a trovare un equilibrio nel folk e nel roots rock dai toni autunnali ed intimisti ma in questo disco riesce nell’intento di rispolverare i fasti del passato (anche se non può contare più su Lisa Germano che aveva un modo strepitoso di suonare il violino dando un valore aggiunto alla musica, mentre Miriam Sturm lo suona malinconico e pieno di nostalgia; Dane Clark non è Kenny Aronoff e poi David Grissom è unico alla chitarra, il suo suono lo riconosci tra mille. Insomma, la band di Mellencamp nella seconda metà degli anni ottanta era fenomenale. Una East Street Band rurale e campagnola che faceva divertire e si divertiva. Esempio eclatante è Vision Shared il tributo a Leadbelly e Woody Guthrie :tra Dylan, Bruce, U2 e altri artisti quelli che suonano alla grande sono proprio loro. Chapeau.

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