Garland Jeffreys – 14 Steps to Harlem ( Luna Park Rec., 2017)

cover

Grazie all’ormai collaudata formula del crowfunding, personaggi che sono autentici beautiful losers possono contare su uno zoccolo duro di fans e pubblicare senza troppi problemi un nuovo disco, che altrimenti difficilmente vedrebbe la luce. Anche il buon Garland Jeffreys si affida per questo nuovo lavoro che è dedicato alla città di New York, ma più in particolare ai sobborghi di Harlem, Coney Island, Broadway e Brooklyn quelli che ha frequentato più spesso l’artista nel periodo d’oro in compagnia di Lou Reed, Jim Carroll, Willie Nile, Elliot Murphy e Willy De Ville, le cui strade si sono spesso incrociate.
L’inizio non è dei più incoraggianti: “When You Call My Name” con quell’organo ridondante diventa quasi fastidiosa all’ascolto ed un falsetto che compare nella voce peggiora la situazione. Per fortuna la successiva “Schoolyard Blues”, come suggerisce il titolo, è un blues shuffle sulla falsariga di un brano degli Stones; ma bisogna attendere il brano che da il titolo all’album per averne uno degno del miglior Jeffreys: “14 Steps to Harlem” suona come una sua personale “Walk on the wild side”, in segno di devozione a Lou Reed ma anche un tributo all’amico di sempre. Anche se (volutamente) derivativa, è una gran bella canzone. “Venus” è ariosa, impregnata dal sound del Jersey Shore e suonata in compagnia della figlia Savannah al pianoforte. “Reggae on Broadway” col sound reggae caro al nostro Garland, nel testo ricorda quando Joe Strummer era tra gli spettatori di un suo concerto al famoso Bottom Line nel 1981.
“Time goes away”, intensa ballata country oriented con la lap steel di James Maddock, è cantata in coppia con la figlia Savannah. “Spanish Heart” è orecchiabile, con protagonisti il mandolino di James Maddock e la fisarmonica di Brian Mitchell ha un sound che ricorda vagamente Willy DeVille, come del resto la successiva “I’m a Dreamer” stupenda ballata intimistica delicata ed avvolgente, contrappuntata dal mandolino e dal pianoforte.
“Waitin’ for the Man” è la prima cover ed è tratta dal primo album dei Velvet Underground & Nico del 1967 e scritta dall’amico Lou Reed ( waiting for the man parla di uno studente bianco che si reca nel quartiere nero di Harlem a comprare dell’eroina ma il suo spacciatore lo fa sempre aspettare) è sferragliante e diretta. Promossa a pieni voti. “Help”, la seconda cover è dei Beatles, per contro è lenta e densa d’atmosfera, con una fisarmonica in sottofondo ed una grande interpretazione vocale da parte di Jeffreys. Brividi.
“Colored Boy Said” inizia come un rap, mantiene la tensione sonora ma poi si ingentilisce e diventa una bella ballata meltin’ pot di suoni come quelli contenuti nell’ ottimo album “Don’t Call Me Buckweath” del 1991.
“Luna Park Love Theme” chiude con delle splendide note, in compagnia della moglie di Lou Reed , Laurie Anderson al violino, un disco fatto con passione, nel quale possiamo trovare tutto il suo mondo.
La band che lo accompagna, oltre che James Maddock che produce e suona vari strumenti, è composta da Mark Bosch alla chitarra, Brian Stanley al basso e Tom Curiano alla batteria, con la partecipazione di Brian Mitchell (tastiere e fisarmonica), Ben Stivers (tastiere), la figlia Savannah (piano e voce) e Laurie Anderson (violino in Luna Park Love theme).
Garland Jeffreys è ormai un’icona della lotta al razzismo, della cultura afro-americana e della musica newyorkese: alcune sue canzoni sono il giusto trait d’union tra la musica reggae di Bob Marley e l’ urban rock di Lou Reed.

Voto: ***1/2

Tracklist:

When You Call My Name
Schoolyard Blues
14 Steps To Harlem
Venus
Reggae On Broadway
Time Goes Away
Spanish Heart
I’m A Dreamer
Waiting For The Man
Help
Colored Boy Said
Luna Park Love Theme

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