Hill Country Revue – H.C.R. III (Diamond D Records, 2018)

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Nel 2008 Cody Dickinson e Chris Chew dei North Mississippi Allstars insieme a un gruppo di amici musicisti come Kirk Smithhart (chitarra), David Mason (batteria), Doc Samba (basso) e “Dixie” Dan Coburn (voce, armonica) formano la band Hill Country Revue, produttori di un rock blues duro e spigoloso che a distanza di tempo, sembra ancora ribollire di energia a sentire questo nuovo disco, ma inseriscono massicce connotazioni funky e non sempre tutto funziona come dovrebbe.

“Intro in D” è un rock blues pigro e sudista con una chitarra grezza e un’armonica che si insinua prepotente, con un’ attitudine funky. Uno strumentale breve ma potente con un buon lavoro di chitarra.
La band propone la sua grande energia nella seguente “Feel It” in cui spiccano su tutto il suono della chitarra e l’armonica, con un approccio tipicamente funky. Le chitarre vengono spianate in “We don’t Care” brano rock di grana grossa che mescola il blues delle Mississippi Hills con il Southern Rock.
Il funky torna nello shuffle “Feeling The Blues” che avanza pigro e dal ritmo ipnotico.
In “Backroad” la band si rilassa un poco con una ballata soulful dal buon impianto sonoro con i cori gospel, mentre il basso continua imperterrito a scandire un groove funky, aiutato per l’occasione anche da un organo.

“I play the Blues” è un blues lancinante con la chitarra e l’armonica sugli scudi, e la sezione ritmica che non sbaglia un colpo.
La musica di questa band viene assimilata prima attraverso il corpo, istintiva e grezza passa nel basso ventre e poi arriva al cuore ed all’ anima.

“Gave me the Blues” ripropone un southern rock blues infarcito di sonorità funkeggianti, mentre si congiungono l’ armonica e le melodie ipnotiche di “Nightmare Riding my Back” ma qualcosa sembra non andsre per il verso giusto.
Nel finale troviamo “We don’t Stop”, languido funky rock con accenni soul che in versione live potrebbe durare all’infinito e fare da base per una lunga jam session e “It’s going Down”, brano che occhieggia al Prince anni ’90.
Per chi si accontenta di rock blues e funky senza molte pretese.
Ma, sinceramente, da uno della famiglia Dickinson pretendiamo di più.
Rimandato.

Voto: **1/2

Tracklist:

01. Intro In D
02. Feel It
03. We Don’t Care
04. Feeling The Blues
05. Backroad
06. I Play The Blues
07. Gave Me The Blues
08. Nightmare Riding My Back
09. We Don’t Stop
10. It’s Going Down

Tony Joe White – Bad Mouthin’ (Yep Roc Rec., 2018)

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Il settantacinquenne Tony Joe White ha ancora voglia di mettersi in gioco nonostante abbia superato i cinquant’anni di carriera con il suo personale quanto scheletrico blues votato al boogie malsano delle paludi della Louisiana, sua terra natale. La sua voce, pur non essendo mai stata particolarmente espressiva ma unica e profonda, ora risente dell’età avanzata e diventa ancor più cupa e tesa ma forse meglio si adatta a questi blues scarni e con la strumentazione ridotta all’osso (voce, acustica, armonica e poco altro).
“Bad Mouthin'” che apre il disco è un brano scritto da White nel 1966 e mai pubblicato sinora, è un blues classico, essenziale e diretto con la presenza della sezione ritmica e dell’armonica. “Baby Please Don’t Go” è la prima cover presente nel disco (Big Joe Williams, ma interpretata da moltissimi artisti) e suppongo la conosca chiunque; viene riproposta solo voce, armonica e battito del piede per tenere il tempo come la successiva “Cool Town Woman”, acustica, scarna ed anacronistica ma piena di fascino e di forza espressiva.
In “Boom Boom” di J. L. Hooker viene aggiunta la batteria e la Fender del ’65 del protagonista ed il brano diventa più rock e ricorda la famosa versione dell’autore. “Sundown Blues” è lenta, con l’armonica che squarcia la notte.
“Bad Dreams” è un altro omaggio al boogie acustico di John Lee Hooker della durata di meno di un minuto mentre “Down The Dirt Road Blues” è elettrica, mi ero quasi abituato all’ ambientazione intimistica dei brani precedenti, mentre qui il ritmo della batteria incalza, e lo fa con una canzone di Charlie Patton.
Altre canzoni si susseguono, come “Big Boss Man” di Jimmy Reed, “Rich Woman Blues”, “Awful Dreams” di Lightnin’ Hopkins’ e “Stockolm Blues” hanno un suono primitivo ed essenziale, l’esatto contrario della musica che domina ai giorni nostri. Mentre la finale ” Heartbreak Hotel” di Elvis viene ricollocata dove questa musica ebbe origine, tra le paludi ed i campi di cotone.

Per pura coincidenza ho programmato le mie impressioni sul nuovo disco di Tony Joe White nel giorno della sua morte, avvenuta in seguito ad un attacco di cuore ed ecco allora che queste poche righe assumono maggiore importanza in quanto ci troviamo tra le mani l’ultimo suo disco. Non ho voluto modificare nulla di quanto ho scritto in precedenza.
Riposa in pace, caro T.J.

Voto: ***1/2

Tracklist:

1 Bad Mouthin’ – Tony Joe White
2 Baby Please Don’t Go – Joseph Lee Williams
3 Cool Town Woman – Tony Joe White
4 Boom Boom – John Lee Hooker
5 Big Boss Man – Al Smith, Luther Dixon
6 Sundown Blues – Tony Joe White
7 Rich Woman Blues – Tony Joe White
8 Bad Dreams – Tony Joe White
9 Awful Dreams – Sam “Lightnin'” Hopkins
10 Down The Dirt Road – Charley Patton
11 Stockholm Blues – Tony Joe White
12 Heartbreak Hotel – Elvis Presley, Mae Boren Axton, Tommy Durden

Cedric Burnside – Benton County Relic (Single Lock Rec., 2018)

Cedric Burnside

Batterista molto apprezzato nella scena blues di Memphis sin da quando sostituì alla tenera età di tredici anni il padre Calvin Johnson dietro i tamburi nella band del nonno, il mitico Robert Lee Burnside, ma col tempo è diventato anche un buon chitarrista e cantante, prima incidendo in coppia con Lightnin’ Malcolm e poi come solista (ottimo il disco del 2015 a nome Cedric Burnside Project dal titolo “Descendants of Hill Country”) continuando in parallelo l’attività di batterista come session man per molti artisti come Kenny Brown, Jimmy Buffett, T-Model Ford, Paul “Wine” Jones, Widespread Panic, Afrissippi, North Mississippi AllStars e the Jon Spencer Blues Explosion.
Il nuovo disco è una conferma di quanto abbiamo ascoltato in passato e ora unisce le forze con Brian Jay, batterista pure lui ma anche abile chitarrista slide proveniente da New York ed il blues tipico delle Mississippi Hills si fonde con sonorità più moderne ma zeppe di potenti riff scambiati tra chitarra e batteria come l’iniziale “We Made It”, la successiva ” Get Your Groove On” ha un ritmo ossessivo con accenti rock mentre “Please Tell Me Baby” è un bel brano boogie blues che si avvicina molto alle canzoni degli amici Cody e Luther Dickinson (leggi N.M.A.S).

Tutti i brani presenti sono degni di menzione: dal potente rock blues “Typical Day” a “Hard To Stay Cool” slow blues governato da una ottima chitarra slide, dal country blues “There is so Much” alla cover del brano blues “Death Bell Blues” datato 1928 e ripreso da molti bluesmen, tra cui nonno R.L. e Muddy Waters lento, ipnotico e notturno.
“There Is So Much” è un gospel folk di grande caratura, mentre “Call On Me” è uno slow blues rarefatto e d’atmosfera. Con “I’m Hurtin'” siamo in territorio r’n’r boogie , per chiudere alla grande con ” Ain’t Gomma Take No Mess” portentoso blues governato dalla slide e dalla batteria che fa salire la temperatura.
Le varie generazioni dei Burnside si alternano nel rimanere uno dei simboli del blues del delta del Mississippi.

Voto: ***1/2

Tracklist:

1 We Made It
2 Get Your Groove On
3 Please Tell Me Baby
4 Typical Day
5 Give It To Me
6 Hard To Stay Cool
7 Don’t Leave Me Girl
8 Death Bell Blues
9 There Is So Much
10 Call On Me
11 I’m Hurtin
12 Ain’t Gonna Take No Mess

Discografia:

2006 The Record – Burnside Exploration
2007 Juke Joint Duo – Cedric Burnside and Lightnin’ Malcolm
2008 Two Man Wrecking Crew – Cedric Burnside and Lightnin’ Malcolm
2011 The Way I Am – Cedric Burnside Project
2013 Hear Me When I Say – Cedric Burnside Project
2014 Allison Burnside Expres – Cedric Burnside and Bernard Allison
2015 Descendants of Hill Country – Cedric Burnside Project
2018 Benton County Relic – Cedric Burnside

Tim Willocks – Un caso complicato per l’ ispettore Turner (Newton Compton Ed., 2018)

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384 pagine
Collana: Nuova narrativa Newton
In pubblicazione il 31 Ottobre 2018

Tim Willocks, nato a Stalybridge nel 1957 è uno scrittore, sceneggiatore e produttore. Tuttavia le sue prime esperienze derivano dopo aver conseguito una laurea in psichiatria e per diversi anni si è dedicato alla riabilitazione dei tossicodipendenti.
Nel frattempo si era già avvicinato alla scrittura ( fin dall’ età di dieci anni dopo aver visto i film di Sergio Leone si dilettava nello scrivere racconti western) ed in seguito, nei suoi romanzi troviamo molti elementi autobiografici, legati anche alla sua esperienza sulle droghe ed alle arti marziali. Infatti ha raggiunto il livello di cintura nera nello Shotokan karate.

Willocks impregna i suoi libri di violenza ma anche di abbondante psicologia, come in “Re macchiati di sangue” romanzo pubblicato da Mondadori nel ’97 ( poi ripubblicato da Edizioni BD) oppure il suo più famoso Bad City Blues , romanzo d’esordio targato Cairo Publishing, in seguito adattato per il grande schermo nel 1999 con un film interpretato da Dennis Hopper.
Willocks ha anche scritto il film-documentario di Steven Spielberg, The Unfinished Journey e la sceneggiatura del film “Lo straniero che venne dal mare” del 1997 e basato sul racconto “Amy Foster” scritto da Joseph Conrad.

In seguito ha cambiato genere ed ambientazione, passando ad una saga che comincia col monumentale “Religion” ambientato nel 1565, durante l’Assedio di Malta ed è l’inizio di una trilogia basata sulle avventure di Mattias Tannhauser, un ragazzo sassone che, dopo l’uccisione della sua famiglia da parte dei turchi, viene rapito e addestrato per diventare un giannizzero nell’Impero ottomano. Dopo anni di servizio lascia la vita militare per darsi al commercio di armi e oppio. In seguito torna alle armi per aiutare una giovane contessa maltese a ritrovare suo figlio, perduto da molti anni.
Nel 2013 è uscito il secondo romanzo intitolato “I dodici bambini di Parigi”(altro tomo di oltre 700 pagine). La vicenda narra delle peripezie che affronta Mattias Tannhauser nella città di Parigi durante i fatti accaduti nella Notte di San Bartolomeo per ritrovare la moglie Carla.
Sono anni quindi che stiamo attendendo il terzo capitolo conclusivo (che Willocks aveva annunciato un paio di anni orsono nel corso di alcune interviste ed aveva anticipato che la trama si sarebbe incentrata sulla stregoneria) ma a sorpresa esce questo nuovo libro dal titolo originale “Memo for Turner” decidendo quindi di tornare a scrivere per il genere noir. Esce il prossimo 31 Ottobre (e nel frattempo l’ho già prenotato).

Di seguito uno spunto della trama:

Città del Capo. Durante un weekend, una lussuosa Range Rover travolge una ragazza di strada. Al volante c’è il figlio di Margot Le Roux, la donna che gestisce gran parte del business minerario dello Stato. Margot, elemento di spicco nell’ influente élite di bianchi del Sudafrica, non vuole che le ambizioni del figlio siano ostacolate dalla morte di una ragazza senza nome, per giunta malata. Il ragazzo, dal canto suo, non ricorda nulla di quanto è accaduto: era troppo ubriaco per accorgersi dell’impatto, e gli amici che erano in macchina con lui hanno preferito abbandonare la vittima al suo destino. Tutti sanno che, con le giuste pressioni, qualunque legge può essere aggirata… Quando il detective Turner viene incaricato di risolvere il caso, si trova così a fronteggiare una fitta rete di intrighi e corruzione. Partirà alla volta della remota città mineraria che Margot possiede per fare luce sull’ accaduto. Ma la donna intende coprire suo figlio a qualunque costo e l’odissea di Turner per scoprire la verità è appena iniziata.

Bibliografia:

– Bad City Blues (1991)
– Il fine ultimo della creazione (Green River Rising, 1995)
– Re macchiati di sangue (Blood-stained Kings, 1996)
– Doglands (2011)
– Un caso complicato per il detective Turner (Memo from Turner, 2018)

Trilogia di Mattias Tannhauser:

Religion (The Religion, 2006)
I dodici bambini di Parigi (The twelve children of Paris, 2013

I suoi libri sono stati tradotti in venti lingue e hanno ottenuto un successo mondiale.

Dicono di lui:

«Pura narrativa adrenalinica.»
James Ellroy

«È raro trovare uno scrittore con così tanta passione ed energia.»
The New Yorker

«Un romanzo brillante, poetico… un trionfo letterario.»
New York Times

«Willocks ha uno straordinario talento.»
Time Out

John Mellencamp – Other People’s Stuff (Universal, 2018) – Track-list

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Anche se sul web finora non ho trovato molto in proposito, in qualche modo sono riuscito a reperire la fantomatica track-list che “dovrebbe” far parte del nuovo disco di John Mellencamp e subito posso affermare che mi ha un poco deluso, in quanto si tratta in gran parte di brani già editi nel passato e ricorda “Rough Harvest”, pubblicato nel 1999, una raccolta di suoi brani ri-arrangiati per l’occasione, con l’aggiunta di alcune cover inedite che poco aggiungeva a quanto aveva prodotto sino a quel momento il coguaro. Una mera operazione commerciale. Spero di sbagliarmi, ma in questo caso gran parte dei brani sono già stati pubblicati in passato. Per trovare una spiegazione logica per questa operazione, presumo sia il voler riunire una serie di canzoni disseminate in vari tributi o dischi poco conosciuti e dargli nuova vita (tuttavia è singolare la presenza di alcuni brani già editi in dischi ufficiali).

Di seguito la presunta track-list del nuovo album (anche se non è ancora stata ufficializzata sul sito dell’artista,quindi da considerare provvisoria):

1. To The River (scritto dalla cantautrice Janis Ian) – presente nell’ album “Human Wheels” del 1993

2. Gambling Bar Room Blues ( Jimmie Rodgers) – presente nel disco tributo a Jimmie Rodgers – “A Tribute” del 1997;

3. Teardrops Will Fall (David Allard/Marion Smith) – presente nel disco “Trouble no More” del 2003;

4. In My Time Of Dying (Traditional) – presente nel disco “Rough Harvest” del 1999;

5. Mobile Blue – presente nel recentissimo Sad Clowns & Hillbillies del 2017

6. Eyes On The Prize – probabilmente è tratta dal concerto tenutosi alla Casa Bianca del 2010, per celebrare il movimento per i Diritti Civili;

7. Dark As A Dungeon (Merle Travis) – tratto dal documentario “From The Ashes”

8. Stones In My Passway (Robert Johnson) – tratto da “Trouble no More” del 2003

9. Wreck Of The Old 97 (G. B. Grayson, Henry Whitter) – tratto dall’ album “The Rose & the Briar: Death, Love and Liberty in the American Ballad” del 2004

10. I Don’t Know Why I Love You ( Stevie Wonder) dall ‘ album tributo
“Conception – An Interpretation Of Stevie Wonder’s Songs” del 2002.

Non ci resta che attendere il 16 Novembre.

The Marcus King Band – Carolina Confessions (Fantasy Records/Universal, 2018)

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Sulla scia dei grandi gruppi Southern Rock, in primis la Allman Bros Band, Marcus King con la sua band si sta facendo strada dopo solo tre dischi (compreso questo) e nonostante i suoi 22 anni d’età, che sorprendono per la maturità nel canto e nel suono espressivo della chitarra, ne fanno uno dei cantautori attuali più accattivanti e pieni di talento.
Sin da adolescente ha avuto la fortuna di conoscere famosi artisti e mentori come Warren Haynes e Derek Trucks grazie al padre che aveva una band Blues (Marvin King & The Blues Revival), già alla tenera età di 10 anni si esibiva sui palchi. Haynes fu talmente sconvolto dalla precocità artistica del ragazzino che raggiunta la maggiore età, lo fece debuttare artisticamente con la sua etichetta Evil Teen e pubblicò l’album “Soul Insight” nel 2015 e produsse il seguito “The Marcus King Band”, l’anno successivo.

Prodotto e mixato dal vincitore di Grammy Awards, Mr. Dave Cobb (Chris Stapleton, Sturgill Simpson, John Prine, Jason Isbell, Anderson East, e decine di altri) e registrato agli RCA Studio A di Nashville, “Carolina Confessions” ritrova King e il suo quintetto, composto dal batterista Jack Ryan, il bassista Stephen Campbell, il trombettista e trombonista Justin Johnson, il sassofonista Dean Mitchell e il tastierista DeShawn “D-Vibes” Alexander, e fanno il grande salto come unità musicale, continuando a proporre rock blues a tinte black, Rhythm and Blues energico che spesso vira al Gospel ed al Soul grazie al massiccio supporto dei fiati. E poi c’è il tratto distintivo che è la voce di Mark, espressiva e roca, densa degli umori del sud degli States.
Ma veniamo alle canzoni che compongono il disco, che è un concept album: tutti i brani parlano in qualche maniera dell’allontanamento: dai luoghi dell’infanzia, dai famigliari, dagli amici e dal proprio amore per la terra e per una donna; tuttavia Markus rivela anche che: “Non puoi dimenticare da dove vieni, ma devi essere anche consapevole che ci sono tanti altri posti dove andare”.

“Confessions” è un soul blues zeppo di chitarre, grondante di fiati ed apre alla grande un disco di pregevole fattura e che ascolteremo a lungo; “Where I’m Headed” inizia con la chitarra acustica, poi entra la voce di Mark (che qui ricorda molto quella di Gregg Allman) e la band al completo, i fiati ed i cori gospel in un’orgia di suoni che riportano ai fasti del Southern Rock dei seventies quando si coniugava al rock sudista il sound a tinte black del Soul e del gospel di artisti come Otis Redding, Johnnie Taylor e Wilson Pickett.

“Homesick” è malinconica e dai toni più meditativi (è autobiografica e parla della nostalgia della sua città quando è in giro per il mondo per concerti) e ricorda molto (anche nella voce) alcune canzoni del suo mentore Warren Haynes (Gov’t Mule) e presenta il primo grande assolo di chitarra del disco.
“8 a.m.” è tutta da ascoltare, un potenziale hit col cantato di King discorsivo, circondato dai fiati, organo e cori gospel in sottofondo.Grande canzone.
“How Long” è una cover scritta da Dan Auerbach (The Black Keys) in coppia con il cantautore Pat McLaughlin e viene rivisitata in una splendida versione R&B con l’organo sempre presente in sottofondo, gli immancabili fiati ed un sound sostenuto, pieno di brio e poi parte l’assolo di chitarra che stende tutti.
“Remember” è un folk blues acustico denso di emozioni: voce e acustica di Mark in primo piano, poi entrano soltanto l’organo e la slide elettrica posta a lavorare in sottofondo.

“Side Door” è densa di accenti soul,voce roca da shouter di King e fiati a profusione, per un brano zeppo di accelerazioni e momenti più intimi come ad esempio durante l’assolo liquido della chitarra nella parte centrale.Unica pecca, il finale troncato improvvisamente stona e lascia un poco perplessi.
Peccato veniale.”Autumn Rain” è un brano allmaniano sino al midollo ma Marcus King e la sua band regge molto bene al confronto (assolo finale compreso), anzi non fa rimpiangere affatto il grande gruppo di Jacksonville.
“Welcome ‘Round Here” è aspro e duro southern rock anche se poi viene ammorbidito con l’ entrata dei fiati, mantiene le promesse e gli echi vocali che rimandano a Warren Haynes non scalfiscono affatto la grandezza del brano che acquista maggior vigore con un assolo finale da favola. Per me è difficile rendere l’idea, per una volta è meglio ascoltare.

“Goodbye Carolina” racconta del dolore per un amico che si è suicidato a soli 30 anni e apre come ballata decisamente malinconica con la voce espressiva di Mark sull’acustica arpeggiata e doppiato da una voce femminile (Kristen Rogers) ma poi lascia spazio agli altri strumenti che riempiono il suono e diventa una rock song dai toni epici con grande finale full band. Da pelle d’oca.
Per chi cerca suoni innovativi e moderni stia alla larga, mentre per chi ha nel proprio DNA la musica rock e soul americana del sud degli States, deve essere contento: l ‘eredita è orgogliosamente affidata a questo giovane ragazzo, che mi auguro continuerà a sorprenderci.
Uno dei migliori dischi dell’anno, secondo il mio modesto parere.

Voto: ****1/2

Tracklist:

1 Confessions
2 Where I’m Headed
3 Homesick
4 8 A.M.
5 How Long
6 Remember
7 Side Door
8 Autumn Rains
9 Welcome ‘Round Here
10 Goodbye Carolina

Eric Lindell – Revolution in Your Heart ( Alligator Rec. , 2018)

Eric Lindell 2018

Eric Lindell è un musicista che apprezzo molto, sia per il fatto che proviene da New Orleans (in realtà è originario di San Mateo, California; agli esordi si fece notare nei circuiti blues di San Francisco poi la futura moglie desiderò tornare dalla sua famiglia a New Orleans, quindi optò per trasferirsi con lei nella Big Easy nell’ ormai lontano 1999), ma in particolare il suo stile musicale risente di un sound marcatamente sudista e mischia blues, funky, musica caraibica, soul, country e musica d’autore. Un perfetto quanto atipico cocktail solare e rilassante di genere Americana.

Registrato allo Studio “In The Country” a Bogalusa,Louisiana, Eric si cimenta nel suonare tutti gli strumenti tranne la batteria, suonata da Willie McMains. In un brano si aggiunge il tastierista Kevin McKendree (Delbert McClinton, Brian Setzer Orchestra) che suona il pianoforte. Il nuovo disco “Revolution in Your Heart”, è un ritorno alla famosa etichetta Alligator, che lo fece esordire e lo accompagnò nei primi tre dischi (“Change in the Weather” del 2006, “Low on Cash, Rich in Love” del 2008 e “Gulf Coast Highway” del 2009, ma ha anche inframmezzato le pubblicazioni di svariati dischi con la sua personale etichetta Sparco) è gradevole e decisamente spiazza per la naturalezza con cui esegue i suoi brani anche se forse sembra troppo simile ai suoi dischi precedenti: le canzoni (molte non superano i tre minuti di durata) si susseguono una dopo l’altra senza particolari scossoni anche se sono orecchiabili, pacate e molto piacevoli; tutte sono degne di menzione ma ce ne sono alcune che brillano di luce propria come l’iniziale “Shot Down”, la dolce ballad “Heavy Heart”, la funkeggiante “Big Horse”, la solare “Pat West”, il r’n’r da spiaggia “Kelly Ridge”, le suadenti ballate soul “Claudette” e “Appaloosa” per finire con la country oriented “Millie Kay”.

Forse manca più spessore nei brani rispetto al passato, ma sono ricchi di groove, leggeri e ben suonati, con l’indolenza tipica dei musicisti del sud degli States; non si può non rimanere ammaliati dal dolce meltin’ pot di questi suoni.

Voto: ***1/2

Tracklist:

1 Shot Down 2:41
2 Revolution 2:36
3 Heavy Heart 3:49
4 How Could This Be? 4:27
5 Big Horse 4:17
6 Pat West 3:04
7 Kelly Ridge 2:24
8 Claudette 2:43
9 Appaloosa 3:34
10 Millie Kay 2:53
11 Grandpa Jim 2:51
12 The Sun Don’t Shine 2:34

Don Winslow – Palm Desert – Le indagini di Neal Carey ( Einaudi Ed. 2018)

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In uscita il 16 ottobre
Collana : Stile libero Big
pagine 184
Traduzione di Alfredo Colitto

Prosegue la pubblicazione di Einaudi della serie relativa alle indagini di Neal Carey arrivata al capitolo conclusivo (ammesso che lo stesso autore non intenda poi riprenderla in futuro).
Dopo “London Underground” e “China Girl” entrambi usciti nel 2016, “Nevada Connection” pubblicato lo scorso anno ed il recente “Lady Las Vegas” pubblicato a Maggio 2018, ora è la volta dell’ ultimo episodio dal titolo originale “While Drowning in the Desert” pubblicato nel 1996.

Trama:

Fare da babysitter a un anziano comico in disarmo non è certo il massimo, ma sembrava un lavoro cosí facile. Peccato che il vecchio Nathan «Natty» Silver sia l’unico testimone di un crimine, e qualcuno lo voglia morto.

Neal Carey ha troppi conti in sospeso per rifiutare l’ennesimo incarico degli Amici di Famiglia. In piú la fidanzata Kate ha iniziato a parlare di fare un figlio e Neal ha un rapporto piuttosto conflittuale con il concetto di paternità. Perciò, quando gli viene affidato il compito di riportare Natty Silver a Palm Desert, Neal accetta. Cosa può andare storto? Natty ha ottantasette anni, calcava le scene della Vegas dei tempi d’oro e ha un repertorio infinito di barzellette sporche. Ma ha anche la tendenza a sparire, forse perché ha visto qualcosa che non doveva vedere. Cosí, quello che sembrava un noioso viaggio in mezzo al deserto si trasforma in una fuga a rotta di collo.

“Ah, la notte nel deserto. Il cielo vasto, le stelle scintillanti, un fuoco che scoppietta nell’aria frizzante. Aggiungete a questi semplici piaceri la gioia di non avere né cibo, né acqua, né coperte, l’inimitabile cameratismo di un vecchio che conduce un soliloquio incessante sui bei vecchi tempi, un sequestratore libanese idiota armato di pistola, piú l’emozione causata dalla consapevolezza della morte imminente, e avrete una delle esperienze piú intense che la vita può dare”.

Buona Lettura!

Billy F. Gibbons – The Big Bad Blues (Concord Rec., 2018)

Billy Gibbons

William Frederick Gibbons, leader del famoso gruppo texano ZZ Top finalmente è riuscito nell’intento di riportare interesse alla sua musica.
Il trio ha da anni perso per strada la qualità musicale che li contraddistingueva agli esordi che in parte è rimasta nei loro live mentre in quasi cinquant’anni di carriera hanno pubblicato soltanto una quindicina di dischi di cui una buona metà abbastanza discutibili.
Come molto discutibile è stato l’esordio solista di Billy pubblicato nel 2015 ed intitolato “Perfectamundo” un pastrocchio tra rock blues e musica cubana.
Ora con questo nuovo disco le cose cambiano e virano verso musica di qualità, ma soprattutto il disco che ci si attende da un veterano del rock blues come lui.

“The Big Bad Blues” è un disco diretto, composto da lurido e fumoso rock boogie come l’iniziale “Missin’ Yo Kissin’?”, up-tempo boogie blues sullo stile del grande John Lee Hooker ha un suono denso, zeppo di chitarre e inframmezzato dall’armonica di James Harman; sembra di ascoltare la colonna sonora di un american B-movie (spesso il trio texano è stato inserito nelle colonne sonore di diversi film, in quanto il loro sound ben si presta, in particolare, nelle scene girate in localacci fumosi dove sembra stia per scatenarsi una rissa da un momento all’altro….).

Oltre al citato Harman all’armonica nel disco suonano Elwood Francis alla chitarra ed armonica, Matt Sorum e Greg Morrow si alternano alla batteria, Mike Flanigin al piano e Joe Hardy al basso ed è stato registrato ai Foam Box Recording Studios di Houston, Texas. “My Baby She Rocks” è un lento shuffle blues, strutturato sull’utilizzo dell’armonica lungo tutta la durata del brano.
“Second Line” è puro esercizio di stile, liriche ridotte all’osso e grande spazio alla parte strumentale con lunghi assoli di chitarra. Comunque sempre musica di ottimo livello. “Standing Around Cryin'” è la cover di un brano di Muddy Waters: uno slow blues di grande impatto, riletto in maniera impeccabile.
“Let The Left Hand Know” ancora blues elettrico notturno e sporco cantato con la voce roca di Gibbons, supportato da cori ed armonica.
“Bring It To Jerome” è un boogie blues malsano, quasi ipnotico e notturno. Da ascoltare in auto in piena notte è l’ideale come compagno di viaggio e contro i colpi di sonno.
“That’s What She Said” è un hard blues, sezione ritmica granitica, solita voce roca di Billy condita da armonica e chitarre che serpeggiano e sparano assoli lungo la durata del brano. “Mo’ Slower Blues” è ancora hard blues ma leggermente rallentato, con chitarra fuzzy, contorno di pianoforte e la voce del leader per un brano di grande presa.
Con “Hollywood 151” abbiamo un’inversione di rotta: è un rock blues dal sound pulito, fresco e frizzante; carina, ma continuo a preferire il classico sound di questo attempato signore dalla lunga barba.
“Rollin’ and Tumblin'” altra cover di Muddy Water, viene riletto in pieno stile ZZ Top: il sound è esattamente quello che abbiamo imparato a conoscere in tutti questi anni. Chiusura con la divertente e molto orecchiabile “Crackin’Up ” (Bo Diddley) riletta in versione easy listening, con accenni di musica caraibica che non sfigurerebbe pure nelle radio attuali. Artista eclettico e poliedrico (suona con chiunque, da John Fogerty ai Supersonic Blues Machine passando per Kid Rock, ZZ Hill, Nickelback, Hank III, ecc..)pubblica finalmente un album degno del suo nome.

Voto: ***1/2

Tracklist:

01 Missin’ Yo’ Kissin’
02 My Baby She Rocks
03 Second Line
04 Standing Around Crying
05 Let The Left Hand Know
06 Bring It To Jerome
07 Thats What She Said
08 Mo’ Slower Blues
09 Hollywood 151
10 Rollin’ And Tumblin’
11 Crackin’ Up

Cody Jinks – Lifers (Rounder Rec., 2018)

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Come diversi artisti della sua generazione ha esordito suonando musica punk e metal core (il primo che mi viene in mente è Hank Williams III, il quale convive tuttora con i due generi e gruppi differenti, poi Danny Wornsnop, Michael Dean Damron, Greg Graffin dei Bad Religion, Chris Shiflett dei Foo Fighters fino a Mike Ness, leader dei Social Distortion che non ha mai nascosto il proprio interesse verso il country outlaw, con Johnny Cash in testa) passando poi per il genere country con le sue varianti.
Attivo in questo ambiente da circa dieci anni in realtà ha avuto il successo sperato solo nel 2016 con l’album “I’m Not The Devil” e con la ristampa dei precedenti dischi auto prodotti e ripubblicati per piccole etichette.
Questo nuovo disco viene pubblicato da una major e presenta il classico country
texano elettrico con undici brani di grande presa. Canzoni fiere e dirette come l’iniziale “Holy Water” voce ben impostata in primo piano, sound da band rock ma la steel guitar di Austin “Hot Rod” Trip si insinua in sottofondo che non molla un attimo e i bei cori gospel femminili che supportano una melodia piena e corposa sono un ottimo biglietto da visita.

“Must Be The Whiskey” è un moderno honky tonk con la steel sugli scudi mentre “Somewhere between I Love You and I’m Leavin'” è una ballata malinconica ben strutturata e per nulla tediosa. La title track è un po meno convincente ma si mantiene su buoni livelli, d’altronde si tratta di un brano di genere.
“Big Last Name” è un honky tonk registrato live ed acquista in grinta e spontaneità,”Desert Wind” è una border ballad notturna e d’atmosfera molto bella. “Colorado” è il classico singolo che presenta un disco, dal suono pulito, una ballata orecchiabile con la voce in bella evidenza.

“Can’t Quit Enough” è ben ritmata, con il piano di Drew Hakaral che impreziosisce il sound, ben condito dalla chitarra di Chris Claridy che si intreccia con la steel di Austin Trip.”7Th Floor” si apre con un organo da chiesa, è un talkin’ accompagnato da un ‘acustica, dalla sezione ritmica e cori gospel acquista forza nel finale, “Stranger” è una ballata piena di pathos, la voce con eco supportata da un’acustica e poco altro lasciano lo spazio alla conclusiva “Head Case” ballata nostalgica ed intimistica che termina con cori west coast. Da sistemare accanto ai dischi di Chris Stapleton e Tyler Childers (giusto per nominarne due a caso).

Voto: ***1/2

Tracklist:

1. Holy Water
2. Must Be The Whiskey
3. Somewhere Between I Love You And I’m Leavin’
4. Lifers
5. Big Last Name
6. Desert Wind
7. Colorado
8. Can’t Quit Enough
9. 7th Floor
10. Stranger
11. Head Case