John Kilzer – Scars (Archer Rec., 2019)

cover

John Turner Kilzer arriva da Jackson, Tennessee e prima di questo disco non lo conoscevo affatto. Il motivo c’è ed è riportato di seguito, dalle notizie che sono riuscito a raccogliere sul web. Ex atleta, diventa musicista negli anni’80, ottenendo un contratto con una major, la storica Geffen Record che gli produrrà l’album d’esordio “Memory in the Making” datato 1988 ed il successivo “Busman’s Holiday” del 1991 ma i dischi passano quasi inosservati. Quindi Kilzer decide di buttarsi nello studio e si laurea in lettere ed in seguito decide di intraprendere la carriera ecclesiastica, diventando pastore metodista. Passano quattro lustri ed il pastore decide di provarci ancora (evidentemente oltre alla fede religiosa gli è rimasta anche quella musicale) ed incide nel 2011 un nuovo disco intitolato “Seven” e poi ritenta nel 2015 con “Hide Away”.
Detto ciò, aggiungo che non posseggo nessuno dei precedenti dischi ma cercherò di rimediare in quanto ho acquistato questo nuovo “Scars” e devo dire che mi ha sorpreso positivamente.

La produzione di Matt Ross Spang (Drive-by truckers e Lucero tra gli altri) lo aiuta a trovare il sound giusto, coadiuvato da session men in studio come Steve Selvidge alle chitarre e dal grande Rick Steff alle tastiere, entrambi presi in prestito dai Lucero, riescono a creare lo stimolo giusto a Kilzer che scrive queste undici canzoni in sole tre settimane e con la sua voce roca infila una serie di brani veramente godibili anche se risentono di varie influenze: la voce ricorda a tratti Brian Adams, ma per fortuna nel sound dobbiamo scomodare artisti come Bob Dylan, Tom Petty, Lou Reed, una miriade di loser da entrambe le sponde dell’oceano ma anche gli improbabili Oasis e Tears for Fears (in “Woods of Love”); insomma un disco vario ed eterogeneo che si ascolta con grande piacere.

“Flat Bed Truck” apre il disco con atmosfere urban rock, con un’impronta british style. La ballata è morbida e rimanda alle strade bagnate di pioggia nella notte. “The American Blues” è un rock blues urbano con l’armonica che squarcia la notte e la successiva “Hello Heart” è una ballata notturna delicata e gradevole.
“Woods of Love” è piacevole per la voce roca dell’artista ma il brano ricorda un po troppo alcune canzoni dei due gruppi citati prima (gli Oasis ma più in particolare i Tears For Fears nel refrain), tuttavia si lascia ascoltare.
“Time” è aperta da un piano malinconico, segue la voce intensa e gli altri strumenti entrano in scena gradualmente creando una melodia autunnale.
“Scars” si apre con una chitarra acustica che accompagna la voce alla quale si aggiungono in sottofondo delle tastiere, è intima e amara mentre la successiva “It” è un heartland rock scanzonato ed orecchiabile; “Dark Highway” andamento jingle jangle, sembra Brian Adams che offre un tributo al grande Tom Petty. Ottimo il piano e l’assolo di chitarra.
“Memphis Town” è pianistica e deep soul con la presenza dei fiati e dei cori in sottofondo

“Twinkle of Love” è una parentesi delicata e dalla melodia quasi pop, mentre “Rope the Moon” chiude il disco, mandolino e batteria marziale in sottofondo, una voce che urla rauca nella notte scura.
Un disco che forse a fine anno giacerà dimenticato e pieno di polvere, ma unicamente per colpa nostra. Una spolverata e lo riascolterete più che volentieri.

Voto: ***1/2

Tracklist:

01 – Flat Bed Truck
02 – The American Blues
03 – Hello Heart
04 – Woods of Love
05 – Time
06 – Scars
07 – It
08 – Dark Highway
09 – Memphis Town
10 – Twinkle of Love
11 – Rope the Moon