Ryan Bingham – American Love Song (Axster Bingham/Thirty Tigers Rec., 2019)

bingham

Questo post ho dovuto riscriverlo due volte in quanto wordpress, per qualche motivo a me sconosciuto, non ha salvato il primo scritto.
Sarà anche destino ma riscrivere ciò che avevo già fatto in precedenza mi ha innervosito e non poco, in particolare per il sempre poco tempo disponibile; tuttavia per il buon Ryan era il minimo che potessi fare; per i suoi quattro anni di silenzio passati dal disco “Fear and Saturday Night”, ben poco incisivo, senza dimenticare il precedente “Tomorrowland” abbastanza deludente.
Ryan paga lo scotto di aver esordito alla grande con il fantastico “Mescalito” nel 2007, denso di ballate desertiche e roots rock ruvidi al quale aveva fatto seguito un altro bel disco “Roadhouse Sun” ed il ragazzo del New Mexico, all’ epoca prodotto da Marc Ford (ex Black Crowes, ora con i Magpie Salute), aveva convinto tutti e gli estimatori erano cresciuti a livelli esponenziali sino a divenire una star grazie all’intervento di T-Bone Burnette per la colonna sonora del film “Crazy Heart”, dove la canzone “The Weary Kind” vinse il Golden Globe come migliore canzone originale.
“American Love Song” è decisamente un passo avanti rispetto agli ultimi due album, riuscendo a sbloccare sia la propria narrativa sviluppando le sue visioni, sia la musica rendendola più omogenea ed ispirata.
“Jingle and Go” apre il disco ed è un moderno honky tonk sbilenco con cori in sottofondo e gli Stones nel cuore, segue “Nothin Holds Me Down” un tosto southern rock, mentre “Pontiac” pone in apertura i violini ma si tramuta subito in un debordante brano rock.

Subito eterogeneo quindi e per nulla scontato, con un crescendo di grande impatto. Si prosegue con “Lover Girl” una bella e pacata ballata country poi a seguire “Beautiful and Kind” ballata dall’ impianto folk scarno, condito solo da chitarra e voce, mentre “Situation Station”, ariosa ballata easy da west coast spiazza un poco, come il successivo episodio “Got Damn Blues” ruvido ed abbastanza scontato omaggio al blues di Muddy Waters, a seguire “Time For My Mind”, sgangherato quanto piacevole brano country rock.
“What Would I’ve Become” è un brano alternative country che pesca dagli anni 90’s, mentre il successivo “Wolves” è un altro brano folk dalla struttura essenziale,a seguire “Blue” episodio di classic rock poco incisivo per passare ad “Hot House” carino blues acustico ma francamente abbastanza monotono.
I tre brani posti in chiusura rialzano finalmente l’asticella: “Stones” è un rarefatto brano d’atmosfera sorretto da archi, cori e dalla voce roca di Ryan; “America” un bel brano folk che è un lamento da vero song-writer sulle orme di Woody Guthrie e Ryan racconta la crisi in cui sono sprofondati gli States, una volta simbolo della democrazia (ndb: definizione quanto mai opinabile).
Le liriche, come dicevamo, sono migliorate qualitativamente rispetto il recente passato, il sound invece non sempre è al livello delle aspettative, viene affidato alla produzione dell’ormai esperto Charlie Sexton (Bob Dylan band in primis) e conferiscono tuttavia a queste quindici canzoni una forma decisamente accattivante. Ryan Bingham è tornato con un carico di brani autentici anche se ancora in fase transitoria.

Voto: ***

Tracklist:

1 Jingle and Go 3:52
2 Nothin’ Holds Me Down 3:24
3 Pontiac 3:22
4 Lover Girl 6:25
5 Beautiful and Kind 3:16
6 Situation Station 4:27
7 Got Damn Blues 4:36
8 Time for My Mind 3:27
9 What Would I’ve Become 4:19
10 Wolves 4:32
11 Blue 6:02
12 Hot House 4:35
13 Stones 6:04
14 America 3:00
15 Blues Lady 4:48

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