Bruce Springsteen – Western Stars (Sony / Columbia Rec., 2019)

Western-Stars--Bruce-Springsteen

Mai giudicare un disco dai singoli che lo hanno preceduto. E’ ciò che mi sono detto quando rimettevo da capo per l’ennesima volta il nuovo “Western Stars” quanto mai discusso, ora criticato, esaltato o addirittura stroncato.
Strana gente gli Springsteeniani (non temete, ci sono pure io nel mucchio).
A mio modesto parere e dopo circa un trentina di ascolti quasi ininterrotti sinora (in auto per andare al lavoro e ritorno, in cuffietta al parco oppure in casa, solo, di notte ed al buio, come conviene per dischi come questo) risulta un disco bello, in alcuni casi addirittura decisamente bello, intenso e con un Bruce in piena forma, sia come songwriter che come musicista.

Domina una musica a tratti quasi cinematografica che comunque rimane ancorata agli stilemi pop rock dai quali lo stesso Bruce ci aveva anticipato prendere spunto, quindi gli arrangiamenti orchestrali sono parte della musica proposta ma direi che non sono certo invadenti come mi aspettavo o come si era paventato
(a parte ” There Goes My miracle”, che a mio avviso rimane l’episodio più debole dell’intero disco, ma che tuttavia nel complesso si lascia ascoltare), il tutto arricchito da testi con trame quasi western e cantati da Bruce con voce convinta e convincente.

Bruce e Ron Aniello, oltre che essere i produttori, si occupano della maggior parte degli strumenti (chitarre, banjo, basso, piano, celeste, mellotron, organo, percussioni, vibrafono e glockenspiel) ai quali si aggiungono Charlie Giordano al piano e fisarmonica; Gunnar Olsen, Jon Brion e Matt Chamberlain si alternano alla batteria; Greg Leisz, Marty Rifkin e Marc Muller alle Pedal Steel Guitars; Lenny Castro alle percussioni e congas, l’ex E-Streeter David Sancious al piano (in “The Wayfarer”)ed organo [in “Drive Fast(The Stuntman)”], sino a Patti Scialfa, Cindy Mizelle, Curtis King, Michelle Moore e Soozie Tyrell alle backing vocals. Ai quali vanno aggiunti i credits degli orchestrali e dei fiati (tra i quali segnalo la presenza di Ed Manion al Sax) per un totale complessivo di circa cinquanta musicisti coinvolti nelle sessions. Non male per un disco “solista”.

“Hitch Hikin’” apre l’album in maniera più che dignitosa, Bruce canta la melodia con voce limpida e rilassata, circondato da strumenti a corda, chitarre acustiche e banjo: dopo circa un minuto entra l’orchestra, ma con discrezione, ed il brano cresce poi si inserisce il pianoforte che contribuisce ad aumentarne la tensione emotiva.
“The Wayfarer” ha una struttura melodica simile al brano precedente ma il cantato di Bruce è meno immediato, la strumentazione si arricchisce ed entrano pianoforte ed archi e ne diventano i protagonisti, quasi fosse una sorta di “score movie” e nel finale si aggiungono backing vocals ed organo, che completano un altro bel brano.
“Tucson Train” è più rock, con la voce ben impostata del Boss, cominciano gli archi ma presto intervengono le chitarre elettriche e qui il sound rimanda in parte al disco The Rising.

La title track “Western Star” è una ballata densa di atmosfere country & western con una pedal steel in sottofondo che sembra estrapolata dalla colonna sonora di un film, magari con protagonista John Wayne (che Bruce cita nel testo), il cantato si fa più confidenziale, poi però il brano cresce d’intensità ed entrano archi e sezione ritmica a consegnarci un altro ottimo brano.
La successiva “Sleepy Joe’s Café” è un brano rock arioso e solare, orecchiabile e molto coinvolgente, merito anche per l’ intervento dell’ accordion e del violino la melodia si sposta verso un sound mexican/cajun e diventa davvero irresistibile, una delle canzoni più spassose ascoltate quest’anno dal sottoscritto.

“Drive Fast (The Stuntman)” si apre col piano e la chitarra a supporto della voce di Bruce poi entrano tutti gli altri strumenti, compreso gli archi ma rimangono in disparte, ed il sound rimane rilassato, quasi intimistico.
Grande brano che, non chiedetemi il perchè, mi riporta alle sue vecchie canzoni di metà anni ’70.
“Chasin’ Wild Horses” è una ballata intensa e di grande impatto ma eseguita con strumentazione scarna, dove svettano su tutto una splendida steel guitar, il banjo poi subentra un intervento orchestrale che la rende quasi unica.
“Sundown”, in apertura pianoforte ed archi poi entra la sezione ritmica e la voce ben impostata di Bruce per un altro brano di grande livello, epico, ma gli arrangiamenti sopra le righe la limitano un poco: prendere o lasciare.
“Somewhere North Of Nashville” è stupenda, la linea melodica è intrigante con la sola chitarra, piano e pedal steel, peccato per la durata, meno di due minuti, ma bastano per amarla da subito.

“Stones” è una rock ballad fluida e limpida dalla strumentazione ricca e coinvolgente (altro potenziale score movie), mentre “There Goes My Miracle”, come già accennato in precedenza lo considero il brano più debole del disco, tuttavia si tratta di una pop song con una grande interpretazione vocale di Bruce,ma l’orchestra eccede anche se si tratta di un peccato veniale. E poi Bruce voleva proprio rievocare questo tipo di musica, quindi bisogna riconoscere che, piaccia o meno, è riuscito in pieno nell’intento.
“Hello Sunshine” è il primo singolo estratto ed ormai la conoscono anche le pietre, è una ballata country folk pop genuino, piacevole ed orecchiabile mentre per chiudere il disco sceglie un brano acustico di grande impatto emotivo: “Moonlight Motel” è malinconico e commovente, non mi vergogno a dire che mi ha fatto scendere le lacrime (negli ultimi due anni mi è capitato soltanto altre due volte: con un brano dei nostrani Cheap Wine e con un brano di Michael Mc Dermott).

Un disco che parte con un autostoppista e che finisce in un motel, un ritorno al “concept album”, una sorta di metafora sulla vita che durante il viaggio raccoglie una serie di storie amare, piene di solitudine, di depressione e malinconia: il filo di speranza che sembrava esserci nei protagonisti dei dischi precedenti sembra essersi perduto irrimediabilmente facendo spazio alla disillusione ed all’ amarezza di una vita ormai per molti di noi incomprensibile.
Bruce, nonostante conduca una vita da ricco e privilegiato settantenne, riesce a dar voce a questi personaggi risultando ancora una volta credibile, facendoci emozionare, ben consapevole che la sua vita è quasi giunta al tramonto.
Disco di grande spessore e grande qualità.
Promosso a pieni voti.

Voto: ****

Tracklist:

1 Hitch Hikin’ 3:38
2 The Wayfarer 4:18
3 Tucson Train 3:32
4 Western Stars 4:41
5 Sleepy Joe’s Café 3:15
6 Drive Fast (The Stuntman) 4:16
7 Chasin’ Wild Horses 5:04
8 Sundown 3:17
9 Somewhere North Of Nashville 1:53
10 Stones 4:44
11 There Goes My Miracle 4:06
12 Hello Sunshine 3:56
13 Moonlight Motel 4:18

8 pensieri su “Bruce Springsteen – Western Stars (Sony / Columbia Rec., 2019)

    • Neppure io impazzisco per l’orchestra di archi ma mi sono dovuto ricredere. Ho messo da parte ogni pregiudizio su Bruce (che avevo a causa dei suoi ultimi lavori alquanto discutibili) e l’ho ascoltato. Mi sono ritrovato con un bel disco che non riesco a smettere di ascoltare. Una sorpresa piacevole. Sono consapevole che non può piacere a tutti ma un tentativo lo farei, ma va ascoltato tutto il disco. Ciao e grazie per il commento

      Piace a 1 persona

  1. Che bello leggerti quando scrivi di musica, Massimo.
    Grazie per questa brillante ed originale recensione.
    Ne ho lette molte in questa settimana e mi sono parse tutte minestroni pieni di luoghi comuni. La maggior parte dei critici plaude a priori ogni disco di Bruce (come se criticarlo macchiasse di qualche peccato), poi ci sono a bastian contrari a prescindere che criticano col solo fine di strappare qualche like in più.
    Poi ci sono quelli sinceri, che amano la musica e la vivono con intensità. Quelli come te, per l’appunto, e sono lieto di aver potuto leggere il tuo parere preciso e puntuale su ogni singola canzone.

    Come già ti ho anticipato, il mio giudizio sul disco, finora, non è molto positivo. Anzi, è tendenzialmente negativo.
    Ammetto che il gradimento cresce ascolto dopo ascolto (anche io ce l’ho sul piatto da lunedi e non faccio altro che ascoltarlo di continuo…) e il disgusto iniziale, seppur mitigato, permane.

    Come sai, non capisco un’acca di musica e il mio giudizio è squisitamente emotivo, di pancia, e purtroppo lo stile musicale di questo disco non è proprio nelle mie corde. Io amo il Bruce che fa il rock duro di Darkness (non a caso uso la cover come avatar…) e non sono mai riuscito a farmi piacere il Bruce più melodico di Tunnel of Love o Working on a dream.
    Western Stars, in realtà, ha un suono e uno stile diverso da questi due dischi, con i quali però condivide la distanza da un rock più classico, ovvero il tipo di musica che piace a me.
    Non è un caso, quindi, che la canzone che mi piace di più sia Tucson Train che, così su due piedi, mi sembra l’unico eseguibile insieme alla E Street Band.

    Devo direi che ieri sera, per la prima volta, sono riuscito ad ascoltare mentre leggevo i testi (la mia confidenza con l’inglese è molto poca e per capire le parole delle canzoni ho necessariamente bisogno di leggere il libretto che accompagna il cd…) e devo dire che, una volta comprese le liriche, il disco guadagna molti punti.

    Tuttavia, il mio giudizio resta ancora insufficiente. E questa insufficienza – essendo io come specificavo prima, un ignorante musicale – è determianta da un dato di fatto ineluttabile: terminata questa fase iniziale nella quale sono animato dal desiderio di conoscere a fondo il disco, non avrò più desiderio di ascoltarlo, esattamente come mi è capitato con le sue ultime produzioni (High Hopes e Workin on a dream) e finirà nel dimenticatoio della mia discografia personale.

    Voglio però chiudere con una constatazione che mi sembra essenziale: è rimarchevole che, a 70 anni suonati, Bruce abbia ancora vogila non solo di fare musica, ma di esplorare e sperimentare sonorità nuove per lui, che abbia il coraggio di mettersi in discussione pubblicando un disco che, al di là di tutte le lodi che può ricevere dalla critica ufficiale, sicuramente farà storcere il naso allo zoccolo duro dei suoi fan, e per zoccolo duro non intendo i fanatici che plaudirebbero Bruce pure se facesse un disco di pernacchie, ma quelli che hanno vissuto la sua musica sulla propria pelle e l’hanno sperimentata come una forma essenziale di mediazione per le emozioni e i dolori che provavano nell’intimità del proprio cuore.
    Ecco, quest’onestà intellettuale e artistica di Springsteen lo rende ai miei occhi sempre il migliore, anche quando pubblica un disco che non mi piace.

    Piace a 1 persona

  2. Ti ringrazio per quanto scrivi e mi fa molto piacere, in particolare perchè questo post oltre che essere dedicato ad un album di un cantante che seguo ormai da quasi quarant’anni (mamma mia, mi vengono i brividi solo a pensarci!), è stato scritto di getto, quindi senza bozze rivedute e corrette. Scritto mentre ascoltavo brano per brano in cuffia ieri sera, dopo una mia iniziale reticenza nel pubblicare un post su un disco che ne sta parlando chiunque. Comunque non condivido quanto affermi di essere un ignorante musicale in quanto se lo fossi davvero ascolteresti ben altro e comunque le tue sono critiche ben argomentate su un disco che sta dividendo i fans e gli addetti ai lavori. Quindi fa benissimo ascoltare il parere di ognuno ed è bello non avere tutti le stesse idee, sai che noia e monotonia. Chiudo dicendo che come ben sai anche per me lo Springsteen che amo di più è quello del 1978/1980 periodo Darkness /The River ma all’epoca ero un “Angry Yong Man” come direbbe un altro grande storyteller come Steve Earle, mentre ora sono forse più disposto ad ascoltare quella che mio figlio diciassettenne definisce “musica per vecchi” …. 🙂

    Piace a 1 persona

  3. Io personalmente ho seguito Springsteen fino a Nebraska, poi per una mia attitudine di ricercare artisti sempre emergenti e lasciare al loro destino quelli già affermati (salvo alcuni casi), non sono la persona più adatta per giudicare quest’ultimo album di Bruce. Me lo gusto solo e sempre dai suoi live, dai suoi bootleg, perché lo ritengo molto più sincero. Poi è chiaro, un grande artista rimane tale al di là dei gusti personali e la storia del rock è lì a dimostrarlo. Inoltre sono convinto che se gli arrangiamenti di Western Stars fossero stati più scarni, sarebbe risultato più intimamente sentito. Rimane il fatto che la trasposizione filmica da te citata è effettivamente una notevole connotazione che lo caratteristica, e probabilmente come colonna sonora avrebbe avuto il suo notevole impatto. L’unico dubbio che mi rimane è che se questo disco, invece che a firma del boss, fosse stato di Picopallo, come l’avremmo giudicato? Ai posteri l’ardua sentenza…

    Piace a 2 people

    • Ne parlavo giusto ieri con un collega ed ho fatto la stessa osservazione: probabilmente sarebbe passato inosservato come la stragrande maggioranza delle uscite discografiche. Ogni pubblicazione di Bruce (come tutti gli artisti famosi ) è un evento e come tale viene trattato : ne parlano giornali anche non del settore e telegiornali (pure mia mamma 75enne la scorsa settimana mi ha fatto sapere che era a conoscenza di questo nuovo disco …) .
      E’ Vero che qui gli arrangiamenti sono spesso sopra le righe ( ma fortunatamente meno di quanto temevo) e probabilmente i brani rivisitati in versione più scarna ne avrebbero giovato ma bisogna rispettare l’artista, che ha espressamente voluto un disco con questo sound.

      "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.