Kenny Feidler – The Cowboy Killers ( Self Release, 2019)

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https://www.kennyfeidlermusic.com

Mi è capitato di ascoltare questo artista per caso e subito mi sono sentito in sintonia dopo aver ascoltato il suo ultimo disco. Kenny Feidler è cresciuto a Baltimora, nel Maryland. Appassionato della musica di Chris Ledoux, ha iniziato a cavalcare e partecipare ai rodei e si è trasferito nell’Oklahoma occidentale. Lungo la strada ha iniziato a scrivere canzoni per celebrare i cowboy dei rodei e con le registrazioni fatte in casa e poi vendute sul retro di una Cadillac a fine giornata, Feidler si è creato col tempo un fan-base solo tramite il passaparola che poi si è amplificato con i social media e le piattaforme digitali. Artista indipendente, ha una sua band che comprende Clade Schuelke (Chitarra) Scott Sweet (batteria) e Mike Hernandez (Basso), con il loro ultimo album “The Cowboy Killers” si sono trasformati in una autentica rock band solo venato di alt-country.
La voce è particolare, il suono è tosto e chitarristico, sin dall’iniziale “Rambling Ways”, un incrocio tra outlaw country e southern rock, voce rauca e potente ti danno la benedizione.

“Runaway” è più introspettiva, un bel brano roots rock che si ricollega in parte con quanto prodotto prima di questo disco, che è decisamente più virato al rock, “Cosmic Cowboy” ballata notturna ai margini del confine che poi si trasforma in un brano rock blues trascinante, sino alla deliziosa “Cowboy Killers” immersa nella provincia americana con i sussulti elettrici degni di un brano di heartland rock. Nel mezzo “Miles City” acustica ed intimistica, quasi malinconica.
“Bronc Fighter Blues” è un bel roots rock orecchiabile mentre “No Cars” è un grazioso brano arioso e di stampo classico contrappuntato da un’armonica, ma la successiva “Put Em in the Ground” è qualcosa che non ti aspetti e si raggiunge l’apice del disco: la voce aspra di Kenny unita ad improvvisi e taglienti assoli di chitarra ti ridanno la forza di proseguire nella tua misera quotidianità.

La chiusura è affidata ad un altro brano di ottimo livello: “Pale Horse Reprise”
è rock con gli attributi, le chitarre infilano rasoiate potenti a supporto della voce rauca di Kenny. Artista che ha saputo evolversi ed al quale auguro piena visibilità.

Voto: ***1/2

Tracklist:

1. Rambling Ways
2. Runaway
3. Cowboy Killers
4. Miles City
5. Cosmic Cowboy
6. Bronc Fighter Blues
7. No Cars
8. Put Em in the Ground
9. Pale Horse Reprise

R.I.P. Mac Rebennack a.k.a. Dr John

Con grande tristezza e dispiacere ho saputo della dipartita di un grande protagonista della musica.

Per celebrare questo grande artista ho pescato su You tube un brano a caso della sua immensa discografia, Lay My Burden Down (featuring Mavis Staples & The Dirty Dozen Brass Band)

Ciao mitico Dr John 😢😢

Mighty Mike Schermer Band – Bad Tattoo (Vizz Tone Label Group, 2019)

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Session man di lusso per artisti come Elvin Bishop, Bonnie Raitt, Charlie Musselwhite, Angela Strehli ed Howard Tate, poi maturato nell’ ingresso come membro fisso della band di Marcia Ball che gli ha dato un poco più di visibilità, tuttavia Mike Schermer non è ancora un nome noto tra gli ascoltatoti di musica blues e questo è un vero peccato in quanto è un ottimo chitarrista ma anche un abile compositore e questo disco ne è la dimostrazione: mescola con bravura diversi generi musicali con l’aiuto di molti ospiti in studio.
In apertura troviamo il brano “She Won’t Be Coming Back” che sfoggia un blues dal ritmo swingante sullo stile di Albert Collins, una delle principali influenze di Schermer nel suo periodo di inizio carriera.
La presenza di Eric Bernhardt al sax baritono e tenore e Nancy Wright al sax tenore fanno di questo brano un punto di forza dell’intero album.
I fiati sono presenti anche nella canzone “Bad Tattoo” altro swing blues che commenta con un certo sarcasmo la reazione di un uomo alla vista di una donna che sfoggia un “bad tattoo” col nome di un ex amante in bella vista.
Nel brano “Suffocating Love”, Schermer suona con l’ospite Chris Cain su una melodia che ricorda il funk di Johnny “Guitar” Watson. La backing band presente in studio include Tony Stead all’ organo, Paul Revelli alla batteria e Steve Ehrmann al basso.
Chris Cain fa un’altra apparizione in “Ain’t That The Way Love Goes”, passando al piano elettrico mentre Jim Pugh è presente all’organo e fa un ottimo lavoro creando un efficace tappeto sonoro. Il produttore Kid Andersen suona il basso e l’amico Alex Pettersen (The Nightcat) fa la sua apparizione alla batteria in questo brano dalle atmosfere spensierate della Big Easy con le backing vocals sullo sfondo.
Rick Estrin, famoso estro all’armonica è presente nel brano “Stop Looking For Love” un rock blues coinvolgente e sincopato, con Lisa Lueschner Andersen che aggiunge le sue harmony vocals prima che la canzone termini con un vivace “call and response” tra chitarra e armonica.

Il mago delle tastiere Austin DeLone invece lo troviamo presente nel brano “How Much Longer”, spigliato rock’n’roll blues di sicura presa.
“Baby Down The Well” ricorda le atmosfere di brani dei Blasters dove la sezione ritmica composta da Andersen al basso e Derrick “D’Mar” Martin alla batteria sono dei metronomi, Bob Welsh fa il suo lavoro al pianoforte e Schermer che sciorina le sue opinioni sulla vita moderna con tanto di assoli lancinanti di slide.

“Lover’s Hall Of Fame” utilizza alcune analogie con il baseball per proporre una bella canzone funky blues sullo stile di un Eric Lindell mentre in “I Can’t Let It Go” brano dal sound blues classico Chicago style, l’ospite Billy Price si unisce come supporto vocale. Schermer incoraggia gli ascoltatori a fare la loro parte per cambiare il mondo su “One Thing Every Day”,un brano semplice ma molto orecchiabile che ci porta nel sud degli States dalle parti dei Radiators. Il suo tono vocale si adatta perfettamente anche nella successiva “Hey Francine!”, un rock’n’ country con un tocco distinto della Louisiana. “Up All Night” scivola infine nel territorio di JJ Cale, un up tempo che scorre veloce alla conclusione del disco.

La voce di Schermer regge i ripetuti ascolti, il suo modo di suonare la chitarra è efficace e le canzoni restano fedeli a se stesse, pertanto ci sono tutti i presupposti perchè questo disco possa far conoscere il suo talento.
Intanto gustiamoci il fresco cocktail di suoni proposti in questo scampolo di primavera, forse il periodo migliore dell’anno.

Voto: ***1/2

Traslist:

01 She Won’t Be Coming Back
02 Lover’s Hall Of Fame
03 How Much Longer
04 I Can’t Let It Go
05 Bad Tattoo
06 Ain’t That The Way Love Goes
07 One Thing Every Day
08 Hey Francine
09 Baby Down The Well
10 Suffocating Love
11 Stop Looking For Love
12 Up All Night

Eli “Paperboy” Reed – 99 Cent Dreams (Yep Roc, 2019)

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Eli “Paperboy” Reed torna con una dozzina di nuove canzoni a tre anni di distanza dal precedente “My Way Home” e prosegue il suo percorso artistico con un approccio forse ancora più vintage rispetto al recente passato, dal deep soul marchiato Stax sino al funky stile James Brown.
Inciso in quel di Memphis nei famosi studi Sam Phillips con alla consolle Matt Ross-Spang (John Prine, Margo Price, Jason Isbell, Anderson East e Paul Thorn tra gli altri) ed una nuova band, questo “99 Cent Dreams” è un ottimo dischetto di soul revival nel quale predomina la voce graffiante di Reed ma anche una sensazione di qualcosa già sentito nel disco precedente. Tuttavia troviamo una serie di brani ammiccanti e di buon livello con begli interventi di chitarra dello stesso artista come in “Lover’s Compensation”, l’iniziale “News You Can Use” è fatta con buon gusto, ritmo e coi fiati a compensare la verve musicale.
Non c’è un solo brano sottotono, sono tutti da menzionare, orecchiabili e ben suonati: “Said She Would” brano soul (che nella versione singolo è presente il featuring di Big Daddy Kane, forse per dare maggiore visibilità al brano nelle charts e nei passaggi radiofonici) arricchito dalle backing vocals dei The Masqueraders, un terzetto veterano formatosi nei primi anni ’60, le cui armonie infondono ulteriore passione a un suono già virtuoso.
“Bank Robber” è uno degli apici del disco, un errebì soul trascinante, mentre “Coulda Had This” è un lentaccio soul come quelli che si ballavano a fine serata nelle discoteche di cinquant’anni fa, ma ripeto tutti i brani sono degni di menzione, col sound corposo, impreziosito dal supporto dei tre fiati.
La voce di Eli è inoltre molto gradevole ma soprattutto è importante sapere che è parte integrante delle nuove leve nel genere soul e R&B (si fa per dire, visto che quest’anno festeggia trentasette anni ed ha già inciso sei dischi: l’esordio “Roll With You” risale ormai ad una decina di anni orsono), oltre ad Eli ricordo ad esempio nella “new breed” Anderson East, Nick Waterhouse, St. Paul & The Broken Bones, e poi aggiungo anche Nathaniel Rateliff, Vintage Trouble, The Suffers, The Dip, The Bamboos sino ai più “pop mood” Joss Stone, Aloe Blacc e Leon Bridge per chiudere con l’ormai attempato ma sempre presente, il britannico James Hunter. L’ elenco per nostra fortuna è molto lungo, segno che questa musica regge nel tempo e piace anche alle nuove generazioni.
Insomma, qui ci trovate qualcosa di sincero, genuino e autentico, in quanto Reed è un musicista che crede nel potere affermativo della musica che canta.
E questo gli fa onore e gli dobbiamo rispetto anche se è un ragazzo bianco con gli occhi chiari, ma dentro sappiamo che ha una “soul black” come uno dei suoi (e nostri) tanti idoli Wilson Pickett.

Voto: *** 1/2

Tracklist:

1. News You Can Use
2. Said She Would
3. Bank Robber
4. 99 Cent Dreams
5. Holiday
6. Coulda Had This
7. Tryin’
8. Burn Me Up
9. Lover’s Compensation
10. In The End
11. A New Song
12. Couldn’t Find A Way

Johnny Sansone – Hopeland (Short Stack Records)

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Nato nel New Jersey ma residente ormai da quasi trent’anni a New Orleans, Johnny Sansone è stato attratto sin da giovane da questa città in quanto si era innamorato dei ritmi cajun e zydeco degli oriundi creoli e canadians che abitavano in Louisiana e volle imparare a suonare la fisarmonica. Poi in seguito l’interesse si spostò sull’armonica e qui diventò negli anni sempre più richiesto dalle leggende locali,come i fratelli Neville, Monk Boudreau, Jon Cleary, Dr John tra gli altri, ed acquisì anche il soprannome di Jumpin’ Johnny
spostando il suo interesse al blues del delta.
Prodotto come i precedenti sette album da Anders Osborne (artista svedese trapiantato nella Crescent City da inizio anni ’90, anche se recentemente è emigrato con la famiglia nel sud della California) aiutato alla consolle con la pluripremiata ai Grammy, Trina Shoemaker si avvale anche di alcuni ospiti importanti come i fratelli Dickinson dei North Mississippi Allstars e Jon Cleary. Il disco in questione dal titolo “Hopeland” è composto da soli otto brani per un totale di circa 35 minuti di musica ma in questo caso non è un difetto in quanto la musica è suonata in maniera essenziale e senza sprechi.
“Derelict Junction” è un blues elettrico dal suono classico ma bello tosto con l’armonica e la voce di Sansone che si contrappone alle chitarre superbe di Luther Dickinson ed Anders Osborne.
“Delta Coating” è più ariosa ed incontra il country del sud, dal Tennessee alla Louisiana, qui è grande il lavoro di Luther Dickinson alla chitarra slide ed il contorno con l’ armonica di Sansone.
“Hopeland” è fantastica ed è stata scritta con in mente il famoso brano, ormai un classico del sud degli States, “Across the Borderline” brano scritto da Ry Cooder, John Hiatt e dal padre di Cody e Luther , Jim Dickinson ed interpretato da decine di artisti (oltre allo stesso Cooder ed Hiatt anche da Bob Dylan, Willie Nelson, Willy De Ville, Freddy Fender, Springsteen, ecc) e ne ricalca l’atmosfera rilassata, una grande ballata intensa con un ottimo intervento alla slide di Luther, del piano di Cleary ed una grande interpretazione vocale di Johnny.

“Plywood Floor” è un rock’n’roll blues tirato e pieno di energia, con una bottleneck guitar da favola (che ricorda il miglior Ry Cooder) e grandi interventi di armonica. “Johnny Longshot” è rock blues sudista stile Little Feat
con la slide di Luther Dickinson sugli scudi mentre “Can’t Get There From Here” torna con prepotenza al sound blues con innesti boogie, gli interventi dell’armonica e la voce calda di Sansone fanno il resto.
“One Star Joint” è classic blues from Chicago con armonica e chitarre che si sfidano all’ultima nota, in un train sonoro di grande impatto. La voce di Sansone qui mi ricorda molto quella di Omar Dykes degli Howlers.
Chiude il disco il brano “The Rescue” una ballata tipica del sud degli States con la voce pacata di Johnny ed un accordion che sono protagonisti ma non meno importanti sono la slide di Luther ed il piano posti in sottofondo, che ci donano una melodia affascinante e molto rilassata.

Voto: ***1/2

Tracklist:

1. Derelict Junction (4:23)
2. Delta Coating (4:03)
3. Hopeland (5:24)
4. Plywood Floor (3:47)
5. Johnny Longshot (4:03)
6. Can’t Get There From Here (3:16)
7. One Star Joint (5:18)
8. The Rescue (4:39)

Nick Waterhouse – Nick Waterhouse (Innovative Leisure Rec., 2019)

Nick Waterhouse

Il nuovo disco di questo personaggio, non certo famoso ma è da considerare come un vero professionista in quanto, oltre che cantante e musicista è anche arrangiatore produttore e compone i suoi brani, nei quali si respira un’aria vintage posta a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, e si aggiungono ritmi e melodie che catturano subito l’ascoltatore. Questo nuovo album dal titolo omonimo è stato registrato con l’aiuto di Andres Renteria alle percussioni, Ricki Washington (il padre del più famoso Kamasi) al flauto, Mando Dorame e Paula Henderson ai sax e prodotto da Paul Butler e comprende undici brani nei quali troviamo i diversi generi ai quali Nick è appassionato, ovvero lo swing, il R&b, il Rock’n’roll,il soul, più molti elementi beat, ska, surf e rockabilly.

“By Heart” apre il disco con toni soul e swing tenui e quasi pop, la voce è molto gradevole, i cori con le percussioni e l’organo in sottofondo fanno il resto, segue “Song for winners” un grande brano R&B abilmente mescolato col beat e lo swing, è teso e vibrante con interventi dei sax ad arricchire il sound.
“I Feel An Urge Comin’ on” è un altro brano di punta dai caldi ritmi soul con il piano e le voci femminili a contrapporre la voce di Nick, la sezione ritmica è precisa come un orologio da polso dei fifties ed i sassofoni sono un vento caldo che ti avvolge ogni qualvolta intervengono nel brano.
“Undedicated” è uno swing soul d’atmosfera, notturno e da locale fumoso con il sax grande protagonista, mentre la successiva “Black Glass” ci regala un sound
r’n’r swing intrigante, che cattura l’ascoltatore con i vari solo di sax e di percussioni disseminati nel brano. “Wreck The Rod” è un allegro R&B con i fiati ed i cori femminili che diventano protagonisti assieme alla voce di Nick.

“Which Was Writ” è più particolare, andamento sincopato con influenze blues ed un cantato confidenziale, la chitarra finalmente ha un ruolo più importante rispetto ai brani precedenti che ha una funzione essenzialmente ritmica, mentre “Man Leaves Town” è un movimentato rock’n’roll con innesti swing e R&B che ti fa venir voglia di ballare; la successiva “Thought & Act” è per contro uno slow riflessivo e quasi malinconico.
“El Viv” è un surf strumentale con protagonista la chitarra e le percussioni anche se nel finale il sound si amplia e si arricchisce di interventi dei fiati e del piano, mentre la finale “Whenever She Goes (She is Wanted)” è una magnifica rumba coinvolgente e spensierata.
Un disco da consumare nelle prossime calde serate estive.

Voto: ***1/2

Tracklist:

1 By Heart 4:04
2 Song for Winners 3:01
3 I Feel An Urge Coming On 3:21
4 Undedicated 4:09
5 Black Glass 3:29
6 Wreck The Rod 2:44
7 Which Was Writ 2:45
8 Man Leaves Town 3:02
9 Thought & Act 4:11
10 El Viv 3:20
11 Wherever She Goes (She Is Wanted) 3:16

Novità Discografiche Giugno 2019

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Ecco cosa ci riserva il prossimo mese di Giugno nelle pubblicazioni discografiche:

07/06

Eleni Mandell – Wake Up Again

Hollis Brown – Ozone Park

Dylan Le Blanc – Renegade

Santana – Africa Speak

Perry Farrell – Kind Heaven

Jake Xerses Fussell – Out of Sight

Peter Perrett – Human world

Peter Frampton Band – All Blues

14/06

Bruce Springsteen – Western Stars

Chris Robinson Brotherhood – Servants of The Sun

Chris Shiflett – Hard Lessons

Madonna – Madame X

Lukas Nelson & Promise of The Real – Turn Off The News

Keb Mo – Oklahoma

Mattiel – SatisFactory

21/06

The Raconteurs – Help Us Strangers

Buddy & Julie Miller – Breakdown on 20th Ave. South

Jim Lauderdale – From Another World

Hollywood Vampires (Johnny Depp,Alice Cooper & Joe Perry) – Rise

28/06

The Black Keys – Let’s Rock !

Jade Jackson – Wilderness

Buon Ascolto !!!

Ryan Bingham – American Love Song (Axster Bingham/Thirty Tigers Rec., 2019)

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Questo post ho dovuto riscriverlo due volte in quanto wordpress, per qualche motivo a me sconosciuto, non ha salvato il primo scritto.
Sarà anche destino ma riscrivere ciò che avevo già fatto in precedenza mi ha innervosito e non poco, in particolare per il sempre poco tempo disponibile; tuttavia per il buon Ryan era il minimo che potessi fare; per i suoi quattro anni di silenzio passati dal disco “Fear and Saturday Night”, ben poco incisivo, senza dimenticare il precedente “Tomorrowland” abbastanza deludente.
Ryan paga lo scotto di aver esordito alla grande con il fantastico “Mescalito” nel 2007, denso di ballate desertiche e roots rock ruvidi al quale aveva fatto seguito un altro bel disco “Roadhouse Sun” ed il ragazzo del New Mexico, all’ epoca prodotto da Marc Ford (ex Black Crowes, ora con i Magpie Salute), aveva convinto tutti e gli estimatori erano cresciuti a livelli esponenziali sino a divenire una star grazie all’intervento di T-Bone Burnette per la colonna sonora del film “Crazy Heart”, dove la canzone “The Weary Kind” vinse il Golden Globe come migliore canzone originale.
“American Love Song” è decisamente un passo avanti rispetto agli ultimi due album, riuscendo a sbloccare sia la propria narrativa sviluppando le sue visioni, sia la musica rendendola più omogenea ed ispirata.
“Jingle and Go” apre il disco ed è un moderno honky tonk sbilenco con cori in sottofondo e gli Stones nel cuore, segue “Nothin Holds Me Down” un tosto southern rock, mentre “Pontiac” pone in apertura i violini ma si tramuta subito in un debordante brano rock.

Subito eterogeneo quindi e per nulla scontato, con un crescendo di grande impatto. Si prosegue con “Lover Girl” una bella e pacata ballata country poi a seguire “Beautiful and Kind” ballata dall’ impianto folk scarno, condito solo da chitarra e voce, mentre “Situation Station”, ariosa ballata easy da west coast spiazza un poco, come il successivo episodio “Got Damn Blues” ruvido ed abbastanza scontato omaggio al blues di Muddy Waters, a seguire “Time For My Mind”, sgangherato quanto piacevole brano country rock.
“What Would I’ve Become” è un brano alternative country che pesca dagli anni 90’s, mentre il successivo “Wolves” è un altro brano folk dalla struttura essenziale,a seguire “Blue” episodio di classic rock poco incisivo per passare ad “Hot House” carino blues acustico ma francamente abbastanza monotono.
I tre brani posti in chiusura rialzano finalmente l’asticella: “Stones” è un rarefatto brano d’atmosfera sorretto da archi, cori e dalla voce roca di Ryan; “America” un bel brano folk che è un lamento da vero song-writer sulle orme di Woody Guthrie e Ryan racconta la crisi in cui sono sprofondati gli States, una volta simbolo della democrazia (ndb: definizione quanto mai opinabile).
Le liriche, come dicevamo, sono migliorate qualitativamente rispetto il recente passato, il sound invece non sempre è al livello delle aspettative, viene affidato alla produzione dell’ormai esperto Charlie Sexton (Bob Dylan band in primis) e conferiscono tuttavia a queste quindici canzoni una forma decisamente accattivante. Ryan Bingham è tornato con un carico di brani autentici anche se ancora in fase transitoria.

Voto: ***

Tracklist:

1 Jingle and Go 3:52
2 Nothin’ Holds Me Down 3:24
3 Pontiac 3:22
4 Lover Girl 6:25
5 Beautiful and Kind 3:16
6 Situation Station 4:27
7 Got Damn Blues 4:36
8 Time for My Mind 3:27
9 What Would I’ve Become 4:19
10 Wolves 4:32
11 Blue 6:02
12 Hot House 4:35
13 Stones 6:04
14 America 3:00
15 Blues Lady 4:48

Nils Lofgren – Blue With Lou (Cattle Back Road Rec., 2019)

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Dopo il disco di Miami Steve e prima di quello di Bruce ecco il nuovo di Lofgren. Era dal 2011 che il chitarrista della E-Street Band non faceva un disco a suo nome. Chitarrista di grande valore, Nils Lofgren ha anche in parallelo una carriera solista cominciata sin dagli anni ’70. Questo disco è stato registrato in collaborazione con Lou Reed e si torna indietro al 1978 quando Lofgren stava lavorando ad un suo disco che uscirà poi l’anno successivo intitolato semplicemente “Nils”(1979) ed all’epoca cercava collaborazioni per scrivere testi e su suggerimento del produttore Bob Ezrin contatta Lou Reed il quale accetta con entusiasmo in quanto i due si compensano a vicenda: Lou scrive facilmente i testi, mentre Nils predilige le musiche: infatti ha un nastro pronto con una dozzina di brani solo strumentali sui quali Lou dovrà lavorare. I due non si sentono più per diverso tempo, entrambi presi dai loro progetti e nel frattempo Lofgren termina le registrazioni del suo disco solista, poi una notte qualsiasi Lou Reed chiama Nils e gli rivela di aver terminato i testi di almeno metà delle musiche incise sul nastro. Peccato che quei brani non furono mai pubblicati sinora, quindi il chitarrista ha deciso che era giunto il momento di utilizzarli sul nuovo album al quale stava lavorando in questi ultimi tempi.
Ci sono sei canzoni scritte da Nils assieme a Lou Reed, e ben cinque sono inedite, ma purtroppo, dopo alcuni ascolti bisogna ammettere che non si grida al miracolo, i cinque brani sono normalissimi anzi in alcuni casi quasi anonimi. Registrato dal vivo in studio, con Andy Newmark alla batteria e Kevin McCormack al basso, il disco si apre col brano “Attitude City” il primo scritto con Lou Reed ma è un pezzo privo di mordente, chitarra sempre in movimento e cori in sottofondo, urban rock quasi notturno ma anonimo e poco incisivo.
Si prosegue con “Give” che si apre con un ritmo boogie ed la chitarra di Nils che ricama in loop, poi il brano cresce d’intensità e la voce di Lofgren si doppia con una voce femminile che lo rende piacevole da ascoltare, ma siamo ancora lontani dal definirlo un buon brano.
Anche “Talk Thru The Tears” pur essendo una rock ballad carina, accompagnata da piano e cori maschili su una chitarra blues ben impostata, ma non è altro che un brano che si dimentica facilmente. “Pretty Soon” è finalmente una bella ballata epica e malinconica con un buon lavoro di chitarra, che mi ricorda alcuni brani di Mark Knopfler.

“Rock Or Not” è una rock song niente male ma dal sound già sentito in altri dischi di Nils, mentre “City Lights” (altro brano scritto con Lou) aperta da un sax con il ritmo quasi caraibico è finalmente un poco d’aria fresca in una giornata torrida. Il sax continua ad accompagnare il cantato di Nils, poi si aggiungono i cori maschili e ci consegna finalmente un bel brano d’ atmosfera.
“Blue With Lou” ha una melodia rock piacevole ed un suono pulito ed il brano regge bene alla distanza inoltre è solido e ben suonato.
“Don’t Let Your Guard Down” è forse uno dei brani migliori scritti con Lou Reed e tra i migliori del disco: rock urbano notturno e chitarristico, belle voci femminili di contorno e la melodia è vincente.
“Too Blue To Play” è l’apice del disco: una ballata rilassata coi sapori del border dal suono classico ma suonato con gran classe. Anche in questo caso la accosterei ad un brano stile Mark Knopfler.
“Cut Him Up” (altro brano scritto con Lou), apertura con piano e sezione ritmica poi entra la chitarra e la voce di Nils è un rock teso e chitarristico orecchiabile e ben suonato, con l’aggiunta di una voce femminile che arricchisce
il sound rendendolo più gradevole.
“Dear Heartbreaker” dedicata a Tom Petty è un altro brano molto bello, un rock’n’soul degno di essere incluso in un disco di un grande chitarrista come Nils; per fortuna la manciata di canzoni positive bilanciano l’album e lo riportano su livelli accettabili. Chiude il disco “Remember You” ballata d’atmosfera che si apre con archi, organo e voce del nostro poi entrano i cori maschili e la canzone prende corpo , batteria spazzolata (sullo stile di quella che troviamo nel singolo di Bruce “Hello Sunshine”) e chiusura decisamente malinconica. In definitiva un disco onesto ma dal quale sinceramente mi attendevo di più, forse perchè ritengo il Lofgren solista valido quanto il chitarrista che tutti hanno imparato a conoscere.

Voto: ***

Tracklist:

1 Attitude City 4:24
2 Give 5:56
3 Talk Thru The Tears 4:08
4 Pretty Soon 3:49
5 Rock Or Not 3:31
6 City Lights 4:15
7 Blue With Lou 7:12
8 Don’t Let Your Guard Down 2:52
9 Too Blue to Play 4:00
10 Cut Him Up 6:08
11 Dear Heartbreaker 5:02
12 Remember You 4:58

Little Steven And The Disciples Of Soul ‎– Summer Of Sorcery (Universal Music, 2019)

Little Stevie

La E-Street Band si è presa una lunga pausa e Bruce, ormai lo sanno anche le pietre, è in procinto di pubblicare il nuovo disco solista il prossimo 14 Giugno,inoltre Nils Lofgren ha appena dato alle stampe il nuovo “Blue With Lou” ma c’è in pista anche il nuovo di Little Steven.
Dopo “Soulfire” di due anni orsono (recensito su questo blog https://wp.me/p3cehQ-7pB) che veniva pubblicato a ben diciotto anni di distanza dal precedente “Born again savage” (datato 1999) al quale era seguito il world tour ed il conseguente disco live triplo estratto (https://wp.me/p3cehQ-8VA) ci troviamo tra le mani questo nuovo di Little Steven, uno che non ha più nulla da dimostrare a nessuno ma prova ancora un forte sentimento nel lavoro che fa ed è uno dei pochi rimasti a riproporre l’ Asbury Sound, quel genere che mi procura ancora oggi a distanza di quasi quarant’anni dalla prima volta che lo ascoltai dei grandi brividi di piacere.
Steven Van Zandt è un grande cultore della musica, un appassionato, un ascoltatore attento sia alle nuove leve che al rock del passato associato al soul, al garage e tutto il resto, con particolare attenzione a quella nata nel decennio sixties, doo wop ed R&B compresi, tutto quanto ascoltato nel disco precedente, e questo “Summer of Sorcery” non è altro che la degna continuazione anche se il nostro Stefano Lento si spinge sino al periodo delle estati della sua giovinezza (da qui si ispira il titolo dell’album) quando le canzoni erano una cosa importante, un’ emozione unica, che ti facevano sentire in cima al mondo.
Ritroviamo quindi un disco di grondante e godibile R&B e soul meticcio che si sposa egregiamente con il rock e la musica latina contaminata da un meltin’ pot di percussioni, cori e fiati che ti contagiano e ti trasportano direttamente ad un’estate qualsiasi del passato trascorsa nel Jersey Shore.
Registrato nei Renegade Studios di New York di sua proprietà, Steve co-produce con Marc Ribler, chitarrista dei Disciples of Soul, completano la formazione il tastierista Lowell “Banana” Levinger, il bassista Jack Daley, il batterista Joe Mercurio, il percussionista Anthony Almonte, il tastierista Andy Burton (Hammond e piano) e l’ottima sezione fiati che comprende tra gli altri l’ormai famoso Eddie Manion più tre coriste ben disposte ad arricchire ulteriormente il corposo sound. Il tutto è stato mixato e masterizzato da Bob Clearmountain e Bob Ludwig, nomi ormai noti che gravitano attorno al circuito musicale di Springsteen da decenni.
“Communion” è il brano d’apertura: rullo di tamburi, un organo poi il brano parte con un sound r’n’b roboante di fiati e cori femminili, il ritmo rallenta ed accelera sino all’ingresso di hand clap e cori doo woop: è una chiara dichiarazione che la festa ha inizio. Infatti il brano successivo ce lo comunica ufficialmente, quasi non avessimo capito le sue reali intenzioni “Party Mambo!” ci porta nel quartiere latino di New York con una versione mambo degna di Tito Puente. La successiva “Love Again” è un ottimo rock’n’soul che rimanda all’amico Southside Johnny Lyon, molto bella, orecchiabile e romantica.
“Vortex” cambia le carte in tavola e si apre con le sirene della polizia, poi percussioni, basso e chitarra sugli scudi, cori femminili, archi ed un flauto completano l’ atmosfera funkeggiante e notturna in pieno clima da ghetto newyorkese. “A World of Our Own” ha un sound già sentito, utilizzato da Steve in passato, ma è impossibile non apprezzare il brano romantico grondante di fiati su un portentoso wall of sound di Spector ed anche in questo caso sembra di ascoltare un brano di Southside Johnny (anche se bisogna ricordare che spesso il leone del Jersey canta canzoni scritte ed arrangiate proprio da Little Steven) in quanto è ormai l’unico a promuovere ancora e sistematicamente l’ Asbury Sound degli esordi. “Gravity” sposta leggermente l’asse sul soul bagnato da funky e jazz latino, complici una tromba fantastica e poi organo, archi e le harmony vocals che sembra arrivino direttamente dal brano Sun City.
“Soul Power Twist” è una delle vette del disco, un soul twist (Willy DeVille docet) d’altri tempi, cantato con in mente il grande Sam Cooke e coi fiati a profusione: è uno spettacolo, come tutto il resto dell’album.

“Superfly Terraplane” è rock allo stato puro, con le chitarre in tiro, cori alle spalle e fiati che richiamano a gran voce il rock’n’roll di Detroit di Mitch Ryder ma cantato come nel medley di Bruce, roba da far venire la tachicardia.
“Education” si apre con un sitar poi il sound si sposta subito verso un rock latino che almeno inizialmente sembra occhieggiare alla famosa “Bitter Fruit” poi la melodia diventa sinuosa e Steven gioca al “call and response” col coro
per un brano francamente un poco sottotono, ma possiamo concederglielo, dato che finora non ha sbagliato una virgola.
“Suddenly You” è un brano inusuale per il nostro, parte con leggere percussioni, è molto piacevole, dolce e notturno con una tromba che ogni tanto interviene a spezzare il romantico tappeto sonoro.
Non poteva mancare l’omaggio al blues con la successiva “I Visit The Blues” , (ricordo che Miami Steve è presente in qualità di ospite nel recentissimo disco di John Mayall) un brano Chicago style molto ben suonato.
Il brano “Summer of Sorcery” chiude in maniera superba un disco veramente godibile, piacevole, pieno di energia, di voglia di divertirsi e divertire, ma questa canzone finale in realtà è una ballata rock romantica che supera gli otto minuti ed emoziona per i tempi andati ma più ancora per l’assolo di sax presente, forse un omaggio all’amico Clarence che non c’è più, ma il suo ricordo è più vivo che mai. Bellissima, non mi vergogno a dire che mi sono scese le lacrime durante l’ ascolto. Cosa si può chiedere di più ad un disco se non emozionarci, ma di questi tempi è sempre più raro. Mille grazie, Steve e fai buon viaggio nel tuo nuovo World Tour.

Voto: ****

Tracklist:

1 Communion 6:01
2 Party Mambo! 4:33
3 Love Again 4:36
4 Vortex 4:46
5 A World Of Our Own 4:36
6 Gravity 5:26
7 Soul Power Twist 4:38
8 Superfly Terraplane 4:33
9 Education 4:52
10 Suddenly You 3:06
11 I Visit The Blues 4:38
12 Summer Of Sorcery 8:08