Tim Bluhm – Sorta Surviving (Blue Rose Music, 2019)

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Già leader dei The Mother Hips, band di San Francisco, Tim Bluhm si ripresenta con un nuovo disco solista dopo un ultimo periodo di vita molto travagliato (il divorzio dalla moglie, la cantante Nicki Blum, avvenuto nel 2015 e poi un grave incidente stradale che l’ha costretto a numerosi interventi chirurgici dai quali ne è finalmente uscito solo recentemente), “Sorta Surviving” è un disco di country classico, forse influenzato dal luogo dove l’ha registrato, il Cash Cabin Studio di Johnny Cash, ora passato al figlio John Carter Cash, tuttavia Tim non ha mai fatto mistero di essere un appassionato di questo genere musicale, infatti si è circondato da musicisti ben “collaudati” come Dave Roe (per un lungo periodo è stato bassista nella band di Johnny Cash), i chitarristi Jack Pearson e Jesse Aycock , poi Jason Crosby al piano sino ad Elizabeth Cook e Harry Stinson (Steve Earle e Marty Stuart) alle backing vocals.

Sorta Surviving è un disco ben suonato e piacevole da ascoltare sin dal brano posto in apertura “Jesus Save A Singer” un country classico in odore di gospel con i cori in sottofondo, guidato dal piano di Crosby.

La successiva “No Way To Steer” è splendida: una country song accompagnata da una steel guitar e dal piano a supporto della bella voce di Tim.
“Jimmy West” è una ballata in stile western mentre la successiva “Where I Parked My Mind” è un bel honky-tonk.
“Raining Gravel” è un brano lento con forti richiami agli anni settanta, come del resto la title track “Sorta Surviving” sostenuta da una gradevole melodia ha il sapore del country rock californiano di quegli anni, mentre la successiva “Del Rio Dan” è un brano rock sostenuto da una bella chitarra elettrica, accompagnato da piano, organo e cori ha accenti sudisti.
“I Still Miss Someone” è una piacevole rilettura del brano di Johnny Cash ( un omaggio dovuto, visto il luogo in cui ha inciso il disco)

la successiva “Squeaky Wheel” è un bluegrass veloce e ritmato che anticipa la chiusura del disco con una lenta ed appassionata cover di “Kern River” un brano del grande Merle Haggard.
Un disco di classico country cantautorale di grande qualità e spessore.

Voto: ***1/2

Tracklist:

1 Jesus Save A Singer 3:08
2 No Way To Steer 3:11
3 Jimmy West 3:44
4 Where I Parked My Mind 3:28
5 Raining Gravel 3:46
6 Sorta Surviving 3:15
7 Del Rio Dan 4:24
8 I Still Miss Someone 3:15
9 Squeaky Wheel 3:55
10 Kern River 3:05

Bruce Springsteen – Western Stars (Sony / Columbia Rec., 2019)

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Mai giudicare un disco dai singoli che lo hanno preceduto. E’ ciò che mi sono detto quando rimettevo da capo per l’ennesima volta il nuovo “Western Stars” quanto mai discusso, ora criticato, esaltato o addirittura stroncato.
Strana gente gli Springsteeniani (non temete, ci sono pure io nel mucchio).
A mio modesto parere e dopo circa un trentina di ascolti quasi ininterrotti sinora (in auto per andare al lavoro e ritorno, in cuffietta al parco oppure in casa, solo, di notte ed al buio, come conviene per dischi come questo) risulta un disco bello, in alcuni casi addirittura decisamente bello, intenso e con un Bruce in piena forma, sia come songwriter che come musicista.

Domina una musica a tratti quasi cinematografica che comunque rimane ancorata agli stilemi pop rock dai quali lo stesso Bruce ci aveva anticipato prendere spunto, quindi gli arrangiamenti orchestrali sono parte della musica proposta ma direi che non sono certo invadenti come mi aspettavo o come si era paventato
(a parte ” There Goes My miracle”, che a mio avviso rimane l’episodio più debole dell’intero disco, ma che tuttavia nel complesso si lascia ascoltare), il tutto arricchito da testi con trame quasi western e cantati da Bruce con voce convinta e convincente.

Bruce e Ron Aniello, oltre che essere i produttori, si occupano della maggior parte degli strumenti (chitarre, banjo, basso, piano, celeste, mellotron, organo, percussioni, vibrafono e glockenspiel) ai quali si aggiungono Charlie Giordano al piano e fisarmonica; Gunnar Olsen, Jon Brion e Matt Chamberlain si alternano alla batteria; Greg Leisz, Marty Rifkin e Marc Muller alle Pedal Steel Guitars; Lenny Castro alle percussioni e congas, l’ex E-Streeter David Sancious al piano (in “The Wayfarer”)ed organo [in “Drive Fast(The Stuntman)”], sino a Patti Scialfa, Cindy Mizelle, Curtis King, Michelle Moore e Soozie Tyrell alle backing vocals. Ai quali vanno aggiunti i credits degli orchestrali e dei fiati (tra i quali segnalo la presenza di Ed Manion al Sax) per un totale complessivo di circa cinquanta musicisti coinvolti nelle sessions. Non male per un disco “solista”.

“Hitch Hikin’” apre l’album in maniera più che dignitosa, Bruce canta la melodia con voce limpida e rilassata, circondato da strumenti a corda, chitarre acustiche e banjo: dopo circa un minuto entra l’orchestra, ma con discrezione, ed il brano cresce poi si inserisce il pianoforte che contribuisce ad aumentarne la tensione emotiva.
“The Wayfarer” ha una struttura melodica simile al brano precedente ma il cantato di Bruce è meno immediato, la strumentazione si arricchisce ed entrano pianoforte ed archi e ne diventano i protagonisti, quasi fosse una sorta di “score movie” e nel finale si aggiungono backing vocals ed organo, che completano un altro bel brano.
“Tucson Train” è più rock, con la voce ben impostata del Boss, cominciano gli archi ma presto intervengono le chitarre elettriche e qui il sound rimanda in parte al disco The Rising.

La title track “Western Star” è una ballata densa di atmosfere country & western con una pedal steel in sottofondo che sembra estrapolata dalla colonna sonora di un film, magari con protagonista John Wayne (che Bruce cita nel testo), il cantato si fa più confidenziale, poi però il brano cresce d’intensità ed entrano archi e sezione ritmica a consegnarci un altro ottimo brano.
La successiva “Sleepy Joe’s Café” è un brano rock arioso e solare, orecchiabile e molto coinvolgente, merito anche per l’ intervento dell’ accordion e del violino la melodia si sposta verso un sound mexican/cajun e diventa davvero irresistibile, una delle canzoni più spassose ascoltate quest’anno dal sottoscritto.

“Drive Fast (The Stuntman)” si apre col piano e la chitarra a supporto della voce di Bruce poi entrano tutti gli altri strumenti, compreso gli archi ma rimangono in disparte, ed il sound rimane rilassato, quasi intimistico.
Grande brano che, non chiedetemi il perchè, mi riporta alle sue vecchie canzoni di metà anni ’70.
“Chasin’ Wild Horses” è una ballata intensa e di grande impatto ma eseguita con strumentazione scarna, dove svettano su tutto una splendida steel guitar, il banjo poi subentra un intervento orchestrale che la rende quasi unica.
“Sundown”, in apertura pianoforte ed archi poi entra la sezione ritmica e la voce ben impostata di Bruce per un altro brano di grande livello, epico, ma gli arrangiamenti sopra le righe la limitano un poco: prendere o lasciare.
“Somewhere North Of Nashville” è stupenda, la linea melodica è intrigante con la sola chitarra, piano e pedal steel, peccato per la durata, meno di due minuti, ma bastano per amarla da subito.

“Stones” è una rock ballad fluida e limpida dalla strumentazione ricca e coinvolgente (altro potenziale score movie), mentre “There Goes My Miracle”, come già accennato in precedenza lo considero il brano più debole del disco, tuttavia si tratta di una pop song con una grande interpretazione vocale di Bruce,ma l’orchestra eccede anche se si tratta di un peccato veniale. E poi Bruce voleva proprio rievocare questo tipo di musica, quindi bisogna riconoscere che, piaccia o meno, è riuscito in pieno nell’intento.
“Hello Sunshine” è il primo singolo estratto ed ormai la conoscono anche le pietre, è una ballata country folk pop genuino, piacevole ed orecchiabile mentre per chiudere il disco sceglie un brano acustico di grande impatto emotivo: “Moonlight Motel” è malinconico e commovente, non mi vergogno a dire che mi ha fatto scendere le lacrime (negli ultimi due anni mi è capitato soltanto altre due volte: con un brano dei nostrani Cheap Wine e con un brano di Michael Mc Dermott).

Un disco che parte con un autostoppista e che finisce in un motel, un ritorno al “concept album”, una sorta di metafora sulla vita che durante il viaggio raccoglie una serie di storie amare, piene di solitudine, di depressione e malinconia: il filo di speranza che sembrava esserci nei protagonisti dei dischi precedenti sembra essersi perduto irrimediabilmente facendo spazio alla disillusione ed all’ amarezza di una vita ormai per molti di noi incomprensibile.
Bruce, nonostante conduca una vita da ricco e privilegiato settantenne, riesce a dar voce a questi personaggi risultando ancora una volta credibile, facendoci emozionare, ben consapevole che la sua vita è quasi giunta al tramonto.
Disco di grande spessore e grande qualità.
Promosso a pieni voti.

Voto: ****

Tracklist:

1 Hitch Hikin’ 3:38
2 The Wayfarer 4:18
3 Tucson Train 3:32
4 Western Stars 4:41
5 Sleepy Joe’s Café 3:15
6 Drive Fast (The Stuntman) 4:16
7 Chasin’ Wild Horses 5:04
8 Sundown 3:17
9 Somewhere North Of Nashville 1:53
10 Stones 4:44
11 There Goes My Miracle 4:06
12 Hello Sunshine 3:56
13 Moonlight Motel 4:18

Kenny Feidler – The Cowboy Killers ( Self Release, 2019)

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https://www.kennyfeidlermusic.com

Mi è capitato di ascoltare questo artista per caso e subito mi sono sentito in sintonia dopo aver ascoltato il suo ultimo disco. Kenny Feidler è cresciuto a Baltimora, nel Maryland. Appassionato della musica di Chris Ledoux, ha iniziato a cavalcare e partecipare ai rodei e si è trasferito nell’Oklahoma occidentale. Lungo la strada ha iniziato a scrivere canzoni per celebrare i cowboy dei rodei e con le registrazioni fatte in casa e poi vendute sul retro di una Cadillac a fine giornata, Feidler si è creato col tempo un fan-base solo tramite il passaparola che poi si è amplificato con i social media e le piattaforme digitali. Artista indipendente, ha una sua band che comprende Clade Schuelke (Chitarra) Scott Sweet (batteria) e Mike Hernandez (Basso), con il loro ultimo album “The Cowboy Killers” si sono trasformati in una autentica rock band solo venato di alt-country.
La voce è particolare, il suono è tosto e chitarristico, sin dall’iniziale “Rambling Ways”, un incrocio tra outlaw country e southern rock, voce rauca e potente ti danno la benedizione.

“Runaway” è più introspettiva, un bel brano roots rock che si ricollega in parte con quanto prodotto prima di questo disco, che è decisamente più virato al rock, “Cosmic Cowboy” ballata notturna ai margini del confine che poi si trasforma in un brano rock blues trascinante, sino alla deliziosa “Cowboy Killers” immersa nella provincia americana con i sussulti elettrici degni di un brano di heartland rock. Nel mezzo “Miles City” acustica ed intimistica, quasi malinconica.
“Bronc Fighter Blues” è un bel roots rock orecchiabile mentre “No Cars” è un grazioso brano arioso e di stampo classico contrappuntato da un’armonica, ma la successiva “Put Em in the Ground” è qualcosa che non ti aspetti e si raggiunge l’apice del disco: la voce aspra di Kenny unita ad improvvisi e taglienti assoli di chitarra ti ridanno la forza di proseguire nella tua misera quotidianità.

La chiusura è affidata ad un altro brano di ottimo livello: “Pale Horse Reprise”
è rock con gli attributi, le chitarre infilano rasoiate potenti a supporto della voce rauca di Kenny. Artista che ha saputo evolversi ed al quale auguro piena visibilità.

Voto: ***1/2

Tracklist:

1. Rambling Ways
2. Runaway
3. Cowboy Killers
4. Miles City
5. Cosmic Cowboy
6. Bronc Fighter Blues
7. No Cars
8. Put Em in the Ground
9. Pale Horse Reprise

Eli “Paperboy” Reed – 99 Cent Dreams (Yep Roc, 2019)

eli paperboy

Eli “Paperboy” Reed torna con una dozzina di nuove canzoni a tre anni di distanza dal precedente “My Way Home” e prosegue il suo percorso artistico con un approccio forse ancora più vintage rispetto al recente passato, dal deep soul marchiato Stax sino al funky stile James Brown.
Inciso in quel di Memphis nei famosi studi Sam Phillips con alla consolle Matt Ross-Spang (John Prine, Margo Price, Jason Isbell, Anderson East e Paul Thorn tra gli altri) ed una nuova band, questo “99 Cent Dreams” è un ottimo dischetto di soul revival nel quale predomina la voce graffiante di Reed ma anche una sensazione di qualcosa già sentito nel disco precedente. Tuttavia troviamo una serie di brani ammiccanti e di buon livello con begli interventi di chitarra dello stesso artista come in “Lover’s Compensation”, l’iniziale “News You Can Use” è fatta con buon gusto, ritmo e coi fiati a compensare la verve musicale.
Non c’è un solo brano sottotono, sono tutti da menzionare, orecchiabili e ben suonati: “Said She Would” brano soul (che nella versione singolo è presente il featuring di Big Daddy Kane, forse per dare maggiore visibilità al brano nelle charts e nei passaggi radiofonici) arricchito dalle backing vocals dei The Masqueraders, un terzetto veterano formatosi nei primi anni ’60, le cui armonie infondono ulteriore passione a un suono già virtuoso.
“Bank Robber” è uno degli apici del disco, un errebì soul trascinante, mentre “Coulda Had This” è un lentaccio soul come quelli che si ballavano a fine serata nelle discoteche di cinquant’anni fa, ma ripeto tutti i brani sono degni di menzione, col sound corposo, impreziosito dal supporto dei tre fiati.
La voce di Eli è inoltre molto gradevole ma soprattutto è importante sapere che è parte integrante delle nuove leve nel genere soul e R&B (si fa per dire, visto che quest’anno festeggia trentasette anni ed ha già inciso sei dischi: l’esordio “Roll With You” risale ormai ad una decina di anni orsono), oltre ad Eli ricordo ad esempio nella “new breed” Anderson East, Nick Waterhouse, St. Paul & The Broken Bones, e poi aggiungo anche Nathaniel Rateliff, Vintage Trouble, The Suffers, The Dip, The Bamboos sino ai più “pop mood” Joss Stone, Aloe Blacc e Leon Bridge per chiudere con l’ormai attempato ma sempre presente, il britannico James Hunter. L’ elenco per nostra fortuna è molto lungo, segno che questa musica regge nel tempo e piace anche alle nuove generazioni.
Insomma, qui ci trovate qualcosa di sincero, genuino e autentico, in quanto Reed è un musicista che crede nel potere affermativo della musica che canta.
E questo gli fa onore e gli dobbiamo rispetto anche se è un ragazzo bianco con gli occhi chiari, ma dentro sappiamo che ha una “soul black” come uno dei suoi (e nostri) tanti idoli Wilson Pickett.

Voto: *** 1/2

Tracklist:

1. News You Can Use
2. Said She Would
3. Bank Robber
4. 99 Cent Dreams
5. Holiday
6. Coulda Had This
7. Tryin’
8. Burn Me Up
9. Lover’s Compensation
10. In The End
11. A New Song
12. Couldn’t Find A Way

Johnny Sansone – Hopeland (Short Stack Records)

Front

Nato nel New Jersey ma residente ormai da quasi trent’anni a New Orleans, Johnny Sansone è stato attratto sin da giovane da questa città in quanto si era innamorato dei ritmi cajun e zydeco degli oriundi creoli e canadians che abitavano in Louisiana e volle imparare a suonare la fisarmonica. Poi in seguito l’interesse si spostò sull’armonica e qui diventò negli anni sempre più richiesto dalle leggende locali,come i fratelli Neville, Monk Boudreau, Jon Cleary, Dr John tra gli altri, ed acquisì anche il soprannome di Jumpin’ Johnny
spostando il suo interesse al blues del delta.
Prodotto come i precedenti sette album da Anders Osborne (artista svedese trapiantato nella Crescent City da inizio anni ’90, anche se recentemente è emigrato con la famiglia nel sud della California) aiutato alla consolle con la pluripremiata ai Grammy, Trina Shoemaker si avvale anche di alcuni ospiti importanti come i fratelli Dickinson dei North Mississippi Allstars e Jon Cleary. Il disco in questione dal titolo “Hopeland” è composto da soli otto brani per un totale di circa 35 minuti di musica ma in questo caso non è un difetto in quanto la musica è suonata in maniera essenziale e senza sprechi.
“Derelict Junction” è un blues elettrico dal suono classico ma bello tosto con l’armonica e la voce di Sansone che si contrappone alle chitarre superbe di Luther Dickinson ed Anders Osborne.
“Delta Coating” è più ariosa ed incontra il country del sud, dal Tennessee alla Louisiana, qui è grande il lavoro di Luther Dickinson alla chitarra slide ed il contorno con l’ armonica di Sansone.
“Hopeland” è fantastica ed è stata scritta con in mente il famoso brano, ormai un classico del sud degli States, “Across the Borderline” brano scritto da Ry Cooder, John Hiatt e dal padre di Cody e Luther , Jim Dickinson ed interpretato da decine di artisti (oltre allo stesso Cooder ed Hiatt anche da Bob Dylan, Willie Nelson, Willy De Ville, Freddy Fender, Springsteen, ecc) e ne ricalca l’atmosfera rilassata, una grande ballata intensa con un ottimo intervento alla slide di Luther, del piano di Cleary ed una grande interpretazione vocale di Johnny.

“Plywood Floor” è un rock’n’roll blues tirato e pieno di energia, con una bottleneck guitar da favola (che ricorda il miglior Ry Cooder) e grandi interventi di armonica. “Johnny Longshot” è rock blues sudista stile Little Feat
con la slide di Luther Dickinson sugli scudi mentre “Can’t Get There From Here” torna con prepotenza al sound blues con innesti boogie, gli interventi dell’armonica e la voce calda di Sansone fanno il resto.
“One Star Joint” è classic blues from Chicago con armonica e chitarre che si sfidano all’ultima nota, in un train sonoro di grande impatto. La voce di Sansone qui mi ricorda molto quella di Omar Dykes degli Howlers.
Chiude il disco il brano “The Rescue” una ballata tipica del sud degli States con la voce pacata di Johnny ed un accordion che sono protagonisti ma non meno importanti sono la slide di Luther ed il piano posti in sottofondo, che ci donano una melodia affascinante e molto rilassata.

Voto: ***1/2

Tracklist:

1. Derelict Junction (4:23)
2. Delta Coating (4:03)
3. Hopeland (5:24)
4. Plywood Floor (3:47)
5. Johnny Longshot (4:03)
6. Can’t Get There From Here (3:16)
7. One Star Joint (5:18)
8. The Rescue (4:39)

Novità Discografiche Giugno 2019

uscite-discografiche-2015

Ecco cosa ci riserva il prossimo mese di Giugno nelle pubblicazioni discografiche:

07/06

Eleni Mandell – Wake Up Again

Hollis Brown – Ozone Park

Dylan Le Blanc – Renegade

Santana – Africa Speak

Perry Farrell – Kind Heaven

Jake Xerses Fussell – Out of Sight

Peter Perrett – Human world

Peter Frampton Band – All Blues

14/06

Bruce Springsteen – Western Stars

Chris Robinson Brotherhood – Servants of The Sun

Chris Shiflett – Hard Lessons

Madonna – Madame X

Lukas Nelson & Promise of The Real – Turn Off The News

Keb Mo – Oklahoma

Mattiel – SatisFactory

21/06

The Raconteurs – Help Us Strangers

Buddy & Julie Miller – Breakdown on 20th Ave. South

Jim Lauderdale – From Another World

Hollywood Vampires (Johnny Depp,Alice Cooper & Joe Perry) – Rise

28/06

The Black Keys – Let’s Rock !

Jade Jackson – Wilderness

Buon Ascolto !!!

Michael Mc Dermott – Orphans (Appaloosa Rec., 2019)

McDermott

Questo grande artista è semplicemente rinato da alcuni anni a questa parte; ha ritrovato un equilibrio interiore con la sua famiglia che gli ha donato serenità ed il coraggio di guardarsi indietro, agli errori commessi nel passato e su questo si basano spesso le canzoni scritte e presenti negli ultimi album pubblicati da Michael (Nel blog potete trovare alcune recensioni dei dischi precedenti, ad esempio: https://wp.me/p3cehQ-8Tz ). Tuttavia, la sua rinnovata serenità gli ha spesso portato a fare gli straordinari scrivendo brani che poi sono stati esclusi dai dischi pubblicati, ma ora ha deciso di rendere loro giustizia in quanto reputati da McDermott di buona qualità e noi non possiamo che confermarlo.
Ma veniamo alle canzoni, registrate nel suo studio casalingo in Illinois ed assemblate in questo disco “Orphans” dal titolo emblematico.

“Tell Tale Heart” è una rock song dall’ottimo train sonoro, “The Last Thing I ever Do” è una ballata malinconica con echi degli U2 anni ’80 (Michael non ha mai nascosto la passione per Bruce e per il gruppo irlandese nel loro periodo migliore, a cavallo tra gli ’80 ed i ’90); “Ne’er Do Well” è un brano acustico con una melodia malinconica ma è orecchiabile e piacevole da ascoltare.
Con “Meadowlark” si comincia a salire di livello, un’armonica fende l’aria e poi la voce sofferta di Michael subentra in questo brano dal sound classico del nostro. “Sometimes When It Rains in Memphis” è un bellissimo episodio folk rock autunnale con evidenti richiami a Springsteen (ce ne saranno altri ben più evidenti più avanti, ecco forse uno dei motivi per i quali l’artista ha poi optato per escluderli dalle track listing dei due dischi precedenti).

“Givin’ Up The Ghost” è un brano ben costruito e trascinante con in mente ancora gli U2 degli anni ’80 (purtroppo Bono e soci non riescono più a scrivere brani di questo livello) e lo stesso Springsteen aleggia ancora, mentre il successivo “Black Tree Blue Sky” è un bel brano acustico delicato e romantico sia nella struttura che nel cantato. “The Wrong Side Of Town” sin dal titolo è un urban rock con gli attributi che paga il prezzo di risultare troppo springsteeniano (qua e la si odono echi di “Dancing in The Dark”) quindi derivativo, ma il risultato è decisamente di ottimo livello.

“Full Moon Goodbye” e “Los Angeles a Lifetime Ago” hanno espliciti richiami al passato, ai ricordi, al romanticismo mai sopito ma interpretati sempre con grande professionalità ed umiltà e rispecchiano la persona semplice dell’artista McDermott. “Richmond” è un bel blue collar rock orecchiabile e ben strutturato, con una melodia vincente che, forse, neppure Bruce è più in grado di scrivere. Chiude questo bel disco di inediti il brano “What If Today Were My Last” emozionante quanto toccante episodio solo voce, piano e poco altro. Uno dei pochi artisti veri rimasti che ti riempiono il cuore ogni qualvolta li ascolti.

Voto: ***1/2

Tracklist:

01. Tell Tale Heart
02. The Last Thing I Ever Do
03. Ne`er Do Well
04. Meadowlark
05. Sometimes When It Rains in Memphis
06. Givin` Up the Ghost
07. Black Tree, Blue Sky
08. The Wrong Side of Town
09. Full Moon Goodbye
10. Richmond
11. Los Angeles, a Lifetime Ago
12. What If Today Were My Last

Ryan Bingham – American Love Song (Axster Bingham/Thirty Tigers Rec., 2019)

bingham

Questo post ho dovuto riscriverlo due volte in quanto wordpress, per qualche motivo a me sconosciuto, non ha salvato il primo scritto.
Sarà anche destino ma riscrivere ciò che avevo già fatto in precedenza mi ha innervosito e non poco, in particolare per il sempre poco tempo disponibile; tuttavia per il buon Ryan era il minimo che potessi fare; per i suoi quattro anni di silenzio passati dal disco “Fear and Saturday Night”, ben poco incisivo, senza dimenticare il precedente “Tomorrowland” abbastanza deludente.
Ryan paga lo scotto di aver esordito alla grande con il fantastico “Mescalito” nel 2007, denso di ballate desertiche e roots rock ruvidi al quale aveva fatto seguito un altro bel disco “Roadhouse Sun” ed il ragazzo del New Mexico, all’ epoca prodotto da Marc Ford (ex Black Crowes, ora con i Magpie Salute), aveva convinto tutti e gli estimatori erano cresciuti a livelli esponenziali sino a divenire una star grazie all’intervento di T-Bone Burnette per la colonna sonora del film “Crazy Heart”, dove la canzone “The Weary Kind” vinse il Golden Globe come migliore canzone originale.
“American Love Song” è decisamente un passo avanti rispetto agli ultimi due album, riuscendo a sbloccare sia la propria narrativa sviluppando le sue visioni, sia la musica rendendola più omogenea ed ispirata.
“Jingle and Go” apre il disco ed è un moderno honky tonk sbilenco con cori in sottofondo e gli Stones nel cuore, segue “Nothin Holds Me Down” un tosto southern rock, mentre “Pontiac” pone in apertura i violini ma si tramuta subito in un debordante brano rock.

Subito eterogeneo quindi e per nulla scontato, con un crescendo di grande impatto. Si prosegue con “Lover Girl” una bella e pacata ballata country poi a seguire “Beautiful and Kind” ballata dall’ impianto folk scarno, condito solo da chitarra e voce, mentre “Situation Station”, ariosa ballata easy da west coast spiazza un poco, come il successivo episodio “Got Damn Blues” ruvido ed abbastanza scontato omaggio al blues di Muddy Waters, a seguire “Time For My Mind”, sgangherato quanto piacevole brano country rock.
“What Would I’ve Become” è un brano alternative country che pesca dagli anni 90’s, mentre il successivo “Wolves” è un altro brano folk dalla struttura essenziale,a seguire “Blue” episodio di classic rock poco incisivo per passare ad “Hot House” carino blues acustico ma francamente abbastanza monotono.
I tre brani posti in chiusura rialzano finalmente l’asticella: “Stones” è un rarefatto brano d’atmosfera sorretto da archi, cori e dalla voce roca di Ryan; “America” un bel brano folk che è un lamento da vero song-writer sulle orme di Woody Guthrie e Ryan racconta la crisi in cui sono sprofondati gli States, una volta simbolo della democrazia (ndb: definizione quanto mai opinabile).
Le liriche, come dicevamo, sono migliorate qualitativamente rispetto il recente passato, il sound invece non sempre è al livello delle aspettative, viene affidato alla produzione dell’ormai esperto Charlie Sexton (Bob Dylan band in primis) e conferiscono tuttavia a queste quindici canzoni una forma decisamente accattivante. Ryan Bingham è tornato con un carico di brani autentici anche se ancora in fase transitoria.

Voto: ***

Tracklist:

1 Jingle and Go 3:52
2 Nothin’ Holds Me Down 3:24
3 Pontiac 3:22
4 Lover Girl 6:25
5 Beautiful and Kind 3:16
6 Situation Station 4:27
7 Got Damn Blues 4:36
8 Time for My Mind 3:27
9 What Would I’ve Become 4:19
10 Wolves 4:32
11 Blue 6:02
12 Hot House 4:35
13 Stones 6:04
14 America 3:00
15 Blues Lady 4:48

Nils Lofgren – Blue With Lou (Cattle Back Road Rec., 2019)

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Dopo il disco di Miami Steve e prima di quello di Bruce ecco il nuovo di Lofgren. Era dal 2011 che il chitarrista della E-Street Band non faceva un disco a suo nome. Chitarrista di grande valore, Nils Lofgren ha anche in parallelo una carriera solista cominciata sin dagli anni ’70. Questo disco è stato registrato in collaborazione con Lou Reed e si torna indietro al 1978 quando Lofgren stava lavorando ad un suo disco che uscirà poi l’anno successivo intitolato semplicemente “Nils”(1979) ed all’epoca cercava collaborazioni per scrivere testi e su suggerimento del produttore Bob Ezrin contatta Lou Reed il quale accetta con entusiasmo in quanto i due si compensano a vicenda: Lou scrive facilmente i testi, mentre Nils predilige le musiche: infatti ha un nastro pronto con una dozzina di brani solo strumentali sui quali Lou dovrà lavorare. I due non si sentono più per diverso tempo, entrambi presi dai loro progetti e nel frattempo Lofgren termina le registrazioni del suo disco solista, poi una notte qualsiasi Lou Reed chiama Nils e gli rivela di aver terminato i testi di almeno metà delle musiche incise sul nastro. Peccato che quei brani non furono mai pubblicati sinora, quindi il chitarrista ha deciso che era giunto il momento di utilizzarli sul nuovo album al quale stava lavorando in questi ultimi tempi.
Ci sono sei canzoni scritte da Nils assieme a Lou Reed, e ben cinque sono inedite, ma purtroppo, dopo alcuni ascolti bisogna ammettere che non si grida al miracolo, i cinque brani sono normalissimi anzi in alcuni casi quasi anonimi. Registrato dal vivo in studio, con Andy Newmark alla batteria e Kevin McCormack al basso, il disco si apre col brano “Attitude City” il primo scritto con Lou Reed ma è un pezzo privo di mordente, chitarra sempre in movimento e cori in sottofondo, urban rock quasi notturno ma anonimo e poco incisivo.
Si prosegue con “Give” che si apre con un ritmo boogie ed la chitarra di Nils che ricama in loop, poi il brano cresce d’intensità e la voce di Lofgren si doppia con una voce femminile che lo rende piacevole da ascoltare, ma siamo ancora lontani dal definirlo un buon brano.
Anche “Talk Thru The Tears” pur essendo una rock ballad carina, accompagnata da piano e cori maschili su una chitarra blues ben impostata, ma non è altro che un brano che si dimentica facilmente. “Pretty Soon” è finalmente una bella ballata epica e malinconica con un buon lavoro di chitarra, che mi ricorda alcuni brani di Mark Knopfler.

“Rock Or Not” è una rock song niente male ma dal sound già sentito in altri dischi di Nils, mentre “City Lights” (altro brano scritto con Lou) aperta da un sax con il ritmo quasi caraibico è finalmente un poco d’aria fresca in una giornata torrida. Il sax continua ad accompagnare il cantato di Nils, poi si aggiungono i cori maschili e ci consegna finalmente un bel brano d’ atmosfera.
“Blue With Lou” ha una melodia rock piacevole ed un suono pulito ed il brano regge bene alla distanza inoltre è solido e ben suonato.
“Don’t Let Your Guard Down” è forse uno dei brani migliori scritti con Lou Reed e tra i migliori del disco: rock urbano notturno e chitarristico, belle voci femminili di contorno e la melodia è vincente.
“Too Blue To Play” è l’apice del disco: una ballata rilassata coi sapori del border dal suono classico ma suonato con gran classe. Anche in questo caso la accosterei ad un brano stile Mark Knopfler.
“Cut Him Up” (altro brano scritto con Lou), apertura con piano e sezione ritmica poi entra la chitarra e la voce di Nils è un rock teso e chitarristico orecchiabile e ben suonato, con l’aggiunta di una voce femminile che arricchisce
il sound rendendolo più gradevole.
“Dear Heartbreaker” dedicata a Tom Petty è un altro brano molto bello, un rock’n’soul degno di essere incluso in un disco di un grande chitarrista come Nils; per fortuna la manciata di canzoni positive bilanciano l’album e lo riportano su livelli accettabili. Chiude il disco “Remember You” ballata d’atmosfera che si apre con archi, organo e voce del nostro poi entrano i cori maschili e la canzone prende corpo , batteria spazzolata (sullo stile di quella che troviamo nel singolo di Bruce “Hello Sunshine”) e chiusura decisamente malinconica. In definitiva un disco onesto ma dal quale sinceramente mi attendevo di più, forse perchè ritengo il Lofgren solista valido quanto il chitarrista che tutti hanno imparato a conoscere.

Voto: ***

Tracklist:

1 Attitude City 4:24
2 Give 5:56
3 Talk Thru The Tears 4:08
4 Pretty Soon 3:49
5 Rock Or Not 3:31
6 City Lights 4:15
7 Blue With Lou 7:12
8 Don’t Let Your Guard Down 2:52
9 Too Blue to Play 4:00
10 Cut Him Up 6:08
11 Dear Heartbreaker 5:02
12 Remember You 4:58

Whiskey Myers – live al Serraglio (Milano) 10 Maggio 2019

Whiskey Myers Live al Serraglio 10 Maggio 2019

Di solito non commento mai i live ai quali assisto, in primo luogo perchè per mia fortuna essendo una passione ne assisto a molti quindi dovrei utilizzare un blog apposito ma più in particolare il dopo concerto mi lascia sempre sensazioni tra le più disparate, quasi sempre molto positive ed appaganti ma troppo personali e difficili per il sottoscritto da descrivere.
Tuttavia è una mia buona regola frequentare live di artisti che ascolto con maggiore frequenza e coi quali si è creato con gli anni il giusto feeling mentre una delle rare volte che ho assistito ad un concerto consapevole di non aver ascoltato nulla da parecchio tempo a questa parte è successo proprio la notte scorsa, a Milano dove sapevo che suonavano i Whiskey Myers,

ottimo gruppo texano ormai consolidato nel genere southern rock con contaminazioni ora country ora hard rock, dei quali posseggo tutti e quattro i loro album (il nuovo è in procinto di essere pubblicato nel corso del 2019) che è tra i miei preferiti del genere (ha superato anche i Blackberry Smoke che ultimamente mi risultano un po troppo ripetitivi) ed il leader Cody Cannon è un ottimo performer con la sua voce a metà tra Bon Jovi e l’omonimo Cody Canada (ex Cross Canadian Ragweed)

mi sono recato d’istinto, dovevo scaricarmi da una serie di problematiche lavorative accumulatesi nei giorni scorsi che mi hanno fatto mangiare badilate di letame e prendendo la decisione un’ora prima dell’inizio del concerto (giusto il tempo necessario che da casa mia serviva per arrivare davanti al locale di Milano) dopo aver assistito al loro spettacolo di due ore dove hanno sciorinato i loro migliori brani, concludendo il set con una magnifica cover del celebre brano di Neil Young “Rocking in a free world”, ne sono uscito svuotato da ogni pensiero negativo ed ora siedo rilassato nello scrivere queste poche righe. E’ già risaputo ma lo ribadisco, il rock è terapeutico. Ringrazio chi so io per avere avuto la fortuna di crescere con questa musica e con tutti i generi che ne fanno parte altrimenti a quest’ora sarei una persona decisamente diversa.
God save the rock (e derivati..)

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