Johnny Sansone – Hopeland (Short Stack Records)

Front

Nato nel New Jersey ma residente ormai da quasi trent’anni a New Orleans, Johnny Sansone è stato attratto sin da giovane da questa città in quanto si era innamorato dei ritmi cajun e zydeco degli oriundi creoli e canadians che abitavano in Louisiana e volle imparare a suonare la fisarmonica. Poi in seguito l’interesse si spostò sull’armonica e qui diventò negli anni sempre più richiesto dalle leggende locali,come i fratelli Neville, Monk Boudreau, Jon Cleary, Dr John tra gli altri, ed acquisì anche il soprannome di Jumpin’ Johnny
spostando il suo interesse al blues del delta.
Prodotto come i precedenti sette album da Anders Osborne (artista svedese trapiantato nella Crescent City da inizio anni ’90, anche se recentemente è emigrato con la famiglia nel sud della California) aiutato alla consolle con la pluripremiata ai Grammy, Trina Shoemaker si avvale anche di alcuni ospiti importanti come i fratelli Dickinson dei North Mississippi Allstars e Jon Cleary. Il disco in questione dal titolo “Hopeland” è composto da soli otto brani per un totale di circa 35 minuti di musica ma in questo caso non è un difetto in quanto la musica è suonata in maniera essenziale e senza sprechi.
“Derelict Junction” è un blues elettrico dal suono classico ma bello tosto con l’armonica e la voce di Sansone che si contrappone alle chitarre superbe di Luther Dickinson ed Anders Osborne.
“Delta Coating” è più ariosa ed incontra il country del sud, dal Tennessee alla Louisiana, qui è grande il lavoro di Luther Dickinson alla chitarra slide ed il contorno con l’ armonica di Sansone.
“Hopeland” è fantastica ed è stata scritta con in mente il famoso brano, ormai un classico del sud degli States, “Across the Borderline” brano scritto da Ry Cooder, John Hiatt e dal padre di Cody e Luther , Jim Dickinson ed interpretato da decine di artisti (oltre allo stesso Cooder ed Hiatt anche da Bob Dylan, Willie Nelson, Willy De Ville, Freddy Fender, Springsteen, ecc) e ne ricalca l’atmosfera rilassata, una grande ballata intensa con un ottimo intervento alla slide di Luther, del piano di Cleary ed una grande interpretazione vocale di Johnny.

“Plywood Floor” è un rock’n’roll blues tirato e pieno di energia, con una bottleneck guitar da favola (che ricorda il miglior Ry Cooder) e grandi interventi di armonica. “Johnny Longshot” è rock blues sudista stile Little Feat
con la slide di Luther Dickinson sugli scudi mentre “Can’t Get There From Here” torna con prepotenza al sound blues con innesti boogie, gli interventi dell’armonica e la voce calda di Sansone fanno il resto.
“One Star Joint” è classic blues from Chicago con armonica e chitarre che si sfidano all’ultima nota, in un train sonoro di grande impatto. La voce di Sansone qui mi ricorda molto quella di Omar Dykes degli Howlers.
Chiude il disco il brano “The Rescue” una ballata tipica del sud degli States con la voce pacata di Johnny ed un accordion che sono protagonisti ma non meno importanti sono la slide di Luther ed il piano posti in sottofondo, che ci donano una melodia affascinante e molto rilassata.

Voto: ***1/2

Tracklist:

1. Derelict Junction (4:23)
2. Delta Coating (4:03)
3. Hopeland (5:24)
4. Plywood Floor (3:47)
5. Johnny Longshot (4:03)
6. Can’t Get There From Here (3:16)
7. One Star Joint (5:18)
8. The Rescue (4:39)

I dischi preferiti del 2018

Quest’anno ho deciso di cambiare registro e quindi evitare di propinarvi la solita lista dei “migliori” dischi usciti nel corso dell’anno (anche perchè reputo una cosa molto soggettiva) quindi ho pensato fosse più interessante proporre quelli che ho ascoltato più assiduamente e che faticavo a togliere dal lettore (ma non necessariamente quelli che troverete nelle liste dei migliori dell’ anno).
Ecco allora la manciata di dischi che hanno allietato le mie giornate tristi, oppure che hanno galvanizzato le giornate felici. In rigoroso ordine sparso!

Samantha Fish – Belle of the West (Ruf Records,2017)

Front

E’ un disco del 2017 ma l’ho acquistato ad inizio anno e mi ha accompagnato per diverso tempo. Sarà da rispolverare in quanto a Maggio 2019 la stupenda (in tutti i sensi!) cantante e chitarrista di Kansas City sarà in Italia per un concerto da non perdere.

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Anderson East – Encore ( Elektra / Warner Rec., 2018)

Cover

Talento vocale unico nel suo genere, mescola con sapienza il vecchio southern soul marchiato Muscle Shoals con suoni più moderni.

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Brian Fallon – Sleepwalkers ( Island Records, 2018)

Cover

Disco molto eterogeneo (e quindi godibilissimo da ascoltare) che presenta canzoni rock contaminate dal rhythm’ n’blues sixties stile Motown, dal soul bianco inglese sino al punk rock, accenni di gospel sino alle ballate elettroacustiche, segnale che Fallon è maturato ed ha assimilato tutta la musica per la quale si è appassionato ed ha confezionato un album onesto e sincero ma allo stesso tempo molto divertente.

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Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Tearing at the Seams (Caroline/ Stax Records, 2018)

Cover

Dopo innumerevoli ascolti posso affermare che quest’album si pone giusto un gradino sotto all’ esordio fulminante dell disco omonimo avvenuto nel 2015, tuttavia non fa altro che confermare le buone aspettative createsi intorno a questo gruppo coinvolgente ed accattivante, che utilizza sonorità rhythm and blues, rock, country e soul. Ritmo e sudore, un disco al quale manca solo un singolo trainante come la fantastica “S.O.B.”

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Luke Winslow-King – Blue Mesa (Bloodshot Records, 2018)

Blue Mesa

Luke Winslow-King è un artista di talento assolutamente da scoprire, in particolare quando gli si affianca il fantastico chitarrista livornese Roberto Luti alla slide.

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Howlin Rain – The Alligator Bride (Silver Current Rec., 2018)

Cover

Rock di ispirazione seventies venato di blues e psichedelia con le canzoni che sono lunghe cavalcate sonore di grande impatto. Ethan Miller, il leader, pare avere le idee chiare sul suono da proporre, altro non è che il proseguimento di ciò che abbiamo imparato ad apprezzare nei precedenti dischi, ovvero un’orgia di suoni rock blues psichedelici a tratti davvero irresistibili.

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The Record Company – All Of This Life (Concord Rec., 2018)

The Record Company

I Record Company sono tra le migliori band della nuova generazione, questo disco mostra una maggior presa di coscienza anche se Chris Vos e soci hanno optato per qualche concessione in più ed un suono meno blues e decisamente più rock.
Speriamo che diano maggior vigore e voglia agli artisti emergenti, visto che il loro obiettivo ormai l’hanno raggiunto.

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The Magpie Salute – High Water I (Mascot Label Group Records, 2018)

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The Magpie Salute, band composta da musicisti che hanno assunto un legame particolare e questa prima parte di High Water raccoglie una manciata di canzoni molto belle, dai toni più freschi rispetto al debutto (sebbene fosse di notevole caratura) ma rimangono inalterati i legami verso la musica southern rock, soul, country e psichedelica degli anni 70’s.

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Lucero – Among The Ghosts (Liberty & Lament/ Thirty Tigers Rec., 2018)

Cover

Non nascondo che ho un debole per questa band che ha sempre mantenuto alti livelli musicali e compositivi, da ricercarsi tra il blue-collar roots, il country grezzo ed il R&B di Memphis, città dalla quale provengono.

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Ruston Kelly – Dying Star (Rounder Rec., 2018)

Ruston Kelly

Forse il disco che ho ascoltato in assoluto di più quest’anno, il quale riesce a mettere in risalto il suo raffinato songwriting. Denso di struggenti melodie e di arrangiamenti azzeccati, con inserimenti di armonica e pedal steel, le ben 14 canzoni che compongono “Dying Star” sono cantate dalla calda voce di Kelly, che evoca subito artisti come Jackson Browne, al quale unisce sonorità più moderne stile Ryan Adams.

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Patrick Sweany – Ancient Noise ( Nine Mile Records, 2018)

Patrick Sweany - Ancient Noise

Patrick Sweany è un artista quasi sconosciuto dalle nostre parti ma me lo tengo ben stretto: ha un particolare sound rock blues, che ormai è un distintivo marchio di fabbrica, acquista nuova linfa e forza proponendoci swamp blues in odore di gospel, diventando a tratti aspri ed ipnotici.

https://wp.me/p3cehQ-8Un

Michael McDermott – Out From Under (Pauper Sky Rec./ Appaloosa, 2018)

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Michael è tornato con un carico di ottime canzoni e dense emozioni, con la musica pervasa da un pizzico di malinconia anche quando il brano sembra gioioso e scanzonato e le storie piene di emozioni che riempiono il cuore.

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Billy F. Gibbons – The Big Bad Blues (Concord Rec., 2018)

Billy Gibbons

Artista eclettico e poliedrico , pubblica finalmente un album degno del suo nome. Musica per lunghi viaggi in auto. per evitare i colpi di sonno.

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Eric Lindell – Revolution in Your Heart ( Alligator Rec. , 2018)

Eric Lindell 2018

Musica ricca di groove, leggera e ben suonata con l’indolenza tipica dei musicisti del sud degli States; non si può non rimanere ammaliati dal dolce meltin’ pot di questi suoni.

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The Marcus King Band – Carolina Confessions (Fantasy Records/Universal, 2018)

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Uno dei migliori dischi dell’anno, punto.

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Tony Joe White – Bad Mouthin’ (Yep Roc Rec., 2018)

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Tony Joe White ci ha da poco lasciato lasciandoci come testamento musicale questo disco di blues scheletrico, votato al boogie malsano delle paludi della Louisiana, sua terra natale. La sua voce, pur non essendo mai stata particolarmente espressiva ma unica e profonda, diventa ancor più cupa e tesa ma meglio si adatta a questi blues scarni e con la strumentazione ridotta all’osso.

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American Aquarium – Things Change (New West Records,2018)

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Non sono riuscito a scrivere sul blog una presentazione per questo ottimo album di country Americana, ma la canzone che segue è tra le più belle che ho ascoltato quest’anno.

Ry Cooder – The Prodigal Son (Fantasy Rec., 2018)

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A 71 anni ha ancora voglia di suonare ma poca di fare dischi. Per questo ci ha pensato suo figlio Joachim che ha insistito affinchè suo padre incidesse un disco come ai vecchi tempi, senza fiati e fisarmonica ma soltanto lui e la sua chitarra. Poi il processo si è evoluto e nonostante le sonorità siano scarne è un disco gospel, con canzoni estrapolate da un vecchio repertorio ma riprese con un sound fresco e genuino.
Un disco difficile da catalogare e forse, a torto, definibile come anacronistico nella nostra era moderna, ma a conti fatti va a recuperare un passato storico e musicale che inevitabilmente servirà a dar vita al nostro futuro.

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John Hiatt – The Eclipse Sessions (New West Records, 2018)

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Siamo ben lontani dai dischi che lo hanno consacrato tra i migliori songwriters d’america, tuttavia questo suo nuovo lavoro ci convince grazie alla generosità ed all’onestà dell’artista a concedersi in maniera trasparente, anche con i limiti che affiorano sporadicamente nel corso dell’ascolto.

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Mark Knopfler – Down The Road Wherever (Polydor/ Universal Rec., 2018)

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Ultimo disco recensito sul blog e quindi fresco di ascolti, ma non fa che confermare quanto scritto nei giorni scorsi.

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Cedric Burnside – Benton County Relic (Single Lock Rec., 2018)

Cedric Burnside

Batterista molto apprezzato nella scena blues di Memphis sin da quando sostituì alla tenera età di tredici anni il padre Calvin Johnson dietro i tamburi nella band del nonno, il mitico Robert Lee Burnside, ma col tempo è diventato anche un buon chitarrista e cantante, prima incidendo in coppia con Lightnin’ Malcolm e poi come solista (ottimo il disco del 2015 a nome Cedric Burnside Project dal titolo “Descendants of Hill Country”) continuando in parallelo l’attività di batterista come session man per molti artisti come Kenny Brown, Jimmy Buffett, T-Model Ford, Paul “Wine” Jones, Widespread Panic, Afrissippi, North Mississippi AllStars e the Jon Spencer Blues Explosion.
Il nuovo disco è una conferma di quanto abbiamo ascoltato in passato e ora unisce le forze con Brian Jay, batterista pure lui ma anche abile chitarrista slide proveniente da New York ed il blues tipico delle Mississippi Hills si fonde con sonorità più moderne ma zeppe di potenti riff scambiati tra chitarra e batteria come l’iniziale “We Made It”, la successiva ” Get Your Groove On” ha un ritmo ossessivo con accenti rock mentre “Please Tell Me Baby” è un bel brano boogie blues che si avvicina molto alle canzoni degli amici Cody e Luther Dickinson (leggi N.M.A.S).

Tutti i brani presenti sono degni di menzione: dal potente rock blues “Typical Day” a “Hard To Stay Cool” slow blues governato da una ottima chitarra slide, dal country blues “There is so Much” alla cover del brano blues “Death Bell Blues” datato 1928 e ripreso da molti bluesmen, tra cui nonno R.L. e Muddy Waters lento, ipnotico e notturno.
“There Is So Much” è un gospel folk di grande caratura, mentre “Call On Me” è uno slow blues rarefatto e d’atmosfera. Con “I’m Hurtin'” siamo in territorio r’n’r boogie , per chiudere alla grande con ” Ain’t Gomma Take No Mess” portentoso blues governato dalla slide e dalla batteria che fa salire la temperatura.
Le varie generazioni dei Burnside si alternano nel rimanere uno dei simboli del blues del delta del Mississippi.

Voto: ***1/2

Tracklist:

1 We Made It
2 Get Your Groove On
3 Please Tell Me Baby
4 Typical Day
5 Give It To Me
6 Hard To Stay Cool
7 Don’t Leave Me Girl
8 Death Bell Blues
9 There Is So Much
10 Call On Me
11 I’m Hurtin
12 Ain’t Gonna Take No Mess

Discografia:

2006 The Record – Burnside Exploration
2007 Juke Joint Duo – Cedric Burnside and Lightnin’ Malcolm
2008 Two Man Wrecking Crew – Cedric Burnside and Lightnin’ Malcolm
2011 The Way I Am – Cedric Burnside Project
2013 Hear Me When I Say – Cedric Burnside Project
2014 Allison Burnside Expres – Cedric Burnside and Bernard Allison
2015 Descendants of Hill Country – Cedric Burnside Project
2018 Benton County Relic – Cedric Burnside

Billy F. Gibbons – The Big Bad Blues (Concord Rec., 2018)

Billy Gibbons

William Frederick Gibbons, leader del famoso gruppo texano ZZ Top finalmente è riuscito nell’intento di riportare interesse alla sua musica.
Il trio ha da anni perso per strada la qualità musicale che li contraddistingueva agli esordi che in parte è rimasta nei loro live mentre in quasi cinquant’anni di carriera hanno pubblicato soltanto una quindicina di dischi di cui una buona metà abbastanza discutibili.
Come molto discutibile è stato l’esordio solista di Billy pubblicato nel 2015 ed intitolato “Perfectamundo” un pastrocchio tra rock blues e musica cubana.
Ora con questo nuovo disco le cose cambiano e virano verso musica di qualità, ma soprattutto il disco che ci si attende da un veterano del rock blues come lui.

“The Big Bad Blues” è un disco diretto, composto da lurido e fumoso rock boogie come l’iniziale “Missin’ Yo Kissin’?”, up-tempo boogie blues sullo stile del grande John Lee Hooker ha un suono denso, zeppo di chitarre e inframmezzato dall’armonica di James Harman; sembra di ascoltare la colonna sonora di un american B-movie (spesso il trio texano è stato inserito nelle colonne sonore di diversi film, in quanto il loro sound ben si presta, in particolare, nelle scene girate in localacci fumosi dove sembra stia per scatenarsi una rissa da un momento all’altro….).

Oltre al citato Harman all’armonica nel disco suonano Elwood Francis alla chitarra ed armonica, Matt Sorum e Greg Morrow si alternano alla batteria, Mike Flanigin al piano e Joe Hardy al basso ed è stato registrato ai Foam Box Recording Studios di Houston, Texas. “My Baby She Rocks” è un lento shuffle blues, strutturato sull’utilizzo dell’armonica lungo tutta la durata del brano.
“Second Line” è puro esercizio di stile, liriche ridotte all’osso e grande spazio alla parte strumentale con lunghi assoli di chitarra. Comunque sempre musica di ottimo livello. “Standing Around Cryin'” è la cover di un brano di Muddy Waters: uno slow blues di grande impatto, riletto in maniera impeccabile.
“Let The Left Hand Know” ancora blues elettrico notturno e sporco cantato con la voce roca di Gibbons, supportato da cori ed armonica.
“Bring It To Jerome” è un boogie blues malsano, quasi ipnotico e notturno. Da ascoltare in auto in piena notte è l’ideale come compagno di viaggio e contro i colpi di sonno.
“That’s What She Said” è un hard blues, sezione ritmica granitica, solita voce roca di Billy condita da armonica e chitarre che serpeggiano e sparano assoli lungo la durata del brano. “Mo’ Slower Blues” è ancora hard blues ma leggermente rallentato, con chitarra fuzzy, contorno di pianoforte e la voce del leader per un brano di grande presa.
Con “Hollywood 151” abbiamo un’inversione di rotta: è un rock blues dal sound pulito, fresco e frizzante; carina, ma continuo a preferire il classico sound di questo attempato signore dalla lunga barba.
“Rollin’ and Tumblin'” altra cover di Muddy Water, viene riletto in pieno stile ZZ Top: il sound è esattamente quello che abbiamo imparato a conoscere in tutti questi anni. Chiusura con la divertente e molto orecchiabile “Crackin’Up ” (Bo Diddley) riletta in versione easy listening, con accenni di musica caraibica che non sfigurerebbe pure nelle radio attuali. Artista eclettico e poliedrico (suona con chiunque, da John Fogerty ai Supersonic Blues Machine passando per Kid Rock, ZZ Hill, Nickelback, Hank III, ecc..)pubblica finalmente un album degno del suo nome.

Voto: ***1/2

Tracklist:

01 Missin’ Yo’ Kissin’
02 My Baby She Rocks
03 Second Line
04 Standing Around Crying
05 Let The Left Hand Know
06 Bring It To Jerome
07 Thats What She Said
08 Mo’ Slower Blues
09 Hollywood 151
10 Rollin’ And Tumblin’
11 Crackin’ Up

Patrick Sweany – Ancient Noise ( Nine Mile Records, 2018)

Patrick Sweany - Ancient Noise

Patrick Sweany tramite il suo particolare sound rock blues, che ormai è un distintivo marchio di fabbrica, acquista nuova linfa e forza come nei brani iniziali di questo nuovo “Ancient Noise”, proponendoci uno swamp blues in odore di gospel in “Old Time Ways” oppure inasprirsi nella successiva ed ìpnotica “Up and Down”.

Ma Sweany ha anche l’altra faccia della medaglia altrettanto interessante (se non più intrigante) e riesce a mutare l’inquietudine iniziale con la fantastica ballata “Country Loving” dominata dal piano, con slide e cori gospel.

Con la successiva “No Way No How” si torna al blues sudista, condito da una chitarra e da un organo funky in sottofondo; l’aspra “Outcast Blues” è guidata dalla bella voce di Patrick e da un sound coinvolgente, che staziona in territori swamp blues.
“Steady” è un’altra ballata d’atmosfera, leggera e delicata mentre “Get Along”
infarcisce i suoni già conosciuti con aggiunta di giuste dosi di soul e R&B rendendo il brano estremamente piacevole.
“Baby Every Night” è la tipica ballata del sud degli States, irresistibile per la sua bellezza indolente, mentre con “Play Around” resti intrappolato in un brano di rara eleganza ed armonia, dove si incontrano ancora il soul ed il R&B
anni ’60 con una struttura quasi orchestrale,

che in chiusura addirittura amplifica in “Victory Lap” altro brano incantevole dove convivono la ballata soul ed il rock blues del finale concitato. Nel mezzo, il cambio di marcia di “Cry of Amede” ottimo rock swamp blues di matrice sudista.

Patrick Sweany è un artista quasi sconosciuto dalle nostre parti che mi tengo ben stretto. Altro ottimo lavoro, come d’altronde tutta la sua discografia.

Voto: ****

Tracklist:

1 Old Time Ways
2 Up and Down
3 Country Loving
4 No Way No How
5 Outcast Blues
6 Steady
7 Get Along
8 Baby Every Night
9 Play Around
10 Cry Of Amede
11 Victory Lap

The Bonnevilles – Cascina Bellaria – Sezzadio (Al) – Live 15/09/18

The Bonnevilles

Non parlo quasi mai dei concerti ai quali assisto in quanto reputo quasi inutile scrivere di artisti nella loro versione live quando parli già dei loro dischi, anche perchè in questo ambito abbiamo ormai raggiunto in generale un ottimo livello (non ricordo di aver visto negli ultimi anni un concerto mediocre). In questo caso invece dei loro dischi non ne ho mai parlato (come di molti altri artisti) forse per mancanza di tempo, ma meritano anche se suonano musica di nicchia. Il genere si avvicina a quello che prediligo, ovvero un rock blues rozzo, malsano e di derivazione punk. Il duo, composto da Andrew Mc Gibbon Jr. (chitarra e voce) e Chris Mc Mullan (batteria), ricorda gruppi come The Black Keys e The White Stripes degli esordi ma anche sonorità care ai North Mississippi AllStars, Cedric Burnside (nipote di R.L.) e Lightin’ Malcolm, Left Lane Cruisers, per citarne alcuni e altre cose legate alla Fat Possum Records; solo che loro provengono dalla cittadina di Lurgan, non lontano da Belfast in Irlanda Del Nord, ma vi assicuro che di sonorità irish non se ne sentono (anche se in altro ambito sono le benvenute!), però avrete certo a che fare con la classica irruenza sonora che ne deriva da coloro che vivono in quei luoghi.

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Un’ora e mezza abbondante di concerto, tosto e divertente nella splendida cornice della Cascina Bellaria, un punto illuminato nel mezzo del nulla,nella notte e nel buio delle campagne alessandrine, che propone (con grande passione unita ad una grande dose di coraggio), ogni anno d’estate un ottimo programma di concerti con gruppi e band che provengono da ogni parte del mondo.

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A volte, basta volerlo, è possibile proporre ottima musica non di tendenza quasi ovunque basta non pensare ai facili guadagni; con questa musica in Italia rischi solo di rimetterci. Serve solo una gran passione (oltre allo spazio dove poter concretizzare i tuoi sogni….).

https://www.cascinabellaria.com/it/

Se pensate che dopo la data di Sezzadio (Al) i The Bonnevilles andranno a suonare in Spagna in città come Barcellona, Valencia, Madrid, Bilbao c’è poco da aggiungere.

Il duo ha proposto gran parte del repertorio estratto dai loro quattro dischi con particolare attenzione a “Arrow Pierce My Heart” del 2016 che me li fece conoscere ed al nuovo “Dirty Photographs”. Ho fatto alcuni video ma purtroppo il mio blog non li supporta in quanto non sono “premium” (….che si fottano….) allora non mi resta che pubblicare qualche video pescato sul tubo.

Buon Divertimento e buona domenica.

Kevin Gordon – Tilt & Shine (Crowville Media Rec., 2018)

Kevin Gordon - Tilt & Shine

Ascoltando le interessanti storie incluse nei racconti che compongono le canzoni di questo nuovo disco di Kevin Gordon, uscito a distanza di tre anni dal precedente, si riesce a capire il perchè viene definito, anche da molti suoi colleghi (Lucinda Williams, Buddy Miller e lo scrittore di musica Peter Guralnick, oltre ad avere alcune sue canzoni interpretate da artisti come Keith Richards, Levon Helm, Irma Thomas tra gli altri) come uno degli artisti più raffinati, letterati e talentuosi d’America.

Il suono della sua Gibson del ’56 produce un groove intrigante di swamp blues e sound della Sun Records, vintage ma anche imprevedibile come i testi che Kevin ama scrivere e cantare, ma è pure merito del produttore/chitarrista Joe McMahan (Patrick Sweany,Shelby Lynne & Allison Moorer) in grado di mantenere il suono crudo e ben radicato, come nell’iniziale ed inquietante “Fire At The End Of The World” con un riff del delta che ricorda RL Burnside ma anche i CCR e racconta la storia di Billy e del suo amico di 17 anni che partono per New Orleans alla ricerca dell’ “ostrica con dentro la perla”, accompagnati da una sinistra energia che le aleggia intorno. “Saint On A Chain” è più introspettiva col suo testo ambiguo, mentre “One Road Out (Angola Rodeo Blues)” col fraseggio duro e sudicio alla ZZ Top canta di carcerati alle prese con un pericoloso rodeo. il rock and roll alla Chuck Berry di “Right On Time” è vibrante anche se la storia su impenitenti nottambuli non è certo nuova, Gordon rinvigorisce il tutto con testi taglienti ed incisivi.
“DeValls Bluff” è un racconto inquietante su un ex detenuto che si aggira nei boschi, supportato da una musica lenta, a tratti onirica, che ti avvolge come la nebbia delle paludi della Louisiana. “Drunkest Man in Town” è un boogie blues sporcato da una chitarra tagliente ma reso elegante dal pianoforte in sottofondo.

La tristezza di essere lontano dai propri cari è dentro la ballata acustica “Rest Your Head” mentre la voce di Gordon si incrina per l’emozione quando canta “le ore e le frustrazioni non diventano nient’altro che dollari di carta di dimensioni sottili”.
In chiusura “Get It Together”, su un sound prettamente r’n’r blues canta della battaglia costante in età adulta, che evidenzia il divario tra sapere cosa devi fare e farlo davvero. Originariamente la resa doveva essere più rozza, quasi punk, ma sul disco finisce per essere una canzone di speranza, quasi positiva. Una cosa molto rara per questo cantastorie dalla pungente ironia capace con la sua musica di creare atmosfere tipicamente sudiste con storie popolate da giovani in cerca di una via di fuga, membri del Ku Klux Klan, macchine rubate, fucili nascosti in un MacDonald’s dopo uno show degli ZZ Top e personaggi reali come il bluesman Jimmy Reed e il folk singer indiano comanche Brownie Ford.
Alcune saranno anche storie vere, ma è il modo in cui Gordon elabora le sue parole per far riflettere sulla realtà, senza alcun cliché, che aiuta la musica a risuonare molto tempo dopo che l’ultima nota è sfumata.
Questo rende “Tilt e Shine” un ulteriore esempio di come il talento di Gordon continua a migliorare. Forse un giorno sarà ricompensato con un riscontro commerciale, che merita senza ombra di dubbio.

Voto: ****

Tracklist:

1 Fire at the End of the World
2 Saint on a Chain
3 One Road out (Angola Rodeo Blues)
4 Gatling Gun
5 Right on Time
6 DeValls Bluff
7 Drunkest Man in Town
8 Rest Your Head
9 Get It Together

Il Blog torna – Si ricomincia !

Il Blog riapre !

Ciao a tutti , eccomi qui a ricominciare un’ altra stagione su questo blog che porta via il poco tempo libero che mi rimane e pure la voglia di rimettermi in pista è davvero poca, tuttavia …….

Ho già alle spalle una settimana di lavoro quindi la nostalgia del mare e delle splendide serate passate in compagnia della famiglia e degli amici è ormai passata. Da domani comincerò con il pubblicare con cadenza, spero settimanale, recensioni di dischi ascoltati nell’ultimo periodo oppure consigli su letture appena terminate e anticipazioni di libri di prossima pubblicazione.

Nel frattempo beccatevi questo brano, il singolo che anticipa il nuovo disco intitolato “Can U Cook?” in uscita il prossimo 28 Settembre di questo splendido settantanovenne, Mr. Seasick Steve che ho avuto la fortuna di gustarmi live circa due settimane fa nell’unico concerto tenutosi in Italia (pure gratuito!) con ospite alle chitarre il grande Luther Dickinson dei North Mississippi Allstars. Senza dubbio uno dei concerti dell’anno !

A presto.

Massimo

The Record Company – All Of This Life (Concord Rec., 2018)

The Record Company

In poco più di due anni sono passati da anonima bar band alla next big thing. Il precedente disco “Give It Back To You” (potete trovare una recensione su questo blog, ecco il link https://wp.me/p3cehQ-2uS) ha letteralmente aperto le porte del successo al trio di Los Angeles, sono diventati una celebrità che li ha portati ad un passo dal vincere il Grammy Awards ed aprire concerti di grandi artisti come per esempio BB King, Buddy Guy, Robert Randolph e John Mayer (in Italia aprirono per i Blackberry Smoke). Il nuovo lavoro mostra una maggior presa di coscienza anche se Chris Vos e soci hanno optato per qualche concessione in più ed un suono meno blues, decisamente più rock. Questo è da attribuire, dice il leader del trio, a quello che stanno ascoltando attualmente, più musica rock come Rolling Stones, Gov’t Mule e Marcus King anche se continuano ad ascoltare i loro miti blues da John Lee Hooker a Muddy Waters a Howlin’Wolf.
Di fatto la formula finale non cambia e propongono accattivanti ritmi rock che si tingono di blues, con refrain ripetitivi di derivazione garage rock.
“Life To Fix”, il brano iniziale ne è l’esempio lampante: sezione ritmica secca e potente con l’uso delle doppie voci in primo piano che poi lasciano spazio ad una chitarra tagliente. “I’m Gettin’ Better (and I’m feeling it right now)”, voce ed armonica su un sound quasi garage, immediato e sporco, ma sarebbe riduttivo fermarsi a questo, il brano guarda più in altro, verso un songwriting più maturo. In “Goodbye to the hard life” titolo presumo autobiografico, è il primo brano che propone un sound leggermente diverso, virato in questo caso alla ballata rock dove Chris Vos utilizza il falsetto nel canto, mentre il sound, oltre alle influenze soul, si ispira chiaramente alle grandi band dei seventies. Con “Make It Happen” è un ritorno alle sonorità blues con la slide di Vos che giganteggia sul ritmo marziale imposto dalla sezione ritmica, composta dal resto del trio (Alex Stiff, basso e chitarra e Marc Cazorla alla batteria e piano) e le voci dei tre che si intersecano e trasmettono energia.”You and Me Now” è un altro episodio lento ispirato: una ballata ariosa con spunti presi dal classic rock ed un’atmosfera che ricorda J.J. Grey & Mofro; tuttavia mantiene alto il livello del disco. “Coming Home” è un rock blues up tempo dettato dal battito di mani sopra il martellio della batteria, Chris Vos canta con grinta poi entra la chitarra e sventola riff assassini su un turbinio di cori.
Con “The Movie Song”, secondo il sottoscritto uno degli apici del disco, brano che rimanda ai Black Crowes dei fratelli Robinson ed ovviamente agli Stones, con influenze country ed un piano che impreziosisce il sound, governato dall’implacabile slide e dagli intrecci vocali che sono l’arma vincente di questo power trio losangeleno.

“Night Game” è un boogie blues notturno e malsano che è cresciuto non lontano dai bayou o dal delta del grande fiume. “Roll Bones” cantato con grande grinta da Vos ha un suono teso, il basso in grande evidenza e poi largo spazio alla slide; ricorda i primi Black Keys (ormai persi verso divagazioni moderniste e di poco interesse). Chiude “I’m Changing” brano acustico col piano in sottofondo, una chitarra acustica, la voce che passa dal falsetto a momenti con tonalità più scure, un’armonica e l’insieme ti fa inevitabilmente tornare alla mente ancora una volta i mai dimenticati The Black Crowes.
I Record Company sono tra le migliori band della nuova generazione: speriamo che diano maggior vigore e voglia agli artisti emergenti, visto che il loro obiettivo ormai l’hanno raggiunto.

Voto: ****

Tracklist:

01. Life To Fix
02. I’m Getting Better (And I’m Feeling It Right Now)
03. Goodbye To The Hard Life
04. Make It Happen
05. You And Me Now
06. Coming Home
07. The Movie Song
08. Night Games
09. Roll Bones
10. I’m Changing

Black River Delta – Vol. II (Radicalls Rec., 2018)

Cover

La blues rock band svedese (si, avete capito bene, malgrado i suoni malsani di blues paludosi da deep south degli States, i tizi si sono conosciuti a Malmoe alcuni anni orsono) è composta dal batterista e voce Erik Nilsson, il chitarrista e armonicista Pontus Ohlsson ed il chitarrista e voce Erik Jacobs, hanno esordito nel 2016 con l’ interessante “Devil on the Loose” e questo “Vol. II” uscito un paio di mesi fa, mantiene le promesse e mette in evidenza il sound
corposo che ci proietta direttamente nel Mississippi o in Louisiana.
“Vol. II” presenta tredici nuove canzoni nelle quali hanno rifinito le già ottime sonorità dell’esordio e l’iniziale “Gun for You” e, a seguire “Neon Truck Stop Sign”, sono ottimi esempi di rock blues luciferini con voce distorta, batteria che pesta ed in particolare la chitarra slide che diventa tagliente come un rasoio.
Da “Better Man” a “Bye Bye Birdie” c’è la lezione imparata da R.L. Burnside ma anche dai North Mississippi AllStars, The Black Keys degli esordi ed il sound dell’ etichetta Fat Possum più in generale.
“Keeps Me Bleeding” è una ballata magnetica ed ipnotica tutta giocata sull’ utilizzo delle doppie voci e dalla chitarra slide che rimane la protagonista di questo sound appiccicoso e malsano.
“Velvet Clouds” e la successiva “Rodeo” hanno ancora contaminazioni blues del delta, ben suonate e mai ripetitive anche se il sound alla fine è quello, con poche divagazioni, uno swamp blues corposo, anche se capita che si inoltrino nella quasi rilassante ed agreste “Traveling”, mentre con “Betty” e “Cigarettes”, torna con grande prepotenza il rock che qui ha la meglio sull’ anima blues (anche se non sparisce del tutto), ed in particolare la seconda ha un sound molto seventies con l’ avvicendamento tosto delle chitarre elettriche sulla slide.
“Black River” è puro Mississippi blues mentre “Bound to Stay” è strascicata e la slide serpeggia in sottofondo lungo tutta la durata del brano ed i cori da girone infernale alzano la temperatura.
La conclusiva “The Lost One” è trascinante, anche se ripete il clichè del sound di tutto l’album. Questo trio di svedesi dovrebbe farsi ospitare per qualche tempo dal loro compatriota Anders Osborne, grande chitarrista e songwriter ormai trapiantato da molti anni a New Orleans; anche se a pensarci bene non gli serve molto, la passione che ci mettono nel suonare annulla la distanza ed ogni confine. Parola del sottoscritto, nato nel mezzo della pianura padana ma con la mente ed il cuore nel deep south degli States.

Voto: ***1/2

Tracklist:

1 Gun For You
2 Neon Truck Stop Sign
3 Better Man
4 Keeps Me Bleeding
5 Bye Bye Birdie
6 Velvet Clouds
7 Rodeo
8 Traveling
9 Betty
10 Cigarettes
11 Black River
12 Bound To Stay
13 The Lost One