Watermelon Slim – Golden Boy ( Dixie Frog, 2017)

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Watermelon Slim, nome d’arte di Bill Homans è un personaggio particolare: nato nel 1949 a Boston ha esordito nel ’73 subito dopo il ritorno dalla guerra in Vietnam che gli ha portato, come tutti i veterani dei grossi problemi psicofisici.Infatti poco dopo la sua carriera musicale subisce una battuta d’arresto (in questo lasso di tempo cambia diversi lavori) sino alle soglie del nuovo millennio: nel 1998 con Doren Recker e Mike Rhodes,decide di formare la blues band Fried Okra Jones. Nel 2002 tramite l’etichetta Southern Records registra l’album “Big Shoes to Fill” e nel tempo libero dal lavoro (autista di camion), ha la possibilità di esibirsi per la prima volta in un tour a livello internazionale.Nel 2003 dopo un infarto decide di lasciare il lavoro e dedicarsi alla musica. Nel 2004 con l’album “Up Close & Personal” (disco con cui l’ho scoperto e visto per la prima volta in concerto al Rootsway Blues Festival) acquisisce il plauso di pubblico e critica, infatti viene nominato per il prestigioso W.C. Handy Award come miglior debutto discografico per quell’anno.
Nel 2006 Watermelon Slim & the Workers firmano per la canadese Northern Blues e pubblicano l’omonimo album “Watermelon Slim & the Workers” che riconferma l’importanza del gruppo nell’ambito modern blues. Nel 2007 pubblica un altro ottimo e pluripremiato album intitolato “The Wheel Man”, l’anno successivo No Paid Holidays e poi ancora il country oriented “Escape from the Chicken Coop”.
Nel 2010 è la volta di Ringers,album impregnato di country blues, honky-tonk e outlaw music, un ennesimo grande disco. Dopo la parentesi country si ripresenta nel 2011 con l’album Watermelon Slim & Super Chikan – Okiesippi Blues.
Nel 2013 Watermelon Slim torna a suonare coi fedeli Workers pubblicando l’album “Bull Goose Rooster”.

“Golden Boy” è il dodicesimo album nel quale è presente il blues in dose massiccia,ma anche rock, folk e gospel. Registrato al Song Shop in Winnipeg, prodotto da Bill con il cantautore canadese Scott Nolan, senza i Workers ma suonato da un gruppo di musicisti locali: Jay Jason Nowicki alla chitarra elettrica, Joanna Miller alla batteria, Gilles Fournier al contrabbasso, Jeremy Rusu al piano, mandolino e fisarmonica, Don Zueff al violino, mentre i cori sono opera di Jolene Higgins e Sol James.
“Pick up my Guidon” apre subito alla grande l’album: è un rock blues elettrico, hand claps, slide, voce cupa sopra i cori ed un bel tappeto sonoro creato dal pianoforte. Segue il traditional “You`re Going To need Somebody On Your Bond”, incisa solo voce e bottleneck guitar. Uno spettacolo.
“WBCN” è una ballata con la batteria che ha un incedere marziale ed un piano in sottofondo che parla di fatti realmente accaduti a Miami nel 1972 durante una manifestazione antinazista.
“Wolf Cry” comincia come un canto di nativi americani, ululati e percussioni compresi, poi parte una slide e la canzone prende corpo diventando un blues elettrico abbastanza atipico.
“Barretts privateers” è un’altra cover di una canzone popolare eseguita a cappella come i canti dei marinai, scritta dal cantante canadese Stan Rogers e considerata l’ inno non ufficiale della Royal Canadian Navy.
“Mean streets” è uno scarno blues sorretto dalla voce di Slim, una slide, le bacchette a tenere il tempo e l’armonica di Big Dave McLean per un brano che racconta le vicissitudini degli homeless. “Northern Blues” è un acoustic blues per sola chitarra e voce, scarno e tipico nel sound di Watermelon Slim.
“Cabbagetown” (quartiere di Toronto al quale recentemente anche i Delta Moon hanno dedicato un brano strumentale) è una delicata ballata a tempo di valzer che ricorda molto da vicino il sound di Tom Waits.
“Winners Of Us All” è un’altra stupenda ballata che parla della menzogna del sogno americano con pianoforte, clarinetto e spazzole sulla batteria quasi fosse un jazz tune malinconico ma allo stesso tempo accattivante.
Chiude il disco un rock blues di grande impatto, “Dark Genius” dedicato d John F. Kennedy.
E’ un artista al quale sono molto affezionato quindi ogni suo album merita a prescindere.

Voto:***1/2

Tracklist:

01. Pickup my guidon
02. You’re going to need somebody on your bond
03. WBCN
04. Wolf cry
05. Barretts privateers
06. Mean streets
07. Northern blues
08. Cabbagetown
09. Winners of us all
10, Dark genius

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Novità Discografiche Autunno / Inverno 2017

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Al consueto appuntamento, più o meno trimestrale, delle novità discografiche diamo uno sguardo alle uscite, ad ora annunciate, nei prossimi mesi ((nel frattempo se ne aggiungeranno sicuramente altre).

The Blow Monkeys – The Wild River *import* (Decimo studio album; singolo: “Crying for the Moon”)

Albert Castiglia – Up All Night

 

The Church – Man Woman Life Death Infinity

Marilyn Manson – Heaven Upside Down

JD McPherson – Undivided Heart & Soul

The Selecter – Dayligh

The White Buffalo – Darkest Darks, Lightest Lights

Courtney Barnett & Kurt Vile – Lotta Sea Lice

Beck – Color

L.A. Guns – The Missing Peace

Robert Plant – Carry Fire

Buffalo Killers – Alive And Well In Ohio

Europe – Walk The Earth (prodotto da Dave Cobb)

Bela Fleck & Abigail Washburn – Echo In The Valley

Margo Price – All American Made

Darius Rucker – When Was The Last Time

Turnpike Troubadours – A Long Way From Your Heart

Bootsy Collins – World Wide Funk

Joe Henry – Thrum

Gregory Porter – Nat ‘King’ Cole & Me (con the London Studio Orchestra e Terence Blanchard)

Paloma Faith – The Architect (Ospiti: John Legend, Samuel L. Jackson, Naomi Miller, Janelle Martin; singolo: “Crybaby”)

Bob Seger – I Knew You When

———–> Ancora  nessuna canzone disponibile sulle piattaforme del web (non si conosce neppure la copertina del disco)

Blake Shelton – Texoma Shore (first single: “I’ll Name the Dogs”)

Nathaniel Rateliff & The Night Sweats – Live At Red Rock

———–> ancora nessun supporto video e copertina del cd

Lee Ann Womack – The Lonely, The Lonesome & The Gone

Kid Rock – Nuovo Album 2017 (singolo: Tennessee Mountain Top)

Neil Finn – Out Of Silence (ex Crowded House)

Stereophonics – Scream Above The Sounds

The Corrs – Jupiter Calling (prodotto da T Bone Burnett)

Billy Ray Cyrus – Set The Record Straight ( ospiti: George Jones, Loretta Lynn, Ronnie Milsap, la figlia Miley Cyrus, Joe Perry, Bryan Adams)

Seal – Standards

Taylor Swift – Reputation

Barenaked Ladies – Fake Nudes

Charlotte Gainsbourg – Rest

Mavis Staples – If All I Was Was Black (prodotto da Jeff Tweedy; singolo: “If All I Was Was Black”)

U2 – Songs Of Experience

Buon Ascolto !!!

 

Danny and The Champions of the World – Brilliant Light (2 CD Loose Music, 2017)

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Danny George Wilson coi fidi The Champions Of The World, gruppo di sette elementi proveniente da Londra, ha fatto centro un’altra volta dopo l’interessante album “Stay True” del 2013, che ho avuto modo di parlarne sul blog qui http://wp.me/p3cehQ-lD

Brilliant Light, il loro sesto disco è doppio ed è una interessante raccolta di piacevoli brani rock, country, soul e rhythm’n’blues.
Il primo CD si apre con “Waiting For The Right Time” canzone rock melodica ed ariosa, accompagnata dal piano, dalle chitarre e con un ottimo uso dei cori, la voce di Danny qui ricorda molto Graham Parker.
“Bring Me To My Knees” è country della west coast con una bella melodia accattivante ed orecchiabile, voce leggermente filtrata e con l’eco, ottimi interventi di chitarra; la successiva “It Hit Me” sposta l’asse sonoro verso l’ urban soul, gradevolissima canzone con accenni pop che richiama a gran voce artisti come Garland Jeffreys. Ottima interpretazione vocale di Danny.
“You’ll Remember Me” è una ballata country soul malinconica ma piena di feeling con un bel sax in sottofondo, e ricorda Southside Johnny, mentre il brano successivo “Swift Street” è un bel mix di soul gospel, in particolare all’inizio con la parte corale, poi si insinua una chitarra steel ed una elettrica ed il brano si contamina di country e rock pur mantenendo l’impronta gospel iniziale,è canzone piacevole ed intensa.

“Consider Me” è un brano rock orecchiabile, complice un refrain azzeccato,e come sound siamo dalle parti del Jersey Shore; “Coley Point” è una ballata col piano protagonista, la voce di Danny ed una steel guitar posta in sottofondo fanno il resto, non si può rimanere indifferenti a questa serie azzeccatissima di brani. Non esagero a dire che si tratta di un disco estremamente piacevole.
“It’s Just A Game (That We Were Playing)” è un altro brano r’n’b meets soul pieno di ritmo e melodia di grande qualità che riporta ancora a Southside Johnny così come anche la successiva “Never In The Moment” una grande canzone, uno dei più alti momenti del disco (anche se sono forse troppi da segnalare) che ricorda anche i brani di Little Steven.

Il primo CD termina degnamente con “Gotta Get Things Right In My Life”,un country rock contaminato dal soul, cantato e suonato con in mente sempre Suthside Johnny Lyon ma anche Graham Parker.
“Waiting For The Wheels To Come Off” apre il secondo CD, e sposta l’asse sonoro verso il sud degli States, r’n’b e funky conditi con una slide ed i fiati trasmettono brividi di piacere, “Don’t Walk Away” è una deliziosa ballata country malinconica e qui Danny fa un poco il verso a Zio Bob (o forse è soltanto una mia impressione)innesti di fiati, organo ed una seconda voce femminile arricchiscono il brano che ha una melodia vincente, mentre la successiva “Hey Don’t Lose Your Nerve” ritorna ad esplorare territori r’n’b ma questa volta con i toni soffusi di una ballata, condita dai cori in sottofondo. “Everything We Need” è un country boogie dominato dal pianoforte, mentre “Let The Water Wash Over You” è classic rock di spessore con venature country anche se qui figura poco più che un riempitivo.
“Long Distance Tears” è un r’n’b con tanto di fiati ed una steel guitar che rompe gli schemi ma che fa girare il brano a meraviglia condito anche dai cori riporta ancora una volta a Graham Parker, mentre “The Circus Made the Town” è una ballata suonata in punta di dita che profuma di country westcoastiano e la conclusiva “Flying By The Seat Of Our Pants” è la degna continuazione della precedente, il sound è molto simile, country ballad con i cori e steel guitar sugli scudi.
Diciotto i brani e nessuno da scartare o da mettere in secondo piano, direi che hanno centrato in pieno il risultato: il miglior disco ascoltato ultimamente. Classe e bravura spero gli servano per farsi conoscere al grande pubblico.Se lo meritano. Grazie a Danny Wilson e soci: potreste diventare “campioni del mondo” del genere Americana.

Voto: ****

Tracklist:

Disco 1
1. Waiting For The Right Time
2. Bring Me To My Knees
3. It Hit Me
4. You’ll Remember Me
5. Swift Street
6. Consider Me
7. Coley Point
8. It’s Just A Game (That We Were Playing)
9. Never In The Moment
10. Gotta Get Things Right In My Life

Disco 2
1. Waiting For The Wheels To Come Off
2. Don’t Walk Away
3. Hey Don’t Lose Your Nerve
4. Everything We Need
5. Let The Water Wash Over You (Don’t You Know)
6. Long Distance Tears
7. The Circus Made The Town
8. Flying By The Seat Of Our Pants”

P.S.: Attenzione che in circolazione esiste anche un terzo CD venduto come bonus Album intitolato ‘Photogene’ e contiene altre undici canzoni (!!):

Disco 3

1. Brixton Market
2. Cathedral Rocks
3. Jeffrey Street
4. Tomorrow’s Another Day
5. Herne Hill
6. Sunblinded
7. Granville Arcade
8. The Effra Coffin
9. Just A Game Reprise
10. Gonna Be Alright
11. Columbia Road Market

Gregg Allman – Southern Blood (Rounder Rec., 2017)

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Un vero e proprio testamento musicale del grande Gregg Allman questo “Southern Blood”, un regalo che ha voluto lasciare ai posteri, ai suoi fan ed a tutto il mondo musicale.
Lo scorso anno il tour americano di Gregg Allman fu improvvisamente cancellato per l’accentuarsi dei suoi problemi di salute ( il trapianto al fegato che fece nel 2010 gli ha garantito alcuni anni di serenità ma si è ripresentato un nuovo tumore, sempre al fegato, ed a questo punto, con grande coraggio ha rinunciato ad un nuovo intervento in quanto non voleva passare nuovamente l’inferno del post trapianto precedente quindi ha deciso di incidere un ultimo disco finché la salute glielo ha permesso). L’uscita dell’album era prevista per l’inizio del 2017 poi posticipata a metà anno ed infine,dopo la sua morte avvenuta lo scorso 27 maggio, l’entourage e la famiglia hanno deciso di pubblicarlo lo scorso 08 Settembre.

Il disco è stato inciso nella primavera del 2016, ai famosi Fame Studios di Muscle Shoals, in Alabama (dove suo fratello Duane cominciò la sua carriera come session man) sotto la produzione di Don Was e con l’aiuto della sua band composta dal chitarrista Sonny Sharrard, da Steve Potts e Marc Quinones, alla batteria e percussioni, Ron Johnson al basso, Peter Levin alle tastiere, Jay Collins, Art Edmaiston e Mark Franklin ai fiati, ai quali si aggiungono gli ospiti Spooner Oldham e David Hood, veterani dei Muscle Shoals Studios, e Jackson Browne, che presta la voce nella canzone a sua firma “Song For Adam”.

E’ un personale omaggio alla musica incisa e prodotta in quel luogo: soul, R&B, blues e southern rock. Composto da dieci brani di cui otto cover, più la canzone “My Only True Friend”, firmata da Gregg e da Sonny Sharrard, mentre l’altra “Love Like Kerosene” scritta dal solo Sharrard.
E’ difficile essere obiettivi con un disco uscito postumo ed a brevissima distanza dalla dipartita dell’artista. Comunque sia è un grande disco, superiore sia al suo esordio solista “Laid Back” che al più recente “Low Country Blues”.

Apre il disco l’unica canzone nuova, scritta come già anticipato assieme al chitarrista Sharrard, “My Only True Friend” dedicata al suo più grande amore, la musica, una canzone autobiografica, una ballata tipica del sound degli AB e la voce di Gregg che è bellissima nonostante i problemi di salute: comincia la chitarra elettrica poi una batteria scandisce il tempo accompagnata da un organo, un piano e dai fiati, guidati dalla tromba, protagonista nel finale di un bell’ assolo su quello di chitarra. Grande inizio.

La successiva “Once I Was” è un’altra ballata bella e malinconica, scritta da Tim Buckley, è introspettiva e prende il sopravvento un sound che comincia con una chitarra acustica ma che poi apre ad un tappeto musicale pieno e corposo: percussioni, doppie voci, poi le tastiere, i fiati (da brividi il sax, con un grande assolo) e la pedal steel diventano i protagonisti. Segue “Going Going Gone” un brano di Bob Dylan (dall’album Planet Waves del 1974) e che sinceramente non ricordavo, ma la rilettura di Gregg Allman è FANTASTICA: apertura della slide, percussioni, chitarra acustica e steel guitar che si fondono insieme, poi entrano i fiati ed i cori gospel che creano una grande melodia che mette tristezza ma dona una grande forza d’animo all’ascoltatore. Penso che al mondo non esista nessuna canzone che si possa definire perfetta, ma questa ci va molto vicino. Credetemi, solo a scrivere queste poche righe mentre la sto ascoltando in cuffia, mi viene la pelle d’oca.

“Black Muddy River” scritta da Jerry Garcia dei Grateful Dead è un’altra ballata coinvolgente ed equilibrata nella parte strumentale che comincia con la pedal steel e le percussioni che fanno da apripista per la splendida e potente voce di Gregg, poi entrano le tastiere, le chitarre, i fiati e le armonie vocali che completano un altro brano di grandissimo livello.
Forse la scomparsa di Gregg ha acuito la nostra sensibilità nei confronti di queste canzoni ma posso dire che si tratta a tutti gli effetti di un album di notevole caratura.
“I Love The Life I Live”, un brano scritto dal mitico Willie Dixon, ma resa celebre da Muddy Waters, è un blues pieno di grinta, fumoso, pianistico e con i fiati in grande spolvero. Il livello del disco rimane sempre molto alto, merito anche della produzione di Don Was che qui ha fatto un ottimo lavoro, bilanciando suoni e strumenti.

“Willin’” di Lowell George (Little Feat) spero sia conosciuta da tutti coloro che leggono questo blog (in caso contrario vi autorizzo ad abbandonarmi… e subito!) è un capolavoro della musica e Gregg Allman la rifà in maniera classica, con la voce al centro ed un contorno di chitarre acustiche, elettriche e steel, alle quali si aggiungono il piano e le armonie vocali che ci donano una versione magnifica.
La canzone successiva ci trasporta nei bayou della Louisiana: “Blind Bats And Swamp Roots” è un brano di Johnny Jenkins tratto dal suo album “Ton-Ton Macoute” del 1970, nel quale aveva suonato il fratello Duane (che posseggo e consiglio vivamente, se riuscite a trovarlo) ma sembra estratto dal cilindro di Dr John Mac Rebennack : ritmo ipnotico delle percussioni, cori femminili luciferini e fiati grondanti umori melmosi e paludosi.

“Out Of Left Field” è la tipica southern ballad, un brano scritto da Dan Penn e Spooner Oldham (che qui è presente come ospite) e reso famoso da Percy Sledge, è un omaggio alle proprie radici ed ai Fame studios dove fu incisa originariamente.
L’altro brano originale scritto da Scott Sharrard, “Love Like Kerosene” (ma già pubblicato nel suo album solista “Back To Macon”) è un solido brano blues, che si avvicina molto al sound degli Allman Brothers, col pianoforte in bella evidenza, la chitarra che serpeggia per tutta la durata del brano e una sezione ritmica che è un metronomo.

A chiudere il disco, ma anche un ciclo di vita e di musica è il brano “Song For Adam” scritto da Jackson Browne per ricordare la morte di un amico e che Gregg ha sempre collegato alla morte del fratello; il suo grande amico Jackson appare anche alle armonie vocali ed in passato aveva scritto “These Days”, presente nel primo disco solista di Gregg Allman del 1973.
Un brano riflessivo ed interiore, cantato e suonato con grazia e con la voce ormai affaticata. Difficilmente potrò ascoltare un disco più bello quest’anno.
Grazie di tutto Gregory Lenoir Allman, e non dimenticare di salutarci tuo fratello Duane.

Voto: ****1/2

Tracklist:

1. My Only True Friend Gregg Allman / Scott Sharrard
2. Once I Was Tim Buckley / Larry Beckett
3. Going Going Gone Bob Dylan
4. Black Muddy River J. Garcia / Robert C. Hunter
5. I Love the Life I Live Willie Dixon
6. Willin’ Lowell George
7. Blind Bats and Swamp Rats Jack Avery
8. Out of Left Field Dewey Lindon Oldham Jr. Dan Penn
9. Love Like Kerosene Sharrard
10. Song for Adam (feat. Jackson Browne) Jackson Browne

George Thorogood – Party Of One ( Rounder Rec., 2017)

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Il nuovo album del chitarrista del Delaware è un disco atipico per lui. Senza il gruppo storico dei Destroyers si destreggia tra chitarre acustiche ed elettriche ma in solitaria senza il sax, sostituito talvolta da un’armonica e va alle radici della musica blues, abbandonando il suo classico sound boogie blues.
Le intenzioni sono chiare a partire dal brano iniziale “I’m a Steady Rollin’ Man” di Robert Johnson,anche se qui la chitarra elettrica si avvicina in parte al sound di Thorogood. “Soft Spot” invece è acustica e pacata, George diventa una sorta di country folk singer con la sola compagnia della chitarra acustica.
“Tallahassee Woman” di John Hammond riacquista vigore con l’elettrica e la voce di George che si fa più tenace e grintosa. Bello l’assolo di slide sul finale.
“Wang Dang Doodle” del grande bluesman Willie Dixon (uno dei miei preferiti di sempre) viene riproposta con acustica ed armonica e forse perde un poco dell’immediatezza originale, mentre “Boogie Chillen” di John Lee Hooker torna al suo sound boogie ma sempre riproposto in chiave acustica anche se funziona alla grande. Troviamo pure i Rolling Stones, rivisitati nel classico “No Expectations” e la sua versione è molto bella ed intensa, la voce di George è ispirata, accompagnata dalla sola chitarra slide.
“Bad News” viene interpretata nel classico stile di Johnny Cash, mentre la successiva “Down The Highway” è un tributo a Bob Dylan (il brano era nel disco di Zio Bob “Freewheelin'”) proposto in versione folk blues.
“Got To Move” è di Elmore James, uno degli eroi di Thorogood, maestro nella slide guitar, strumento che qui viene “strapazzato” a dovere mentre “Born with the Blues” di Brownie McGee torna acustica ma è piacevole ed orecchiabile.
Il classico “The Sky is Crying” ancora di Elmore James, ma interpretato da decine di artisti tra cui Stevie Ray Vaughan ed Eric Clapton, è rivisto ancora in versione acustica ma secondo mio modesto parere il brano perde un poco di incisività.Ci pensano i due brani di John Lee Hooker a riportare il disco a grandi livelli:”The Hookers” boogie blues classico e “One Bourbon, One Scotch, One Beer” che chiude il disco è ripresa live dal Rockline di Los Angeles e dona la giusta carica anche se manca la sezione ritmica. Tra i due brani trova posto anche una rilettura di un brano di Hank Williams, altro eroe di George che rifà “Pictures from Life’s Other Side” in una bella versione folk country. Nella versione CD è presente un ulteriore brano di Robert Johnson “Dynaflow Blues” ma essendo in possesso del vinile purtroppo non posso aggiungere altro.
In definitiva una piacevole sorpresa ascoltare questo artista che ha costruito la sua carriera con un sound di rozzo blues boogie rock in versione unplugged.

Voto: ***

Tracklist:

01. I’m A Steady Rollin’ Man
02. Soft Spot
03. Tallahassee Women
04. Wang Dang Doodle
05. Boogie Chillen
06. No Expectations
07. Bad News
08. Down The Highway
09. Got To Move
10. Born With The Blues
11. The Sky Is Crying
12. The Hookers (If You Miss ‘Im I Got ‘Im)
13. Pictures From Life’s Other Side
14. One Bourbon, One Scotch, One Beer (Live From Rockline, Los Angeles, CA / February 10, 1999)

Soltanto nella versione CD:

15. Dynaflow Blues – George Thorogood & The Destroyers

Steve Earle & The Dukes – So You Wannabe An Outlaw (Warner Bros Rec., 2017)

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Con un discreto ritardo (l’album è uscito verso fine mese di Giugno) mi appresto a parlare dell’ultima fatica discografica di Steve Earle, “So You Wannabe an Outlaw” segna il ritorno a grandi livelli, ai quali eravamo abituati dai suoi esordi sino alla fine dello scorso millennio (con album del calibro di “I Feel Alright” ed “El Corazon”) ed è forse il disco più legato alla tradizione roots dai tempi dello splendido episodio bluegrass “The Mountain”, inciso nel 1999 con la Del Mc Coury Band. È senza dubbio un tributo ai suoi padri putativi Waylon Jennings, Willie Nelson, Townes Van Zandt e Guy Clark.
Dopo un periodo un poco appannato, privo di ispirazione e con dischi non certo all’altezza delle aspettative (come per esempio il precedente “Terraplane Blues”, discreto episodio ben suonato, ma si avvertiva poco sentimento e molto mestiere) “So You Wannabe an Outlaw” è un ritorno alla vecchia casa discografica Warner e combacia col ritorno ad uno Steve Earle di grande spessore, come si evince già nel brano di apertura: la title track è un duetto con Willie Nelson in classico outlaw country style con la chitarra che guida i suoni ed una steel guitar che si intreccia col violino, a dare sottofondo alle voci dei due protagonisti.

“Lookin for a Woman” ci riporta agli esordi, sonorità vicine a “Guitar Town” ed “Exit O” e testi che parlano della propria vita sentimentale.
“The Firebreak Line” è un hillbilly rock con influenze blues. Chitarra elettrica e pedal steel sugli scudi mentre in sottofondo un violino si muove sinuoso.
Molto bella la ripartenza nel finale della canzone.
“News from Colorado” addolcisce un poco i suoni; una ballata country classico con un bell’intreccio di violini, steel ed acustiche. Ma è subito tempo di rock elettrico e diretto: “If Mama Could See Me” con l’incedere tosto e secco della batteria, un violino accompagna in sottofondo la voce di Steve che ci consegna una canzone di puro heartland rock. “Fixin’ to Die” è ancora un brano di tosto rock, ma con influenze blues.
“This Is How It Ends” brano cantato in coppia con la country girl Miranda Lambert, non è certo entusiasmante, anche se la canzone è decisamente orecchiabile (forse fin troppo). La successiva “The Girl on the Mountain” è più lenta ed intimistica: il cantato diventa confidenziale, sulle note di violino, acustica e pedal steel è il risultato di un brano interiore e cantautorale.
La successiva “You Broke My Heart” è un valzer country che arriva dal passato; oltre ai soliti strumenti si aggiunge un mandolino a smorzare i toni.
“Walkin’ in L.A.” è addirittura western swing, con l’ospite Johnny Bush alla voce in coppia con Steve, è molto divertente e piacevole da ascoltare.
Siamo quasi al termine e “Sunset Highway” risveglia un poco gli animi e si torna su territori heartland rock. Chiude il disco il brano “Goodbye Michelangelo”, un’elegia dedicata a Guy Clark, scomparso lo scorso anno. Ballata acustica, malinconica e profonda, è il brano che più rimane impresso di questa raccolta dedicata agli eroi fuorilegge. E questa non poteva che esserne la degna conclusione.

Voto: ***1/2

Tracklist:

01. So You Wanna Be An Outlaw (feat. Willie Nelson)
02. Lookin’ For A Woman
03. The Firebreak Line
04. News From Colorado
05. If Mama Coulda Seen Me
06. Fixin’ To Die
07. This Is How It Ends (feat. Miranda Lambert)
08. The Girl On The Mountain
09. You Broke My Heart
10. Walkin’ In LA (feat. Johnny Bush)
11. Sunset Highway
12. Goodbye Michelangelo

Donald Ray Pollock – La tavola del paradiso (Elliot Ed., 2107)

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Traduttore: G. Testani
Collana: Scatti
Anno edizione: 2017
Pagine: 378

Siamo nel 1917, al confine tra la Georgia e Alabama. Pearl Jewett, un contadino rude e manesco, espropriato della propria terra e finito in miseria, condivide una dura esistenza con i tre figli: Cane, il più grande intelligente e di bell’ aspetto; Cob, goffo e un po lento di comprendonio; e Chimney, il più giovane, dal temperamento sanguigno.
Alla morte del padre i tre ragazzi decidono di partire per il Nord e imitare le gesta criminali del loro idolo, Bloody Bill Bucket, diventando in breve tempo gli uomini più ricercati del paese. Non troppo lontano, Ellsworth Fiddler, un contadino che abita nel sud dell’ Ohio insieme alla moglie e all’ unico figlio scapestrato, viene raggirato e perde tutto ciò che possiede. Dopo la misteriosa sparizione del figlio, il destino lo porterà a incrociare i passi dei Jewett. Non può nascere nulla di buono da un incontro del genere, oppure sì?
Seguendo la tradizione letteraria di Flannery O’Connor e Cormac McCarthy, unita a una dose ben calibrata della violenza cinematografica di Sam Peckinpah e del gusto per l’ assurdo e l’ ironia di Quentin Tarantino e dei fratelli Coen, con questo romanzo Donald Ray Pollock si conferma tra le voci più importanti della narrativa americana contemporanea.

Nota sull’ Autore:

Donald Ray Pollock è nato nel 1954 a Knockemstiff, in Ohio. Ha lasciato la scuola a diciassette anni per lavorare in un macello, e ne ha poi passati trentadue come operaio in una cartiera. I suoi primi scritti sono stati notati nel corso di uno stage universitario al quale aveva partecipato per ottenere una riduzione dell?orario di lavoro. Sue opere sono apparse su numerose riviste, tra cui il «New York Times». Elliot Edizioni nel 2009 ha pubblicato la sua raccolta di racconti Knockemstiff e nel 2011 il suo primo romanzo, “Le strade del male” un ottimo libro letto dal sottoscritto ed inserito da «Publishers Weekly» tra i migliori dieci libri dell’anno. In Germania “La tavola del Paradiso” ha vinto il Deutscher Krimi Preis 2017.

Sito Ufficiale http://www.donaldraypollock.net.