Novità Discografiche Estate 2018

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Gin Blossoms Mixed Reality (produttori: Mitch Easter, Don Dixon; singolo: “Break”)

Buddy Guy The Blues Is Alive And Well (produttore: Tom Hambridge; ospiti: Mick Jagger, Keith Richards, Jeff Beck, James Bay)

Johnny Marr Call The Comet (singolo: “The Tracers”)

The Mighty Mighty Bosstones While We’re At It

Arthur Buck Arthur Buck (Joseph Arthur e Peter Buck – ex REM; singolo: “I Am the Moment”)

Paul Cauthen Have Mercy (singolo: “Everybody Walkin’ This Land”)

Dawes Passwords

Jeffrey Foucault Blood Brothers

The Record Company All Of This Life

Kamasi Washington Heaven and Earth

The Alarm Equals

Ray Davies Our Country: Americana Act II

The Essex Green Hardly Electronic

The Jayhawks Backroads and Abandoned Motels

Jon Cleary Dyna-Mite

Lori McKenna The Tree

Israel Nash Lifted

Boz Scaggs Out Of The Blues

James Living In Extraordinary Times

Amanda Shires To The Sunset

Shemekia Copeland America’s Child (produttore: Will Kimbrough; ospiti: John Prine, Emmylou Harris, Steve Cropper, Mary Gauthier, Rhiannon Giddens, Gretchen Peters,ecc.)

Lucero Among the Ghost

Jason Eady I Travel On (singolo: “Calaveras County”)

Robbie Fulks & Linda Gail Lewis Wild! Wild! Wild! (produce il cantautore americano nell’album in coppia con la sorella del celebre “Killer” Jerry Lee ; singolo: “Wild Wild Wild”)

Shooter Jennings Shooter (produttore: Dave Cobb; singolo: “Fast Horses & Good Hideouts”)

The Magpie Salute – High Water I (band che comprende ex-membri dei Black Crowes produttore: Rich Robinson; singolo : “Send Me An Omen”)

Mark Lanegan & Duke Garwood With Animals (singolo : “Save Me”)

Inoltre a Settembre 2018:

Lenny Kravitz Raise Vibration (singolo: “It’s Enough”)

Craig Armstrong Sun On You

Good Charlotte Generation Rx (singolo : “Actual Pain”)

Carrie Underwood Cry Pretty

Ben Danaher Still Feel Lucky

Dwight Yoakam – New Album 2018

Uriah Heep Living The Dream

Ann Wilson Immortal ( ex componente del gruppo Heart pubblica un album di canzoni di artistiche sono morti negli ultimi anni, tra i quali Leonard Cohen, David Bowie, Tom Petty, Chris Cornell ed Amy Winehouse; produttore: Mike Flicker)

Buona Estate e buon Ascolto !

Massimo

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Mike Zito – First Class Life (Ruf Records, 2018)

Front

Il musicista di St. Louis, Missouri, da quando si è spostato in Texas lasciandosi alle spalle il suo passato travagliato (dipendenza di droga) si è formato una famiglia ed è rinato. Una seconda possibilità dovrebbe essere concessa a tutti e Mike Zito non se l’è certo lasciata sfuggire, concentrandosi su quello che sapeva fare meglio, ovvero suonare il blues; cosa che ha ampiamente dimostrato nel suo precedente album del 2016 “Make Blues Not War”.

Il suo nuovo lavoro, intitolato “First Class Life”, è perfetto per fotografare la sua situazione attuale, dice l’artista in una recentissima intervista: «Il titolo riflette sia il mio passato che il mio presente. La mia è una storia di successo. Sono cresciuto in un ambiente povero a St. Louis. Oggi posso cantare le mie canzoni in tutto il mondo. Agli occhi dei miei connazionali che cercano la ricchezza soprattutto in cose materiali, io non sono un uomo ricco. Ma io la vedo diversamente. Ho una famiglia meravigliosa, sono pulito e posso vivere della mia musica».

Ha esordito nel 2000 col disco “America’s Most Wanted”, ma è nel 2009 con l’album “Pearl River” che riesce a raggiungere la notorietà all’interno dei confini nazionali, in ambito blues. Nei quattro anni successivi (dal 2010 al 2014) entra a far parte del super gruppo “The Royal Southern Brotherhood”, che comprendeva il figlio di Gregg, Devon Allman (pure lui se ne andrà per perseguire la carriera solista e verrà sostituito dal figlio di Jimmie, Tyrone Vaughan), Cyril Neville, Yonrico Scott, Bart Walker e Charlie Wooton coi quali ha scalato le classifiche americane ed in seguito ritornando a dedicarsi alla sua carriera solista ha pubblicato album sempre più interessanti come “Gone to Texas” (2013), “Keep Coming Back” (2015) e “Make Blues Not War” (2016)che lo hanno consolidato come autore e chitarrista.

Con Mike Zito (chitarra e voce), in questo nuovo album troviamo Lewis Stephens (pianoforte, organo B3/Wurlitzer), Matthew Johnson alla batteria e Terry Dry al basso e l’ ospite Bernard Allison alla chitarra nel brano co scritto “Mama, Don’t Like No Wah Wah”.
L’iniziale “Mississippi Nights” malgrado il titolo, sembra più un blues Chicago Style con la sezione ritmica che tiene il tempo e la slide che serpeggia lungo tutta la durata del brano.
La title track guarda più a sud e ricorda i brani di Delbert McClinton, grande artista texano, mentre “I Would’nt Treat A Dog (The Way You Treat Me)” è più discorsiva ma mantiene alto il pathos con la presenza di numerosi assoli di chitarra. Seguono il lento blues di “The World We Live In” e la già citata “Mama, Don’t Like No Wah Wah” movimentata e dagli accenti funky che vedono Zito e Bernard Allison ingaggiare una sorta di duello alle chitarre.
“Old Black Graveyard” è un triste saluto ai morti in guerra con il sound hard blues della sola chitarra mentre il tappeto sonoro si mantiene quasi in disparte. Segue il brano “Dying Day” accattivante ed orecchiabile blues elettrico, tutto incentrato sul suono della chitarra di Zito che si impegna in diversi assolo. “Back Problems” è un funky blues senza pretese ma che si ascolta con piacere e precede l’ intensa “Time for a Change”, qualitativamente superiore, nella quale risaltano sfumature Southern Rock.
“Damn Shame” è uno slow blues notturno da locale fumoso, nel quale Zito mette in mostra le sue notevoli doti di chitarrista ed anticipa la chiusura movimentata di “Trying To Make A Living” un rock’n’roll blues di buon impatto con un ottimo intervento del piano boogie style di Stephens, che ben si amalgama con gli innesti della chitarra.

Mike Zito, nonostante tutto, mantiene le promesse: “First Class Life” è un disco transitorio e non si può considerare un passo avanti rispetto ai precedenti album, ma rimane al loro livello quindi, per chi ancora non lo conosce, può tranquillamente partire da questo album.

Voto: ***

Tracklist:

01. Mississippi Nights
02. First Class Life
03. I Wouldn’t Treat A Dog
04. The World We Live In
05. Mama Don’t Like No Wah Wah
06. Old Black Graveyard
07. Dying Day
08. Back Problems
09. Time For A Change
10. Damn Shame
11. Trying To Make A Living

Luke Winslow-King – Blue Mesa (Bloodshot Records, 2018)

Blue Mesa

Visto di recente in concerto acustico, Luke Winslow King in compagnia del suo pard italiano, il chitarrista prodigio livornese Roberto Luti (che ovviamente ritroviamo in questo album), a Fiorenzuola D’Arda nel quale avevano rivisitato vecchi classici del blues e molti suoi brani significativi è uno di quei musicisti per i quali ti affezioni subito.
Due anni orsono, in seguito alla separazione con la moglie Esther Rose aveva pubblicato un signor album dal titolo “I’m Glad Trouble Don’t Last Always” ( vi consiglio di andare a recuperarlo) che testimoniava quanto la situazione sentimentale lo aveva colpito duramente, ma aveva rialzato subito la testa, reagendo e producendo un disco di ottima fattura denso di brani roots, blues & rock, con protagoniste le slide di Winslow King e più in particolare di Luti.
Entrambi cittadini onorari di New Orleans, dove Winslow-King si è trasferito nel 2002 fino a poco tempo fa, quando ha deciso di tornare nella natia Cadillac, nel Michigan; ma la musica di New Orleans continua ad essere la protagonista nei suoi dischi. Quest’ultimo è stato registrato a Lari, in Toscana, dove Luti ha un suo studio di registrazione: suppongo che i paesaggi toscani abbiano aiutato in fase di registrazione e lo testimonia l’iniziale stupenda “You Got Mine” scritta con “Washboard” Lissa Driscoll, musicista di New Orleans recentemente scomparsa per un tumore, alla quale è dedicato l’album, molto conosciuta nella Crescent city per la sua attività di musicista di strada (Grayson Capps le dedicò una canzone in un suo album, amica di Luke ed ex compagna di Luti molti anni fa) il brano è un blues marchiato dal soul, con la presenza continua dell’organo di Mike Lynch (tra gli altri: Bob Seger, Whitey Morgan) e dalle chitarre di Luti e Winslow-King ma che, contrappuntato dai deliziosi cori, sfocia nel gospel del deep south degli States. La successiva “Leghorn Women” è uno swamp blues-rock dedicato alle donne di Livorno (Leghorn) mentre la title-track è una ballata malinconica densa di umori rock blues ed accenni del border con la magica slide di Luti che ti tocca l’anima. Non sbaglio a dire che siamo ai livelli del grande Ry Cooder.
“Born To Roam” è un altro ottimo brano, un rock ‘n’ roll diretto, dal sound epico, che ti mette subito di buonumore. “Better For Knowing You” è una ballata malinconica e rarefatta suonata splendidamente: sezione ritmica accennata e slide in sottofondo sempre presente sotto la bella voce confidenziale di Luke. Non c’è un brano sottotono e la successiva “Thought I Heard You” ne è la conferma, un altro rock blues di ottima caratura, carico e pieno di riff che ricorda i brani di Sonny Landreth o di Tab Benoit (altri “nostri” eroi della Louisiana, chi non conosce non può capire…), segue la ballata “Break Down The Walls” un delicato mix di soul e folk con l’organo e la slide (da sentire gli interventi, da brividi!) sempre presenti ad impreziosire il sound che poi vira inevitabilmente nel finale gospel.
“Chicken Dinner” è blues soul che, con l’aggiunta dei fiati, rimanda ad un sound sudista pigro ma gioioso e rigenerante. “After The Rain” è un altro brano che puoi ascoltare solo da artisti che sono stati toccati dal sound della Big Easy: brano suonato in punta di dita, la voce suadente di Luke, gli interventi alle chitarre emozionano come sempre, l’organo e la sezione ritmica sono in sottofondo ed i cori femminili che arricchiscono il sound.
Purtroppo siamo giunti già in chiusura e “Farewell Blues” ci regala un’ altra fantastica ballata arricchita da un violino ed in sottofondo una fisarmonica, che si aggiungono agli interventi malinconici della slide che donano al brano un sapore country, quasi cajun.
Luke Winslow-King è un artista di talento assolutamente da scoprire.

Voto: ***1/2

Track List:

01. You Got Mine
02. Leghorn Women
03. Blue Mesa
04. Born to Roam
05. Better for Knowing You
06. Thought I Heard You
07. Break Down the Walls
08. Chicken Dinner
09. After the Rain
10. Farewell Blues

https://lukewinslowking.bandcamp.com/

Musicisti:

Luke Winslow-King – guitars, vocals
Roberto Luti – electric guitar
Chris Davis – drums
Christian Carpenter – electric bass
Mike Lynch – Hammond organ, Wurlitzer, Fender Rhodes, piano, accordion
Mike Shimmin – percussion
Matt Rhody – violin
Jen Sygit, Laura Bates Lerman – backing vocals
Ben Polcer – trumpet
Etienne Jean Stoufflet – tenor sax
Dominick Grillo – baritone sax

Ry Cooder – The Prodigal Son (Fantasy Rec., 2018)

ry cooder prodigal son

Parlare di Ry Cooder ormai è superfluo. Chi non lo conosce direttamente ha ascoltato almeno una volta alcune delle sue canzoni comprese in famose colonne sonore oppure quelle del periodo “cubano”. Ha esplorato praticamente quasi tutti i generi musicali e da molti anni è fonte d’ispirazione per molti musicisti.
A 71 anni ha ancora voglia di suonare ma poca di fare dischi. Per questo ci ha pensato suo figlio Joachim che ha insistito affinchè suo padre incidesse un disco come ai vecchi tempi, senza fiati e fisarmonica ma soltanto lui e la sua chitarra. Poi il processo si è evoluto e nonostante le sonorità siano scarne è un disco gospel, con canzoni estrapolate da un vecchio repertorio ma riprese con un sound fresco e genuino. Ry, voce e chitarra, in compagnia del figlio, una batteria, un piano e poi le voci del compianto Terry Evans, di Bobby King ed Arnold McCuller presenti in alcune canzoni e poco altro. Un disco di altri tempi per nulla commerciale ma allo stesso tempo molto fruibile.
Analizzando come al solito canzone per canzone, troviamo il brano che apre il disco e ripreso dal repertorio dei Pilgrim Travelers, intitolata “Straight Street”, una ballata gospel dai sapori caraibici, accompagnata da un mandolino, ed i cori a creare un alone mistico. “Shrinking Man” scritta da Cooder ricorda molto le vecchie composizioni del nostro, è un blues elettrico sferragliante con la slide protagonista. La successiva “Gentrification” è ancora una nuova composizione di Ry Cooder dal testo amaro (parla del business immobiliare, un fenomeno di speculazione edilizia appoggiato dal governo ma che alla fine ha reso le città senza vita e piene di centri commerciali) ma dal sound folk rock decisamente orecchiabile mentre il traditional di Blind Willie Johnson “Everybody Ought To Treat a Stranger Right” è un gospel blues sorretto dai cori e da una slide da brividi ( è il Cooder che adoro). La title track (rifatta pure dai Rolling Stones ed inclusa nel disco “Beggars Banquet” del 1968) è tratta dal song-book del Rev. Robert Timothy Wilkins ed è una sorta di rock’n’roll primordiale con cori, slide e rumori di sottofondo che avvicinano il brano a qualcosa di malsano e luciferino e non certo alla parabola evangelica alla quale si accosta il titolo.

In “Nobody’s Fault but Mine” sempre del grande Blind Willie Johnson (ben conosciuta grazie alla versione che fecero i Led Zeppelin) è presente un campionamento di una tromba che produce un’armonizzazione sulla quale Ry ha aggiunto la voce e la chitarra acustica, incisa in una sola take con l’aggiunta dei cori nel finale è mistica e quasi inquietante.”You Must Unload” proviene dal repertorio di Blind Alfred Reed, incisa originariamente nel 1927, vede la presenza come ospiti in sala d’incisione, Robert Francis al basso e Aubrey Haynie al violino, strumento quest’ultimo che assume il comando nella melodia e che inserisce elementi celtici per una ballata morbida e di gran classe.
“I’ll Be Rested When The Roll is Called” si apre con un mandolino, percussioni e shakers ma è puro gospel cantato una Domenica mattina qualsiasi in una chiesa pentecostale del sud degli States. Con “Harbor of Love” tratta dal repertorio degli Stanley Brothers inserisce elementi della cultura musicale bianca con influenze country (complice una pedal steel) in una melodia dolce e delicata.
“Jesus and Woody” altro brano scritto da Cooder è una sorta di poema folk elettro acustico incentrato fin dal titolo su due figure lontane tra loro ma di una certa importanza: il figlio di Dio ed il folksinger, due differenti fonti d’ispirazione per i musicisti oltreoceano.
E’ compito di “In His Care” chiudere questo magnifico disco, il brano di Sister Rosetta Tharpe è rivisto in maniera splendida: un gospel blues come fosse suonato sulle rive del Mississippi.
Un disco difficile da catalogare e forse, a torto, definibile come anacronistico nella nostra era moderna, ma a conti fatti va a recuperare un passato storico e musicale che inevitabilmente servirà a dar vita al nostro futuro.

Voto: ****

Tracklist:

1. Straight Street (James W. Alexander / Jesse Whitaker)
2. Shrinking man (Ry Cooder)
3. Gentrification (Ry Cooder / Joachim Cooder)
4. Everybody ought to treat a stranger right (Blind Willie Johnson, arrangiata
da Ry Cooder)
5. The prodigal son (arrangiata da Ry Cooder /Joachim Cooder)
6. Nobody’s fault but mine (Blind Willie Johnson, arrangiata da Ry
Cooder/Joachim Cooder)
7. You must unload (Blind Alfred Reed)
8. I’ll Be Rested When The Roll Is Called (Blind Roosevelt Graves, arrangiata
da Ry Cooder)
9. Harbor of love (Carter Stanley)
10. Jesus and Woody (Ry Cooder)
11. In His Care (William L. Dawson)

Jesmyn Ward – Salvare le ossa ( NN Editore, 2018)

Jesmyn Ward

Traduttore : Monica Pareschi
Pagine: 320

L’ uragano Katrina minaccia di colpire Bois Sauvage, Mississippi. In un avvallamento chiamato la Fossa, tra rottami, baracche e boschi, vivono Esch, i suoi
fratelli e il padre. La famiglia cerca di prepararsi all’emergenza, ma tutti hanno altri pensieri: Skeetah deve assistere il suo pitbull da combattimento dopo il parto; Randall, quando non gioca a basket, si occupa del piccolo Junior; ed Esch, la protagonista, unica ragazzina in un mondo di uomini, legge la storia degli Argonauti, è innamorata di Manny, e scopre di essere incinta. Nei dodici giorni che scandiscono l’arrivo della tempesta, il legame tra i fratelli e la fiducia reciproca si rinsaldano, uniche luci nel buio della disgrazia incombente.
Salvare le ossa racconta la vita di ogni giorno con la forza del mito, e celebra la lotta per l’amore a dispetto di qualunque destino, non importa quanto cieco e ostile. Con una lingua intensamente poetica, dove ogni parola brucia come una lacrima non versata, Jesmyn Ward ci trascina di pagina in pagina in un vortice di sole, vento, sangue e pioggia, lasciandoci, alla fine, commossi e senza respiro.

“Questo libro è per Medea, che va incontro a Giasone tremante nel vento, per chi dopo la pioggia pesca a mani nude i girini nei fossi, per chi gioca a nascondino nelle stanze di vapore tra lenzuola stese ad asciugare, e per chi corre mano nella mano con suo fratello, ogni passo il balzo di un uccello che si alza in volo”.

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Nota sull’ autore:

Jesmyn Ward vive in Mississippi, dove insegna scrittura creativa alla Tulane University. Salvare le ossa ha vinto il National Book Award nel 2011, e il memoir Men We Reaped è stato finalista al National Book Critics Circle Award. Con il suo ultimo romanzo, Sing, Unburied, Sing, Jesmyn Ward ha vinto il National Book Award per la seconda volta, prima donna dopo scrittori come William Faulkner, John Cheever, Bernard Malamud, Philip Roth, John Updike.
Salvare le ossa è il primo di una trilogia ed NN Editore pubblicherà anche gli altri due capitoli di Bois Sauvage.

Blackberry Smoke – Find A Light (Earache Records, 2018)

blackberry smoke find a light

La band di Atlanta a distanza di quasi due anni dal precedente “Like an Arrow” (https://wp.me/p3cehQ-4g7) ritorna con un nuovo disco ancora auto-prodotto e dal sound variegato: è stato registrato in studio in presa diretta e spazia dal southern rock al blues, dal country al rock classico con influenze rootsy.
Charlie Starr (voce e chitarra) si riconferma il leader indiscusso della band che è composta anche da Paul Jackson (chitarra e voce) Richard Turner (basso e voce), Brit Turner (batteria) e Brandon Still (tastiere).
L’iniziale ‘Flesh And Bone’, è un hard rock blues di grana grossa che spiazza un poco, ma la successiva riporta tutto a casa, “Run Away From It All” è un brano col classico sound del gruppo: un southern rock infarcito di elementi roots con una melodia che rimane subito impressa.

“The Crooked Kind” è ancora un southern rock con la batteria che pesta e le chitarre trascinanti. “Medicate My Mind” è più cadenzata e melodica, un rock venato di country blues mentre “I’ve Got This Song” è finalmente una ballata country roots che mostra altre qualità del gruppo, che può registrare grandi canzoni semplicemente inserendo una chitarra acustica ed un violino: prima grande canzone del disco.
“Best Seat In The House” (con ospite Keith Nelson dei Buckcherry) si torna in territori Southern Rock ma questa volta la linea melodica è vincente ed il brano si lascia ascoltare con piacere. “I’ll Keep Ramblin” è un boogie che viaggia come un treno diretto carburato dalla sacred steel dell’ ospite Robert Randolph, da un pianoforte e dai cori che ci accompagnano ad un finale a tinte gospel.
“Seems So Far” è pacata e molto west coast mentre “Lord Strike Me Dead” si apre con percussioni e shakers ma puoi vira subito al classico sound southern rock.
“Let Me Down Easy” è una canzone di estrazione country, radiofonica e piacevole da ascoltare, in particolare per l’intervento vocale di Amanda Shires (violinista e moglie del collega Jason Isbell). “Nobody Gives a Damn” è un rock tosto con le chitarre che girano a mille, un bel piano boogie posto in sottofondo ed un refrain che ti rimane impresso in mente.
La successiva “Till The Wheels Fall Off” ha un sound epico in pieno stile seventies. Chiude il disco “Mother Mountain” densa di intrecci vocali, con ospiti i Wood Brothers è una canzone quasi bucolica che si stacca dal contesto del disco anche se non stona affatto,anzi.
Non sarà certo il loro disco migliore ma riescono come sempre a mantenere un buon livello qualitativo, ripercorrendo la tradizione musicale del sud degli States.

Voto: ***1/2

Tracklist:

1 Flesh And Bone
2 Run Away From It All
3 The Crooked Kind
4 Medicate My Mind
5 I’ve Got This Song
6 Best Seat In The House
7 I’ll Keep Ramblin’
8 Seems So Far
9 Lord Strike Me Dead
10 Let Me Down Easy
11 Nobody Gives A Damn
12 Till The Wheels Fall Off
13 Mother Mountain

SFERA EBBASTA – Rockstar (Def Jam/Universal)   — Reverendo Lys

Lo so… starete certamente pensando che qualcosa non funziona. Ma come, si parla di sferaebbasta sul blog Bamboo Road ? No, o meglio si, ma solo per presentare il blog di Reverendo Lys che seguo spesso e che dice la sua su questo nuovo “personaggio”. Da leggere assolutamente.Davvero esilarante.

Appartengo a una categoria di eletti. Ho pianto quando è morto David Bowie e dato un pugno sul muro quando è stata la volta di Lemmy. Ho fatto l’air guitar sui dischi degli AC/DC e suonato quella vera su quelli dei Sonics. Conservo le mie tre copie di Psychotic Reaction dei Count Five come se […]

via SFERA EBBASTA – Rockstar (Def Jam/Universal)   — Reverendo Lys