Buscadero Day – 23 Luglio 2017 a Pusiano (Co)

Come ogni anno nel mese di luglio e’ tempo di “Buscadero Day”, il piu’ importante festival italiano dedicato a promuovere artisti che si muovono nell’ambito della musica del genere “americana” (suoni che traggono origine delle roots mede in Usa abilmente mescolate con country, rock , blues etc.). Nel corso della conferenza stampa di martedi’ 4 […]

via BUSCADERO DAY 2017 – Americana Music sul lago di Pusiano (Co) domenica 23 luglio — FaseControFase

Ian Levison – Si Fermi Qui (Edizioni E/O, 2017)

Levison

In uscita oggi, 06 Luglio 2017
Traduzione: Aurelia Di Meo
Pagine: 208

Jeffrey Sutton è un tassista di mezz’età, single, che coltiva progetti e spera di costruirsi un futuro migliore. In un tranquillo giorno di riposo, senza alcun preavviso, viene arrestato a casa sua e accusato di aver rapito (e probabilmente ucciso) una ragazzina di dodici anni. Le prove contro di lui sono poche e deboli, eppure questo non ferma la polizia, decisa a trovare un colpevole e pronta a ignorare altre piste. Rinchiuso in una cella del braccio della morte, attende il giorno del processo con la sola compagnia di un altro detenuto, un serial killer cinico e dall’ umorismo tagliente. Assistito da un avvocato incompetente, il suo destino sembra ormai segnato.
Con sguardo distaccato e insieme ironico, Jeffrey descrive le assurdità della situazione in cui si trova mentre assiste impotente alla distruzione della sua immagine pubblica e della sua vita, un pezzo alla volta. Ossessionato dalla scoperta che la realtà non è affatto come i polizieschi che ha visto in tv, finisce nel tritacarne kafkiano degli abusi di potere, di un sistema giudiziario fallace e dell’accanimento dei media.

«Con la sua solita efficacia, il suo stile all’ ennesima potenza, il suo umorismo aspro, Iain Levison riesce a trasformare questa spietata denuncia in un romanzo che ci rianima con la sua forza vitale e la sua capacità d’indignarsi».
Télérama

Note sull’ autore:

Iain Levison è nato ad Aberdeen in Scozia nel 1963, ha vissuto a lungo negli Stati Uniti e attualmente risiede in Cina, dove insegna. Al termine degli studi universitari ha svolto le professioni più disparate: pescatore di granchi in Alaska, autista di camion, imbianchino e falegname. Il suo primo romanzo si intitola “Fatti fuori” edito in Italia da Instar Libri è stato tradotto in vari paesi ed ha suscitato l’interesse della stampa e del pubblico. A seguire ha pubblicato numerosi romanzi di successo in Francia e nel 2008 ha vinto il Clarion Award per una serie di articoli pubblicati sulla rivista Philadelphia.

Bibliografia:

Working Stiff’s Manifesto: A Memoir 2003 (inedito in Italia)
Since the Layoffs 2003 (Fatti Fuori, I Dirigibili 2005/ FuoriClasse 2011)
How to Rob an Armored Car 2009 (inedito in Italia)
Ammazzarsi per sopravvivere. Le infinite fatiche di un precario americano (Paesi, parole 2010)
Dog Eats Dog 2008 (Una canaglia e mezzo, I canguri 2008);
The Cab Driver 2012 (Si Fermi Qui, 2017)
Un Petit Boulot 2013 (inedito in Italia)
Ils Savent Tout de Vous 2015 (inedito in Italia)

Graziano Romani – Soul Crusader Again (Route 61 Music, 2017)

Graziano

 

 

Sono più di trent’anni che conosco Graziano: prima è arrivata la musica dei Rocking Chairs (ricordo ancora come fosse ieri quando nel 1987 diedi la cassetta del loro primo album “New Egipt” a Svisa, DJ di Radio West Alessandria, per cercare di invogliarli ad organizzare un concerto nella mia città ma poi non se ne fece nulla – e la cassetta non tornò più al suo proprietario- negli anni successivi mi presi la mia rivincita organizzando un paio di concerti di Graziano, ormai in veste di solista, al Thunder Road di Codevilla) poi di persona, i tanti concerti e la musica dei suoi dischi solisti.

A sedici anni dal precedente tributo di Graziano alle canzoni di Bruce Springsteen, intitolato “Soul Crusader” (2001) esce un nuovo disco tributo “Soul Crusader Again” inciso a Rubiera (RE) e prodotto da Graziano ed Ermanno Labianca, un nome ed una garanzia in fatto di buona musica, in particolare quando è legata all’ ispirazione springsteeniana; tramite l’ etichetta discografica Route 61 Music.
Tra i due dischi l’artista emiliano non è stato certo inattivo, anzi, di seguito tutti i dischi pubblicati da Graziano dal 2001 ad oggi:

Sings Bruce Springsteen 1987-2017 (Solo vinile 33 Giri)
DIABOLIK, GENIUS OF CRIME (Panini Comics, 2016)
VIVO/LIVE (Route 61 Music, 2015)
YES I’M MISTER NO (Panini Comics, 2014)
MY NAME IS TEX (Panini Comics, 2011)
ZAGOR KING OF DARKWOOD (Coniglio Editore, 2009)
BETWEEN TRAINS (Freedom Rain, 2008)
TRE COLORI (Freedom Rain, 2007)
CONFESSIONS BOULEVARD (Freedom Rain, 2006)
PAINTING OVER RUST (Freedom Rain, 2004)
UP IN DREAMLAND (Freedom Rain, 2003)
SPARKS OF PASSION: BEST AND RARITIES (Rocking Chairs, Ala Bianca/River Nile 2002)
LOST AND FOUND: SONGS FOR THE ROCKING CHAIRS (Freedom Rain, 2002)
STORIE DALLA VIA EMILIA (Freedom Rain, 2001)

Dopo aver visto Bruce dal vivo nel 1981 a Zurigo (tra il pubblico l’affluenza dei fans italiani fu massiccia) Graziano racconta che rimase colpito a tal punto da formare i fantastici Rocking Chairs, che nel giro di pochi anni divennero un gruppo di culto tra gli molti appassionati di rock americano.
Come già capitato nel primo tributo, Graziano sceglie con attenzione le canzoni che poi inserisce nel disco, quelle che più si adattano al sound da lui preferito, un rock’n’ soul decisamente godibile e per l’occasione si fa aiutare da Erik Montanari alla chitarra, il suo vecchio pard Max Marmiroli al sax, Nick Bertolani (batteria) e Lele Cavalli (basso) in prestito dai Wild Junkers (ottima band che rilegge brani rock a stelle e strisce), Gigi Cavalli Cocchi (batteria) e Franco Borghi (ex Chairs )alle tastiere.
Graziano Romani è dotato di una voce che non ha eguali in Italia (secondo mio modesto parere) è potente e vigorosa, impregnata di soul e capace di cantare qualsiasi cosa.
“Hold On (To What You Got)” apre le danze con una versione più tosta di quella registrata da Gary U.S. Bonds, poi è il turno della canzone “Protection” scritta da Bruce per Donna Summer nel lontano 1982. Segue “Because The Night”, forse il brano più conosciuto tra quelli presenti ma è rivisto ottimamente.
“Club Soul City” e “Love’s On The Line”, entrambe tratte dal disco del 1982 “On The Line” di Gary U.S. Bonds (andate subito a riscoprire i suoi due album prodotti da Springsteen & Steven Van Zandt, mi ringrazierete!) sono riproposte egregiamente: la prima è un poco l’emblema della musica di Graziano, una ballata soul che gli springsteeniani conoscono molto bene (consiglio anche la versione di “Killer” Joe D’Elia che in compagnia di Max Weinberg nel 1991 pubblicò un ottimo album r’n’b/soul dal titolo “Scene of the Crime”) che fa scorrere brividi di piacere mentre la si ascolta, bello l’assolo di chitarra nella parte centrale del brano, poi il resto lo fa la voce di Graziano, che in questi brani diventa notevole. “Love’s On The Line” è un’altra ballata ma più essenziale, con accenni rock, un pizzico di Asbury Sound e l’ armonica (che sostituisce il sax della versione originale) che chiude il cerchio.

“Man At The Top” è uno dei vertici dell’album, grande canzone un poco trascurata dal Boss (mai pubblicata su un album, vide poi la luce nel cofanetto “Tracks”) organo e sezione ritmica in grande spolvero, ci donano una versione stupenda, intensa e piacevole da riascoltare di continuo.
“Lift Me Up” il brano originale non mi è mai piaciuto molto, ma qui il falsetto nella voce scompare e la versione proposta da Graziano e compagni è veramente notevole, superiore a quella incisa da Bruce, con il sax di Marmiroli in sottofondo ad impreziosire il tutto.
Ancora il sax ad aprire “Lion’s Den”, altro estratto dal cofanetto Tracks, è un brano dal classico Asbury Sound e Marmiroli diventa meritato coprotagonista nella resa del brano. “I Wanna Be With You” rimasta fuori dal capolavoro The River è poi ripescata negli anni seguenti da Bruce per il suo valore e qui la ciurma gli rende giustizia riproponendola in maniera simile all’ originale, giusto un pizzico più rock.
“The Long Goodbye” tratta da Human Touch del 1992 viene riproposta in versione più folkie, elettroacustica con l’aggiunta dell’harmonium che da un tocco originale.
Di “Factory”, ascoltata recentemente dal vivo da Daniele Tenca, c’è poco da dire e da aggiungere; un gioiellino che ad ogni ascolto mi commuove e questa versione è tra le migliori ascoltate da sempre.
Chiude “The Promise” brano già edito, tratto dal disco tributo del 2003 intitolato “Light Of Day” non fa che confermare quanto impegno e passione ci mette Graziano Romani nei suoi progetti musicali.
A questo punto, e parlo direttamente a Graziano: non facciamo passare altri tre lustri per il terzo capitolo, che ora diventa per noi una reale necessità.

Voto: ***1/2

Tracklist:

Hold On (To What You Got)
Protection
Because the Night
Club Soul City
Love’s on the Line
Man at the Top
Lift Me Up
Lion’s Den
I Wanna Be with You
The Long Goodbye
Factory
The Promise

Jason Isbell & The 400 Unit – The Nashville Sound ( Southeastern Rec., 2017)

Cover

L’ex Drive-By Truckers torna con un disco nuovo e rispolvera la sua vecchia band, The 400 Unit, dopo aver pubblicato due dischi intimisti e da cantautore puro come i precedenti “Southeastern” del 2013 (il primo disco inciso dopo la disintossicazione dell’ artista da alcol e droghe) e “Something More Than Free” del 2015 (dove accentua l’equilibrio psicofisico ritrovato sposandosi con la collega Amanda Shires) ed oltre ai membri originali Derry DeBorja alle tastiere, Jimbo Hart al basso ed al batterista Chad Gamble troviamo la moglie Amanda Shires (violino e voce) e Sadler Vaden (chitarra, ex Drivin’ N Cryin’).
Prodotto da Dave Cobb, ormai una garanzia dietro la consolle (ma non solo, qui da una mano alle percussioni e chitarra acustica), il disco si apre con il brano “Last of My Kind” una ballata roots’ n’ soul con un tocco di malinconia, accentuato dalle note del violino. La successiva “Cumberland Gap” è rock elettrico con attitudine quasi punk che ricorda alcune cose incise da Ryan Adams; segue la stupenda “Tupelo” perfetta canzone country rock nostalgica.

“White Man’s World” è dominata dal violino della Shires che ammorbidisce il suono di una slide guitar in sottofondo e dei toni aspri del cantato di Isbell; If We Were Vampires” è un delicato brano elettroacustico d’atmosfera cantato in coppia con la moglie Amanda mentre la successiva “Anxiety” alterna esplosioni elettriche a momenti più intimistici. “Molotov” è un altro ottimo episodio roots rock che non fa altro che confermare il peso e la statura di questo artista che sta attraversando un periodo in stato di grazia.
“Chaos and Clothes” è folk rock elettroacustico influenzato dal sound stile Tom Petty, mentre “Hope The High Road” ha un suono più energico, stile Drive By Truckers denso di chitarre elettriche ma anche un organo che fa scorrere brividi di piacere. La chiusura spetta alla splendida “Something To Love” un brano roots oriented dedicato alla figlia, coinvolge per la dolce melodia creata anche dalle armonie vocali della Shires, dal violino e dalle chitarre acustiche.
Jason Isbell è un autore sul quale si può puntare tranquillamente per il futuro del genere Americana.

Voto: ****

Tracklist:

1 Last Of My Kind
2 Cumberland Gap
3 Tupelo
4 White Man’s World
5 If We Were Vampires
6 Anxiety
7 Molotov
8 Chaos And Clothes
9 Hope The High Road
10 Something To Love

Gov’t Mule – Revolution Come…Revolution Go (Fantasy Records, 2017)

cover

 

Questo nuovo album riporta i Gov’t Mule di Warren Haynes ai suoni vigorosi, duri e potenti degli esordi. Il quartetto, ormai stabile da dieci anni (il gruppo ha festeggiato lo scorso anno i 20 anni di attività di cui i primi dieci come trio, con Haynes, Abs ed il compianto Allen Woody) con il fido Matt Abs alla batteria, Danny Louis (organo) e Jorgen Carlsson (basso).
Il disco precedente, “Shout” datato 2014 era stato inciso in compagnia di diversi ospiti, da Elvis Costello, ai My Morning Jacket e Ben Harper. Questa volta invece fanno tutto da soli, tranne il duello chitarristico con Jimmie Vaughan (fratello di Stevie Ray) in “Burnin point”.
“Stone Cold Rage” apre in un turbinio di riff potenti e possenti in pieno stile Southern Rock, “Drawn That Way” ha un drive guidato dalla batteria di Abs (ascoltatevi il crescendo nella seconda parte del brano) e dagli assoli della chitarra di Haynes, che qui sfodera la solita voce grintosa e melodiosa allo stesso tempo. Unico difetto, il tempo ristretto del brano, da inserire in un disco che nella realtà live di questo gruppo darà delle soddisfazioni a tutti.
“Pressure Under Fire” è una ballata Rock blues come solo Haynes e soci riescono a costruire: basi solide ma armonie piene di soul.
Disco molto lungo (la versione DeLuxe comprende ben 18 brani) ma è pure immediato e cresce ad ogni nuovo ascolto. “The Man I Want To Be” è ancora in territori Southern Blues e ricorda molto le ballate degli Allman Brothers Band: organo e batteria in sottofondo a supportare la voce ispirata di Warren che non si risparmia neppure qui in continui riff ed assoli alla chitarra. “Travelling Tune” vira verso territori country con l’uso della steel guitar; molto bella la melodia che concede sempre un poco di soul, anche se qui accentua e miscela bene il sound da ballata southern che ricorda ancora certe cose degli Allman.
“Thorns Of Life” è uno dei brani più lunghi dell’album ed inizia con un sound quasi jazz, e pieno d’atmosfera poi inizia ad accelerare, per poi placarsi ancora; per diverse volte ascoltiamo questi alti e bassi, improvvisazioni ipnotiche e quasi psichedeliche non è per tutti i palati ma il gruppo ci dimostra come non disdegni avventurarsi in nuovi suoni, nuove strade, abbandonando, seppure momentaneamente il loro sound classico.
“Dreams And Songs” è STUPENDA. Una ballata di stampo sudista, con un bel piano elettrico e la chitarra slide a supportare la dolce melodia della canzone che in breve tempo, sono sicuro, diventerà un loro classico (ai livelli di “Soulshine”).
“Sarah Surrender”, unico brano a non essere stato registrato ad Austin ma a New York nel Gennaio di quest’anno ha un sound che si discosta dal resto ed accresce l’impronta black con percussioni ed armonie vocali femminili, organo e chitarra più fluida e solare.
“Revolution Come…Revolution Go” parte con un groove di basso, un organo quasi fastidioso poi per fortuna un improvviso cambio di tempo passa ad uno shuffle, ma un ulteriore cambio porta ad una improvvisazione jazzata che proprio non riesco a digerire. Un brano non di mio gradimento anche se ben suonato.
“Burning Point” è decisamente più godibile, un brano rock blues con ospite Jimmie Vaughan ed il suo “lazy” sound texano, mentre Warren è impegnato in bordate hendrixiane su un ritmo quasi funky, sostenuto dall’organo di Louis. Finale col notevole duello tra i due manici.
“Easy Times”, ottima ballata blues con Warren supportato nuovamente dalle voci femminili che nel finale ci regala un altro grande assolo.
L’ultimo brano è l’unica cover del disco, una rivisitazione del classico blues strumentale (almeno in origine lo era) di Blind Willie Johnson “Dark Was The Night, Cold Was The Ground”, a cui Warren ha aggiunto un suo testo (processo avvenuto anche in passato col traditional “John The Revelator” presente nell’ album “Dose”) ed un sound più rock con impronta gospel tratteggiata dal piano che chiude più che positivamente il loro undicesimo disco in studio.
La versione DeLuxe comprende altri sei brani (tre inediti e tre versioni alternative di brani compresi nel disco).

Voto: ***1/2

Tracklist:

01. Stone Cold Rage – (06:00)
02. Drawn That Way – (05:17)
03. Pressure Under Fire – (05:23)
04. The Man I Want To Be – (06:21)
05. Traveling Tune – (05:17)
06. Thorns Of Life – (08:48)
07. Dreams & Songs – (06:37)
08. Sarah, Surrender – (04:11)
09. Revolution Come, Revolution Go – (08:03)
10. Burning Point – (06:51)
11. Easy Times – (06:58)
12. Dark Was The Night, Cold Was The Ground – (07:26)

In aggiunta nella DeLuxe Version:

13. What Fresh Hell – (05:47)
14. Click-Track – (04:13)
15. Outside Myself – (06:08)
16. Revolution Come, Revolution Go – Alternate Version – (08:03)
17. The Man I Want To Be – Live In Studio Version – (05:33)
18. Dark Was The Night, Cold Was The Ground – Live In Studio Version – (06:51)

North Mississippi Allstars – Prayer For Peace ( Sony Legacy, 2017)

North-Mississippi-Allstars-Prayer-For-Peace

C’è parecchio fermento nelle uscite discografiche in questo periodo, in particolare per il genere rock blues e tra le novità mi ritrovo tra le mani anche il nuovo disco dei North Mississippi AllStars del fratelli Dickinson, uno dei gruppi più amati dal sottoscritto, fruitori di un grezzo rural blues energico ed elettrico, mescolato con suoni moderni.
Ed il loro ottavo disco in studio prosegue quella strada intrapresa circa 18 anni fa, quando poco più che ragazzini esordivano con l’album “Shake Hands with Shorty” riportando in auge il sound dei maestri del Mississippi Blues come RL Burnside, Junior Kimbrough e Fred McDowell, coadiuvati dal padre Jim Dickinson, leggenda musicale e produttore tra i più genuini e richiesti in ambito Rock Blues.
Dopo allora la strada è stata in continua discesa sino al recente “World Boogie is Coming” che ha ricevuto ottimi consensi ed un contratto con la mayor Sony, anche se il passaggio a questa label non ha cambiato nulla rispetto al recente passato e se proprio si vuole trovare un difetto nel nuovo lavoro è il costante riproporre un groove insieme pulsante, paludoso, ipnotico ma a tratti anche moderno.

“Prayer for Peace” è ancora una volta un meltin’ pot di suoni ispirati con ospiti Oteil Burbridge (Allman Brothers Band), Grahame Lesh (Midnight North) la vocalist Sharisse Norman, il bassista Dominic Davis (Jack White) e la cantante Shardé Thomas, figlia del grande Otha Turner.
Registrato in parte a Memphis con il produttore Bob Mitchell poi a Nashville, New Orleans e a New York, il disco si apre con la canzone che porta il titolo dell’album: un folk blues movimentato con Sharde Thomas ad accompagnare Luther alla voce, mentre la successiva “Need to be Free” (a firma Luther Dickinson e Junior Kimbrough) ha reminiscenze hard rock hendrixiane.
“Miss Maybelle” (R.L.Burnside) è un blues elettroacustico incalzante, col il lavoro della slide a sottolineare il classico sound delle Mississippi Hills.
“Run Red Rooster” è un altro brano originale scritto da Luther, un rock blues potente e ritmato con un riff di chitarre che gira a mille. “Stealin'” è un folk blues classico che rimanda agli Stones più paludosi mentre “Deep Ellum” è un blues infarcito di country ed un piano boogie che, complice la voce di Luther che cambia la tonalità e la slide che è ancora una volta la regina nel sound, impreziosiscono il brano rendendolo decisamente godibile.

Altro classico “Bird Without a Feather”, ancora dal repertorio di R.L. Burnside (e non posso che gioire….), è un rock blues qui riproposto in una versione dura e decisamente elettrica. Notevole.
Il classico “You Gotta Move” viene stravolto e riproposto con una ritmica sciolta e moderna, con le voci dei due fratelli e dell’ospite Danielle Nicole, mentre la slide serpeggia lungo tutta la durata del brano, sembra quasi uscita da un vecchio vinile di Ry Cooder. Altro grande brano.

“61 Highway” di Mississippi Fred McDowell ha il classico sound dei blues delle Hills, tutta ritmo umidiccio e slide scalpitante.
“Long Haired Doney” è blues pulsante, ancora tratto dal repertorio del padre putativo e grande maestro R.L. Burnside, brano elettrico ed aggressivo, una lunga jam. Grande versione.

La chiusura spetta alla gentile e cooderiana “Bid You Goodnight” carica di fervori gospel che convince sin dalle prime note. E’ un traditional che hanno rifatto tanti artisti (Grateful Dead ed Aaron Neville in primis ma mi è rimasta in mente la versione dei Little Village ascoltata anni orsono in un bootleg (supergruppo con John Hiatt, Ry Cooder, Nick Lowe e Jim Keltner formatosi all’indomani della pubblicazione del capolavoro discografico di Hiatt “Bring the Family” inciso nell’ormai lontano 1987). Uno spettacolo per le nostre orecchie.
“P4P2017” tenta di rimescolare le carte con un sound folk blues moderno ed a tratti hip hop che per fortuna non rovina il brano e cerca altre soluzioni come già capitato in album precedenti.
I fratelli Dickinson sono vivi e il loro blues è una ragione di vita.

Voto: ****

Tracklist:

01. Prayer For Peace
02. Need To Be Free
03. Miss Maybelle
04. Run Red Rooster
05. Stealin
06. Deep Ellum
07. Bird Without A Feather
08. You Got To Move
09. 61 Highway
10. Long Haired Doney
11. Bid You Goodnight
12. P4P (Remix)

Heath Green and The Makeshifters – Heath Green and The Makeshifters (Alive Records, 2017)

Health

 

 

Heath Green and the Makeshifters sono un quartetto dell’Alabama che flirta con i suoni blues, guidati da una voce rauca dedita al soul e dalle chitarre che suonano un rock di chiara matrice sudista. Questo esordio mette subito tutti d’accordo, col sound r&b robusto mischiato da giuste dosi di boogie, a volte sembra di sentire i grandi Black Crowes dei fratelli Robinson. Qui però non c’è ombra di psichedelia, semmai i brani sono secchi e diretti, ideali per chi cerca il sound del Deep South: un meltin’ pot di blues, rock, boogie, soul, southern rock ed accenni gospel. Oltre al leader Heath Green voce e piano ci sono Jason Lucia alla batteria, Jody Nelson alle chitarre e Greg Slamen al basso.
“Out on the City” è un brano dove il pathos iniziale viene subito infranto dalle chitarre rock blues, rafforzato da un assolo di armonica nel finale.

“Secret Sisters” è southern rock stile Black Crowes (è impressionante l’ affinità vocale tra Heath Green e Chris Robinson). “Ain’t Got God” ha le chitarre che suonano southern ma il cantato è soul/ blues, con il tappeto sonoro del piano che ingentilisce il suond potente della band; “Hold on Me” gronda sudore ed umidità southern rock mentre “Ain’t that a Shame” è un ottimo esempio di soul sudista di scuola Muscle Shoals e si può avvicinare a gruppi come J.J. Grey and Mofro,
“Livin’ On The Good Side” è uno splendido brano hard blues che non può non far venire in mente gli Humble Pie; la seguente “Took Off My Head” è più hard ma c’è pure un’impronta voodoo con i cori (e le chitarre) infernali che sembrano giungere dalle paludi del grande fiume,”I’m A Fool” è un lentaccio che smorza un poco i toni e rilassa come una tisana di ganja, mentre “Ain’t Ever Be My Babe” è ancora southern rock meets boogie denso di riff stile ZZ Top degli esordi e comunque molto seventies. Chiude “Sad Eyes Friend” un brano d’atmosfera che sotto cova incursioni decisamente rock, con i tamburi ed una chitarra southern che “disturba” spesso il cantato di Green, coadiuvato da interventi di armonica.
Disco decisamente valido, che mi terrà compagnia a lungo, sicuramente per tutta l’ estate.

Voto: ***1/2

Tracklist:

01. Out to the City
02. Secret Sisters
03. Ain’t Got God
04. Hold on Me
05. Ain’t It a Shame
06. Living on the good Side
07. Took Off My Head
08. I’M A Fool
09. Ain’t Ever Be My Baby
10. Sad Eyed Friend