Elmore Leonard – Quaranta frustate meno una (Einaudi Ed., 2017)

Leonard

In uscita il 13 Giugno 2017
Stile libero Big
pagine: 240
Traduzione di Stefano Massaron

Nuovo romanzo western postumo tradotto in Italia per il grande scrittore di crime novels (titolo originale “Forty Lashes Less One” scritto nel lontano 1972)

Sinossi:

La prigione di Yuma è un girone infernale, in particolare se hai la pelle scura. Per la legge, l’apache chiricahua Raymond San Carlos e l’ex soldato nero Harold Jackson sono assassini, condannati a marcire in carcere, a meno che qualcuno non gli tagli anzitempo la gola. Ma anche nel peggior posto sulla faccia della Terra si presenta a volte un barlume di speranza. Cinque criminali sanguinari sono evasi da Yuma: se Harold e Raymond riusciranno a consegnarli allo sceriffo, i due, prima nemici poi complici per necessità, potrebbero conquistare uno straccio di redenzione.

«Una prosa tutta particolare, molto letteraria, in cui ogni piccolo gesto e qualsiasi parola pronunciata sfoggiano una solennità quasi liturgica».
Alessandro Baricco su Tutti i racconti western

Note sull’ autore:

Elmore John Leonard Jr. nato a New Orleans il 11 ottobre 1925 e morto a Detroit il 20 agosto 2013 grande scrittore, sceneggiatore e produttore, è considerato uno dei maestri incontrastati del dialogo, infatti la trama dei suoi libri è zeppa di conversazioni tra i personaggi. Questo aspetto potenzialmente cinematografico ha portato numerosi suoi libri a diventare sceneggiature di film anche se gran parte di essi non sono stati riprodotti su pellicola col vero spirito dei romanzi originali, tranne in alcuni casi come ad esempiuo Jackie Brown di Quentin Tarantino e Out of Sight di Steven Soderbergh oppure Be Cool e Killshot con Mickey Rourke e Diane Lane.
Da ricordare anche la serie tv di successo negli USA “Justified” (2010) della quale Leonard era anche produttore esecutivo.

Per la monumentale bibliografia e filmografia (ossia film e telefilm prodotti o tratti dai suoi libri) vi rimando al sito di Wikipedia:
https://it.wikipedia.org/wiki/Elmore_Leonard

Valerie June – In Order Of Time (Concord Records, 2017)

Front

Apro con un post questo mese di Giugno su una cantante che ha un nome appropriato.
Lunghi dreadlocks scossi e pugno chiuso quasi fosse stata catturata in un moto di rabbia, è la foto in copertina sul nuovo disco della bella e brava cantante del Tennessee Valerie June, ora stabilitasi nella Grande Mela, che ritorna con una raccolta di canzoni che evidenziano la sua originalità vocale ed una maggiore ricerca nelle sonorità, in particolare folk, soul e blues anni ’30 ma anche sonorità africane, spirituali ed ancestrali, poi rivedute e corrette in maniera più moderna.

Cresciuta musicalmente in un coro gospel ha poi affinato il proprio dono naturale ascoltando le grandi cantanti del passato: da Karen Dalton a Billie Holiday passando per Memphis Minnie ed Ella Fitgerald, tuttavia ha sempre mostrato curiosità anche per altri generi musicali assorbendo tutto ciò che la interessava, dal reggae di Bob Marley al country di Gillan Welch a Fela Kuti, sino al R’n’B di Memphis.

“Long Lonely Road” apre il percorso di questo nuovo album e presenta un brano delicato suonato in punta di dita, con acustica e batteria accennata, per reggersi sulla sola voce di Valerie. Una ballata soul di notevole bellezza.

“Love You Once Made” è una ballata blues atipica arricchita da una pedal steel che cresce lentamente sino al culmine finale con l’intervento dei fiati e le armonie vocali di Norah Jones.”Shakedown” è un fantastico meltin’ pot di suoni r’n’b, soul, rock ed africani, guidati dalle hand claps e dalla voce originale di Valerie per un brano intenso e da ascoltare.

“If And” è un brano lento ed ipnotico che sembra giungere dall’Africa e Valerie accentua il suo cantato strascicato portandoci su sentieri musicali poco battuti ma decisamente interessanti.
“Man Done Wrong” prosegue il cammino con echi tribali, su una base musicale più blues ed il risultato si fa sempre più intrigante.
“The Front Door” cambia totalmente registro e ci propone una ballata soul rock di grande spessore ed intensità, arricchita dalla voce particolare della June, da accenni di organo Hammond e dall’ assolo di una pedal steel.

“Astral Plane” altro brano delicato con il supporto di un’acustica arpeggiata e poco altro, il resto lo fa la voce angelica di Valerie.
“Just In Time” canzone folkie sognante con gli archi protagonisti, quasi a proteggere il cantato fragile di Valerie. Anche se di buon livello, forse è il brano più debole della raccolta assieme alla successiva “With You”, altra canzone delicata e sognante, condotta dalle note di un violino e dalla voce eterea di Valerie June.

Il disco si risolleva decisamente nella successiva “Slip Side on By”, un gospel che si tramuta presto in una ballata soul di discendenza Muscle Shoals, specie nel dialogo tra i fiati e l’organo ma è chiara anche l’impronta di artisti come Van Morrison dalla quale l’artista dimostra di aver attinto. Brano superlativo.
“Two Hearts” è una ballata onesta e ben suonata ma un poco freddina e sembra un semplice riempitivo prima della degna conclusione di “Got Soul” canzone piena di speranza e densa di colori pennellati da un piano e dai fiati in stile Stax ma poi si fa avanti anche un violino e un banjo a tradire la formazione folk’n’roots della musicista. Disco sorprendente per maturità e ricerca di sonorità che sono tutte nella tradizione di tutti e senza dubbio nella storia della famiglia June.

Voto: ****

Tracklist:

01. Long Lonely Road
02. Love You Once Made
03. Shakedown
04. If And
05. Man Done Wrong
06. The Front Door
07. Astral Plane
08. Just In Time
09. With You
10. Slip Slide On By
11. Two Hearts
12. Got Soul

The Mavericks – Brand New Day ( Mono Mundo Rec., 2017)

Front

La band di Raul Malo, dopo la reunion avvenuta nel 2013 ha continuato a proporre uno squisito cocktail di musica caraibica condita da giuste dosi di country, Tex-Mex, Ska e Rock’n’Roll mantenendo la line up degli esordi: grandi musicisti come Paul Deakin, Eddie Perez e Jerry Dale McFadden (nonostante il recente allontanamento di uno dei componenti originali, Robert Reynolds per problemi di tossicodipendenza)che hanno partecipato al successo avvenuto negli anni novanta dopo la pubblicazione di album come “From Hell to Paradise” del 1992, “What a cryin’ shame” del 1994,sino a “Trampoline” del 1998 che conteneva il successo galattico “Dance the Night Away”. Il nuovo album ha lo spirito giusto, ritmiche latine mescolate a melodie accattivanti condotte dalla voce baritonale di Malo.

Ma allora è tutto perfetto ? Forse troppo. Tutto già sentito, troppo simile ai vecchi album del gruppo, quindi dopo un primo ascolto decisamente interessato poi il disco perde un po di valore e diventa quasi tedioso. Forse dipende anche dalla sovrabbondanza di suoni: Malo co-produce il disco insieme a Niko Bolas, un esperto senza dubbio, ma il sound diventa ripetitivo in particolare per chi come il sottoscritto ha sempre seguito il gruppo, sin dal lontano esordio del 1990.

Per chi non li conosce,invece rimarrà ammaliato dai suoni di questa band di prim’ordine, quindi vi consiglio vivamente di avvicinarvi al gruppo con questo nuovo disco, composto da dieci canzoni. “Rolling Along” apre il disco ed è un valzer ritmato in stile messicano con la fisarmonica e la voce di Malo in primo piano, poi dopo un intermezzo di banjo il ritmo riprende con l’aggiunta di fiati mariachi, violino, hand claps e gritos.
“Brand New Day” è un brano rock anni ’50, strumentazione molto ricca che ricorda Roy Orbison. “Easy As It Seems” inizia col pianoforte ed un ritmo swing con accenni caraibici, supportato dai fiati (tromba jazzy e sax baritono) che rendono il brano coinvolgente.
“I Think Of You” è un ottimo brano con andamento ska rallentato, aggiunta di un accordion, un sax ed il vocione di Raul Malo rendono unica la melodia.
“Goodnight Waltz” è una ballata triste, quasi strappalacrime che si apre sulle note di pianoforte, fisarmonica e sax, sembra una canzone natalizia con le voci che si aggiungono e riempiono il sound denso di nostalgia.
“Damned (If I Do)” ha un sound già sentito nei precedenti album dei Mavericks: andatura ska rallentata, pianoforte, fisarmonica ed una tromba che ti catapultano dritto in una cantina messicana.
“I Will Be Yours” è sorpendente col sound anni ’50 mescolato con ritmi tex Mex e cha cha cha: suoni calienti, fisarmonica sugli scudi ed una voce con un’intensità paragonabile ad un Elvis Presley oppure Roy Orbison.
“Ride With Me” ancora un sound che è diventato il loro marchio di fabbrica: un pizzico di ska, country, rock’n’roll anni ’50, swing e caraibi a fondersi in un ritmo molto coinvolgente.

“I Wish You Well” un ottimo lento col sapore del border, una fisarmonica che ricama melodie posta in sottofondo alla voce di Malo che qui è al meglio.
Chiude il brano “For The Ages” ancora fisarmonica e voce di Malo in primo piano per un brano dalla struttura country- Tex Mex , con la band che è sempre presente a sostenere il ricco sound.
Superiore alle ultime pubblicazioni della band. Un disco che farà la felicità degli ascoltatori, in modo particolare durante i mesi estivi.
Un ultimo consiglio: andate a recuperare i loro dischi degli anni ’90, ne vale la pena,credetemi.

Voto: ***1/2

Tracklist:

1. “Rolling Along”
2. “Brand New Day”
3. “Easy as It Seems”
4. “I Think of You”
5. “Goodnight Waltz”
6. “Damned (If You Do)”
7. “I Will Be Yours”
8. “Ride with Me”
9. “I Wish You Well”
10. “For the Ages”

Mark Lanegan Band – Gargoyle (Heavenly Recordings, 2017)

Front

Lanegan è arrivato al terzo disco della sua decisa svolta artistica. Dopo la parentesi di “Imitation” un disco di cover, Mark Lanegan ha deciso di intraprendere un percorso musicale che si allontana dagli episodi folk rock degli inizi: con “Bubblegum” nel 2004, un ottimo album per bellezza e varietà dei suoni.
Prima di allora c’erano gli Screaming Trees e le numerose collaborazioni che gli hanno valso la notorietà meritata (con Isobel Campbell, Duke Garwood, Greg Dulli, Moby, ecc). Ma nel 2012 inizia una svolta, dapprima quasi impercettibile con l’eccellente “Blues Funeral”, poi con “Phantom Radio” nel 2014 ed ora con “Gargoyle”. A Lanegan non interessa più la musica che faceva prima , guarda avanti e cambia tutti i componenti della band che lo accompagnava da lontano 2004, chiama alcuni amici in qualità di ospiti, come Josh Homme, Greg Dulli e Duke Garwood, il suono si è fatto più elettronico e la sua classica voce profonda e oscura spesso si trasforma, ma è il songwriting a sorprendere e diventa più interessante. Ma questo purtroppo a volte non basta a produrre ottimi album. Il blues oscuro e demoniaco che aveva il suo marchio di fabbrica è quasi sparito, in particolare nei primi tre brani del disco, che presentano sonorità a volte quasi imbarazzanti (sembra di ascoltare brani dei Depeche Mode oppure nel migliore dei casi di David Bowie) che coprono in parte anche la sua splendida voce.
“Death’s Head Tattoo” brano dall’ atmosfera cupa, un hard rock ipnotico rovinato dalle incursioni elettroniche, per fortuna ci mette la pezza la voce di Mark. “Nocturne” è una ripresa del classico sound di Lanegan, la melodia è accattivante e il ritmo prende bene ma il synth e le chitarre filtrate rovinano il brano, anche questa volta salvato dal cantato di Lanegan.
“Blue Blue Sea” è un brano triste e malinconico su un sound elettronico banalotto ed inconcludente. Forse è giunto il momento per Lanegan di affidarsi ad un produttore che gli indichi la giusta via da percorrere, perchè se nei testi ha raggiunto una maturità compositiva decisamente invidiabile, è il sound che non convince. Almeno sino a “Beehive”, che si riprende (sempre però senza elevarsi) ed è una ballata elettrica con elementi pop ed un ritmo avvolgente.
“Sister” è intensa, una sorta di moderno gospel guidato dalle note di un organo ed una chitarra elettrica, col supporto dei cori e di un languido sax che entra progressivamente nelle maglie sonore.
“Emperor” è un brano rock ritmato, quasi scanzonato che ci presenta un Lanegan inedito, più “solare” (passatemi il termine, che qui è comunque da usare con estrema cautela) e mi ricorda molto alcune canzoni di Iggy Pop, quasi da ballare.
“Goodbye To Beauty” è il mio brano preferito. Torna la chitarra acustica, poi compare una slide ed il piano e subito le atmosfere si riempiono; la melodia è sognante e la voce di Lanegan è molto evocativa e quasi commuove.
Nel successivo blues acidulo e futuristico con base drum&bass di “Drunk On Destruction” ha un incedere drammatico e quasi ostico. Riporta ad atmosfere anni ’80. “First Day Of Winter” è un altro brano carico di atmosfera quasi onirica ed una dolce melodia carica di voci femminili quasi celestiali, che accompagnano la voce profonda di Lanegan. “Old Swan” chiude con un sound pop rock (stile U2 ), su un tappeto di chitarre e ritmo in levare.
“Gargoyle” è un album altalenante che presenta un nuovo Lanegan che ha volontà a ricercare nuovi territori, abbandonando la certezza del suo passato e forse osando un po troppo, ma forse meglio così, non si può certo definire un artista statico.
Magari dopo numerosi ascolti lo si potrà meglio assorbire, ma ora lo considero un episodio che sta a metà tra le sue precedenti uscite discografiche.

Voto: ***

Tracklist:

01.Death’s Head Tattoo
02.Nocturne
03.Blue Blue Sea
04.Beehive
05.Sister
06.Emperor
07.Goodbye To Beauty
08.Drunk On Destruction
09.First Day Of Winter
10.Old Swan

Chris Stapleton – From A Room Vol. 1 (Mercury/ Universal Rec.,2017)

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Terminata da tempo l’esperienza con gli SteelDrivers, una breve parentesi con The Jompson Brothers, gruppo southern rock fondato da lui stesso e scioltosi nel corso dell’ anno 2010 e dopo un periodo passato a fare da ghost writer per artisti di grande caratura come Adele, Luke Bryan, Tim McGraw, Brad Paisley,George Strait, Vince Gill e Sheryl Crow tra i tanti, ha esordito come solista due anni orsono con l’ album “Traveller” disco rivelazione che è piaciuto a tutti quanti, critica ed ascoltatori, conquistandosi notorietà e successo. Merito del particolare sound che richiama il genere outlaw country molto in voga degli anni settanta (alfieri erano Waylon Jennings, Merle Haggard e Willie Nelson tra gli altri) arricchito però da giuste dosi di soul del deep south degli States; complice una produzione essenziale, guidata dal grande Dave Cobb, ormai elemento determinante per la buona riuscita di un disco di genere.
Ma il valore aggiunto è senza ombra di dubbio la stupenda voce di Stapleton.
Questo nuovo disco, “From a Room – Vol. 1” vede ancora presente Dave Cobb in cabina di regia e prosegue il percorso musicale intrapreso, proponendo un country soul marcatamente sudista. Solo nove canzoni per una mezz’oretta di musica per questo primo volume (è previsto un Volume 2 entro fine anno) tra cui una cover di un brano inciso da Willie Nelson nel 1982 (ma scritto da Gary P. Nunn) dal titolo “Last Thing I Needed, First Thing This Morning” ed una manciata di ottime composizioni, tra cui l’iniziale “Broken Halos”, una stupenda ballata country rock che mette in evidenza la voce di Chris Stapleton, efficace ed appassionata, in coppia con la moglie Morgane. Uno dei brani più belli del disco.

Supportato dal piano e organo di Mike Webb,da una chitarra acustica e dall’armonica di Mickey Raphael, rievocano la già citata “Last Thing I Needed, First Thing This Morning” una ballata delicata e rilassata come un risveglio la domenica mattina, poi è la volta di “Second One to Know” il brano più elettrico della raccolta, southern rock d’impatto col sound quasi hard e la voce grintosa di Stapleton, mentre la successiva “Up to No Good Livin'” è un classico brano country outlaw: andamento indolente accompagnato dalla voce della moglie e dagli strumenti sui quali primeggia la steel guitar di Robby Turner. “Either way” è acustica ed intimistica, sorretta solo dalla potente voce di Stapleton ed una chitarra acustica arpeggiata.
Con “I Was Wrong” Cobb e Stapleton tornano a mescolare country e rock ed il risultato è decisamente piacevole. “Without Your Love” ha accenni western ma poi si trasforma in un brano d’atmosfera tipico del nostro; poi quando primeggia la sua voce non è secondo a nessuno.
“Them Stems” è un brano dannatamente piacevole: incedere boogie, un assolo di armonica da pelle d’oca e la voce della moglie Morgane che doppia quella di Chris; è un’altra delle vette del disco.
Il finale di “Death Row”, una murder ballad dal sapore blues, una voce da brividi che qui si avvicina a John Hiatt, altro grande “shouter” di estrazione sudista.
Nell’attesa del secondo volume, ascolto in continuazione questo dischetto che ha l’unico difetto di essere troppo breve.

Voto: ****

Tracklist:

1. Broken Halos
2. Last Thing I Needed, First Thing This Morning
3. Second One to Know
4. Up to No Good Livin’
5. Either Way
6. I Was Wrong
7. Without Your Love
8. Them Stems
9. Death Row

Greg Graffin – Millport (Epitaph/ Anti Rec., 2017)

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Dal punk dei Bad Religion di base nell’assolata California, Greg Graffin torna alla tradizione (cosa che aveva già sperimentato in passato)con dieci brani per una mezz’ora di musica di country elettrico spesso alternato ad un sound west coast ed un songwriting personale oppure composto di testi dediti all’impegno civile.
Lo accompagna la sezione ritmica dei Social Distortion, ovvero David Hidalgo Jr. alla batteria e Brent Harding al basso e Jonny “Two Bags” Wickersham con l’aggiunta di David Bragger al mandolino, banjo e violino.
Questo cambio di rotta dei vari esponenti del punk che poi ad un certo punto passano al country, all’americana ed alla musica delle radici è ormai un passaggio abbastanza risaputo (se pensiamo ai recentissimi dischi di Chris Shiflett, chitarra dei Foo Fighters oppure al più eclatante caso di Mike Ness, che da sempre ha espresso il suo amore verso Johnny Cash ed il country outlaw dimostrandolo con due ottimi dischi solisti, usciti entrambi nel 1999, ma anche l’impegno coi suoi Social Distortion presenta da tempo un sound un poco più morbido rispetto al passato; infine, a testimoniare maggiormente la sua presenza nella country music, si è dedicato alla produzione del nuovo disco “Gilded” per la cantante newcomer Jade Jackson) ed è evidente nel brano iniziale “Backroads of My Mind” ariosa canzone country rock con lap steel ed i cori in sottofondo a conferma di quanto si poteva immaginare. Addirittura la successiva “Too Many Virtues” sembra una cover degli Eagles (nel refrain ricorda la famosa “Take it Easy”) ancora pedal steel, chitarre e cori a profusione.
“Lincoln’s Funeral Train” è decisamente rock con le chitarre che guadagnano terreno su questo brano datato ma ben riproposto per far rivivere un momento di storia americana.
“Millford” è un episodio folk bluegrass carino e ben suonato, con begli interventi del violino, ma mostra i suoi limiti, in particolare se posta dopo la canzone di Norman Blake, mentre in “Time of Need” emerge dal country folk anche la componente gospel del sud degli States con l’organo,il piano ed i cori ad accompagnare la piacevole voce di Greg. Bello anche l’assolo centrale della chitarra. Ottimo brano.
“Making Time” e “Shotgun” sono due episodi di classici brani country rock west coast anni ’70 piacevoli e ben arrangiati.
“Echo on the Hill” è la più country del disco con violino, banjo e voci che si mescolano nel canto quasi hillbilly, che diventa concreto nella successiva “Sawmill”.
Chiude il dischetto “Waxwings” un brano solare e gradevole ma leggermente al di sotto delle precedenti proposte, forse troppo arrangiato.
E’ bello sapere che dietro le anime punk rivoluzionarie batte un cuore legato alle proprie radici ed alla propria terra.

Voto: ***

Tracklist:

01. Backroads Of My Mind
02. Too Many Virtues
03. Lincoln’s Funeral Train
04. Millport
05. Time Of Need
06. Making Time
07. Shotgun
08. Echo On The Hill
09. Sawmill
10. Waxwings

Delta Moon – Cabbagetown (Landslide Rec., 2017)

Delta-Moon-–-Cabbage-Town

 
I Delta Moon sono una band di Atlanta,GA fondata da Tom Gray e Mark Johnson, due chitarristi entrambi specializzati nella tecnica slide: particolarità che li differenzia dal resto dei gruppi che ci sono in giro; guidati dalla voce “paludosa” di Gray e con Franher Joseph al basso e Marlon Patton alla batteria.

Dall’esordio del 2002, intitolato semplicemente “Delta Moon”, a Cabbagetown ci sono stati in mezzo ben sei album nei quali hanno raggiunto una maturità artistica non indifferente creando un sound blues contaminato dal southern rock.
“Rock And Roll Girl” apre il disco ed è già una dichiarazione d’intenti: roots music che gravita intorno alle chitarre slide e lap steel e poi la voce indolente e roca di Tom Gray che qui è supportata da cori femminili. Dai uno sguardo fuori dalla tua finestra mentre ascolti questa musica e ti ritrovi a cercare “il grande fiume” poi rivedi il solito paesaggio che circonda la tua quotidianità ed allora sei costretto a viaggiare con la fantasia. Ascoltando “The Day Before Tomorrow” ti addentri ancor più nella melma paludosa del Mississippi, mentre “Just Lucky I Guess” è un acoustic blues aperto dal contrabbasso e dalla slide di Johnson a sostenere l’ acustica e voce di Gray.

“Coolest Fools” è un country blues che arriva dalle Mississippi Hills, mentre
“Refugee”, primo singolo estratto, è arricchito da un pianoforte ed è un talking blues politicizzato con le chitarre che ricordano il compianto J.J.Cale.
“Mad About You” prosegue la proposta musicale del gruppo che evidenzia la voce di Gray e le slide che serpeggiano lungo tutto il brano, interrotte qua e la da un organo. “Death Letter” di Son House,viene riletta in maniera personale al punto che non ricorda l’originale.Nonostante questo ha un’ottima resa con l’armonica che guida il train strumentale e le varie voci che si succedono nel cantato e poi, come sempre, grande lavoro delle slide.

“21st Century Man” è un bel brano rock blues al quale segue lo strumentale “Cabbagetown Shuffle” un divertessment, dove a turno, primeggiano tutti gli strumenti della band per arrivare al brano conclusivo “Sing Together” che sposta l’asse blues verso il roots rock, col supporto dei cori femminili.
Album di genere che non può che venire apprezzato dai cultori di questa musica che viene dall’anima.

Voto: ***

Tracklist:

01. Rock and Roll Girl 03:44
02. The Day Before Tomorrow 03:32
03. Just Lucky I Guess 03:40
04. Coolest Fools 02:51
05. Refugee 03:46
06. Mad About You 03:24
07. Death Letter 06:02
08. 21st Century Man 03:35
09. Cabbagetown Shuffle 02:31
10. Sing Together 03:47