Buddy Guy – The Blues Is Alive and Well (Rca Records, 2018)

Cover

Forse l’ultimo dei grandi bluesmen ancora in circolazione, a ottantuno anni ha ancora tanta voglia di suonare e fare musica, come dimostra questo suo nuovo lavoro che comprende ben 15 brani, più di un ora di ascolto prodotta da Tom Hambridge e che vede la partecipazione di ospiti illustri come Mick Jagger, Keith Richards, James Bay e Jeff Beck.
“A Few Good Years” apre il disco e la chitarra è subito protagonista con lunghi assoli rarefatti e d’atmosfera con la voce potente di Buddy ed un organo in sottofondo come un classico brano blues. “Guilty as Charged” è classico blues di Chicago solo da ascoltare con un piano che accompagna i lunghi assoli di chitarra del nostro. “Cognac” si avvale di Jeff Beck e Ketih Richards in qualità di super ospiti ed il risultato è un capolavoro di classic blues elettrico della durata di quasi cinque muniti e mezzo con le tre chitarre che si intersecano e creano un train sonoro di grande qualità. La canzone che da il titolo al disco è ben costruita e ben suonata ma è la voce di Buddy Guy che mantiene la potenza del passato e la presenza dei fiati arricchisce il sound. “Bad Day” è uno shuffle dallo stile classico: accenni di armonica e poco altro servono per mantenere una qualità sonora ed una classe ormai per pochi.”Blue No more” è uno slow blues di grande qualità col piano sugli scudi e l’ospite James Bay che presta la sua voce. “Whiskey for Sale” ha suoni più moderni (echi vocali, fiati e drum loop a creare un sound finto R&B), per fortuna ci pensa la chitarra slide che affonda diversi assoli da antologia. “You Did The Crime” vede ospite all’armonica Mick Jagger ed è un altro grande brano slow classic blues di Chicago: intro strumentale con piano chitarra ed armonica, avvolgente e notturno, poi entra la voce del bluesman ed il sound diventa più corposo e risulta fluido e coinvolgente.

“Old Fashioned” è un errebi di grande presa con i fiati in evidenza ma non raggiunge i livelli qualitativi dei brani precedenti come la successiva “When My Day Comes”, uno slow blues dignitoso ma nella norma ( comunque impressiona la vocalità di questo artista ultraottantenne), mentre la cover di Sonny Boy Williamson (ma resa famosa da Muddy Waters) “Nine Below Zero” viene riletta in maniera impeccabile. “Ooh Daddy” è un boogie blues che corre spedito e fa la sua figura, mentre “Somebody Up There” è un slow blues di grande impatto. “End of the line” classic blues con i fiati costruito su misura per Buddy Guy è trascinante e gli assoli di chitarra sono di gran classe.
Chiude il disco “Milking Muther for Ya” brano che sembra inciso in presa diretta con la voce di Guy in primissimo piano è un divertissement che dura meno di un minuto; è un modo originale per terminare un disco, tra l’altro dalla durata molto lunga (oltre un’ora di musica).
Comunque, il blues è vivo e sta benone.

Voto: ***1/2

Tracklist:

1 A Few Good Years
2 Guilty As Charged
3 Cognac (ospiti Jeff Beck e Keith Richards alle chitarre)
4 The Blues Is Alive And Well
5 Bad Day
6 Blue No More (ospite alla voce e chitarra elettrica James Bay)
7 Whiskey For Sale
8 You Did The Crime (ospite all’armonica Mick Jagger)
9 Old Fashioned
10 When My Day Comes
11 Nine Below Zero
12 Ooh Daddy
13 Somebody Up There
14 End Of The Line
15 Milking Muther For Ya

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The Record Company – All Of This Life (Concord Rec., 2018)

The Record Company

In poco più di due anni sono passati da anonima bar band alla next big thing. Il precedente disco “Give It Back To You” (potete trovare una recensione su questo blog, ecco il link https://wp.me/p3cehQ-2uS) ha letteralmente aperto le porte del successo al trio di Los Angeles, sono diventati una celebrità che li ha portati ad un passo dal vincere il Grammy Awards ed aprire concerti di grandi artisti come per esempio BB King, Buddy Guy, Robert Randolph e John Mayer (in Italia aprirono per i Blackberry Smoke). Il nuovo lavoro mostra una maggior presa di coscienza anche se Chris Vos e soci hanno optato per qualche concessione in più ed un suono meno blues, decisamente più rock. Questo è da attribuire, dice il leader del trio, a quello che stanno ascoltando attualmente, più musica rock come Rolling Stones, Gov’t Mule e Marcus King anche se continuano ad ascoltare i loro miti blues da John Lee Hooker a Muddy Waters a Howlin’Wolf.
Di fatto la formula finale non cambia e propongono accattivanti ritmi rock che si tingono di blues, con refrain ripetitivi di derivazione garage rock.
“Life To Fix”, il brano iniziale ne è l’esempio lampante: sezione ritmica secca e potente con l’uso delle doppie voci in primo piano che poi lasciano spazio ad una chitarra tagliente. “I’m Gettin’ Better (and I’m feeling it right now)”, voce ed armonica su un sound quasi garage, immediato e sporco, ma sarebbe riduttivo fermarsi a questo, il brano guarda più in altro, verso un songwriting più maturo. In “Goodbye to the hard life” titolo presumo autobiografico, è il primo brano che propone un sound leggermente diverso, virato in questo caso alla ballata rock dove Chris Vos utilizza il falsetto nel canto, mentre il sound, oltre alle influenze soul, si ispira chiaramente alle grandi band dei seventies. Con “Make It Happen” è un ritorno alle sonorità blues con la slide di Vos che giganteggia sul ritmo marziale imposto dalla sezione ritmica, composta dal resto del trio (Alex Stiff, basso e chitarra e Marc Cazorla alla batteria e piano) e le voci dei tre che si intersecano e trasmettono energia.”You and Me Now” è un altro episodio lento ispirato: una ballata ariosa con spunti presi dal classic rock ed un’atmosfera che ricorda J.J. Grey & Mofro; tuttavia mantiene alto il livello del disco. “Coming Home” è un rock blues up tempo dettato dal battito di mani sopra il martellio della batteria, Chris Vos canta con grinta poi entra la chitarra e sventola riff assassini su un turbinio di cori.
Con “The Movie Song”, secondo il sottoscritto uno degli apici del disco, brano che rimanda ai Black Crowes dei fratelli Robinson ed ovviamente agli Stones, con influenze country ed un piano che impreziosisce il sound, governato dall’implacabile slide e dagli intrecci vocali che sono l’arma vincente di questo power trio losangeleno.

“Night Game” è un boogie blues notturno e malsano che è cresciuto non lontano dai bayou o dal delta del grande fiume. “Roll Bones” cantato con grande grinta da Vos ha un suono teso, il basso in grande evidenza e poi largo spazio alla slide; ricorda i primi Black Keys (ormai persi verso divagazioni moderniste e di poco interesse). Chiude “I’m Changing” brano acustico col piano in sottofondo, una chitarra acustica, la voce che passa dal falsetto a momenti con tonalità più scure, un’armonica e l’insieme ti fa inevitabilmente tornare alla mente ancora una volta i mai dimenticati The Black Crowes.
I Record Company sono tra le migliori band della nuova generazione: speriamo che diano maggior vigore e voglia agli artisti emergenti, visto che il loro obiettivo ormai l’hanno raggiunto.

Voto: ****

Tracklist:

01. Life To Fix
02. I’m Getting Better (And I’m Feeling It Right Now)
03. Goodbye To The Hard Life
04. Make It Happen
05. You And Me Now
06. Coming Home
07. The Movie Song
08. Night Games
09. Roll Bones
10. I’m Changing

Black River Delta – Vol. II (Radicalls Rec., 2018)

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La blues rock band svedese (si, avete capito bene, malgrado i suoni malsani di blues paludosi da deep south degli States, i tizi si sono conosciuti a Malmoe alcuni anni orsono) è composta dal batterista e voce Erik Nilsson, il chitarrista e armonicista Pontus Ohlsson ed il chitarrista e voce Erik Jacobs, hanno esordito nel 2016 con l’ interessante “Devil on the Loose” e questo “Vol. II” uscito un paio di mesi fa, mantiene le promesse e mette in evidenza il sound
corposo che ci proietta direttamente nel Mississippi o in Louisiana.
“Vol. II” presenta tredici nuove canzoni nelle quali hanno rifinito le già ottime sonorità dell’esordio e l’iniziale “Gun for You” e, a seguire “Neon Truck Stop Sign”, sono ottimi esempi di rock blues luciferini con voce distorta, batteria che pesta ed in particolare la chitarra slide che diventa tagliente come un rasoio.
Da “Better Man” a “Bye Bye Birdie” c’è la lezione imparata da R.L. Burnside ma anche dai North Mississippi AllStars, The Black Keys degli esordi ed il sound dell’ etichetta Fat Possum più in generale.
“Keeps Me Bleeding” è una ballata magnetica ed ipnotica tutta giocata sull’ utilizzo delle doppie voci e dalla chitarra slide che rimane la protagonista di questo sound appiccicoso e malsano.
“Velvet Clouds” e la successiva “Rodeo” hanno ancora contaminazioni blues del delta, ben suonate e mai ripetitive anche se il sound alla fine è quello, con poche divagazioni, uno swamp blues corposo, anche se capita che si inoltrino nella quasi rilassante ed agreste “Traveling”, mentre con “Betty” e “Cigarettes”, torna con grande prepotenza il rock che qui ha la meglio sull’ anima blues (anche se non sparisce del tutto), ed in particolare la seconda ha un sound molto seventies con l’ avvicendamento tosto delle chitarre elettriche sulla slide.
“Black River” è puro Mississippi blues mentre “Bound to Stay” è strascicata e la slide serpeggia in sottofondo lungo tutta la durata del brano ed i cori da girone infernale alzano la temperatura.
La conclusiva “The Lost One” è trascinante, anche se ripete il clichè del sound di tutto l’album. Questo trio di svedesi dovrebbe farsi ospitare per qualche tempo dal loro compatriota Anders Osborne, grande chitarrista e songwriter ormai trapiantato da molti anni a New Orleans; anche se a pensarci bene non gli serve molto, la passione che ci mettono nel suonare annulla la distanza ed ogni confine. Parola del sottoscritto, nato nel mezzo della pianura padana ma con la mente ed il cuore nel deep south degli States.

Voto: ***1/2

Tracklist:

1 Gun For You
2 Neon Truck Stop Sign
3 Better Man
4 Keeps Me Bleeding
5 Bye Bye Birdie
6 Velvet Clouds
7 Rodeo
8 Traveling
9 Betty
10 Cigarettes
11 Black River
12 Bound To Stay
13 The Lost One

Tom Drury – Pacifico ( NN Editore, 2018)

Tom Drury

Traduttore : Gianni Pannofino
Pagine 248
Trilogia di Grouse County

Sinossi:

Il quattordicenne Micah lascia la casa paterna e Grouse County per raggiungere la madre, Joan, che si è trasferita a Los Angeles e fa l’attrice. È qui che muove i primi passi da adulto: una nuova scuola, nuovi amici e l’amore per Charlotte. Sua sorella Lyris, intanto, è andata a vivere con il fidanzato a Stone City e stringe amicizia con Louise, che ha aperto un negozio di antiquariato; mentre Tiny, rimasto solo a casa, decide di sperimentare ingegnose rapine nei centri commerciali. Ma il placido mondo della contea è scosso dall’arrivo di due forestieri: Jack Snow e Sandra Zulma, sulle cui vicende al limite del soprannaturale cercano di far luce Dan Norman, l’ex sceriffo ora investigatore privato, e Albert Robeshaw, il fidanzato di Lyris.
Tiny e Joan, Lyris e Micah, Dan, Louise e Mary: sono questi i personaggi a cui ci siamo affezionati. E nell’ultimo capitolo della trilogia le loro vite riprendono a scorrere sotto i nostri occhi, tra cambiamenti, scelte, scoperte e imprevedibili traiettorie. Tom Drury, come sempre, li osserva con divertita
tenerezza e profondo rispetto, restituendoci un’epica del quotidiano tra i cieli immensi del Midwest e la distesa sconfinata dell’Oceano Pacifico.

Questo libro, che chiude la trilogia dopo la pubblicazione de “La fine dei vandalismi” e “A caccia di sogni”, mostra la capacità dell’ autore di rendere l’ordinario ed il quotidiano in modo potente.
E’, senza dubbio alcuno, uno di quegli autori dei quali ti innamori oppure lo odi ma non ne resterete di certo indifferenti.

Come cita la casa editrice, questo libro è per chi torna da un viaggio, felice di sentire di nuovo gli odori di casa, per chi ama trovarsi in cucina di notte davanti al frigorifero e per chi sa che subito dopo aver sognato non si può far altro che dire la nuda verità.

Note sull’ Autore:

scrittore americano che ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui la fellowship della Fondazione Guggenheim. Dopo aver insegnato nelle università americane, attualmente vive e insegna a Berlino. La fine dei vandalismi, il suo primo romanzo, è uscito negli Stati Uniti nel 1994 ed è stato subito acclamato come miglior libro dell’anno dalle maggiori testate americane. Uscito a puntate sul New Yorker, ha ricevuto il premio come Notable Book dell’Ala, l’associazione delle biblioteche americane. NN Editore ha pubblicato anche gli altri due volumi della trilogia ambientata a Grouse County e nel corso dei prossimi anni pubblicherà la sua intera opera.

Howlin Rain – The Alligator Bride (Silver Current Rec., 2018)

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Tre lunghi anni separano questo nuovo lavoro dal precedente disco “Mansion Songs” datato 2015 e gli Howlin Rain sono sempre più proiettati verso quel rock di ispirazione seventies venato di blues e psichedelia con le canzoni che sono lunghe cavalcate sonore di grande impatto. Ethan Miller, il leader, pare avere le idee chiare sul suono da proporre, altro non è che il proseguimento di ciò che abbiamo imparato ad apprezzare nei precedenti dischi, ovvero un’orgia di suoni rock blues psichedelici a tratti davvero irresistibili.

L’artista di Oakland, coadiuvato dal chitarrista Daniel Cervantes, dal bassista Jeff McElroy e dal batterista Justin Smith, pubblica un disco chiaramente ispirato ad un periodo dove il rock era uno stile di vita.
“Rainbow Trout” apre il disco col classico riff blues, due accordi due che raccontano la storia di un secolo, poi la voce di Miller entra e ci accompagna sino ad un’ esplosione di suoni rock blues epici ed evocativi.
Sono solo sette i brani compresi in questo disco ed il successivo, dal titolo “Missouri” è un rock bagnato nell’acido lisergico che termina in un lungo assolo di chitarra, mentre la successiva “Speed” è una ballata di folk rock psichedelico di ampio respiro che richiama alla mente i suoni dei gruppi californiani del periodo hippie; pura poesia per le nostre orecchie.
“The Wild Boys”, il primo singolo estratto, è una cavalcata sonora di otto minuti abbondanti, una ballata avvolgente ed intrigante da perdersi nei continui ascolti, dove ad un certo punto puoi meglio assaporare gli interventi chitarristici che sfociano a tratti nell’hard rock, con assoli tipici delle jam Band e gli ottimi intrecci vocali ad impreziosire il brano.

“Alligator Bride” è stupenda: un viaggio di quasi sei minuti e mezzo con le chitarre distorte ed i cori soul del profondo sud degli States.
“In the Evening” è una ballata folk rock incentrata sulla voce di Ethan ed una chitarra acustica, poi poco a poco entrano gli altri strumenti a riempire un sound sullo stile dei mitici Grateful Dead.
In chiusura una “Coming Down” che riassume in circa otto minuti tutto quanto ascoltato sinora: una fantastica ballata lisergica dai contorni sfocati e psichedelici. Per intenditori.

Voto: ***1/2

Tracklist:

01 Rainbow Trout
02 Missouri
03 Speed
04 The Wild Boys
05 Alligator Bride
06 In The Evening
07 Coming Down

Charley Crockett – Lonesome as a Shadow (Thirty Tigers Records, 2018)

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Charley Crockett è un giovane promettente country soul singer che con questo nuovo lavoro “Lonesome as a Shadow”, propone un’ interessante e piacevole meltin’ pot di suoni: il country texano si mescola con il soul di Memphis e l’aggiunta vincente dei sapori speziati di New Orleans: ha tutte le carte in regola per imporsi nel music business almeno a livello nazionale.

Crockett nasce in Texas ma fin da giovanissimo è attratto dalla musica e dal mondo che lo circonda e questa sua passione lo porta a visitare molti luoghi: da New Orleans a New York, da Parigi al Marocco, salvo poi tornare nel natio Texas e diventare professionista, debuttando nel 2015 con il disco “A Stolen Jewel”.

Il suo intreccio musicale è fatto di country e rock’n’roll anni cinquanta, blues e musica della Louisiana, al quale aggiunge giuste dosi di soul grazie al supporto della sua band ,i Blue Drifters, ovvero Emsy Robinson al basso, Mario Valdez alla batteria, Kullen Fox alle tastiere e fisarmonica, Alexis Sanchez alla chitarra, Nathan Fleming alla Pedal Steel Guitar e Charles Mills Jr alla tromba. Il disco è stato registrato presso gli storici Sam Phillips Recording Studios di Memphis, e si porta appresso una inevitabile patina vintage che ne impreziosisce il sound di tutti e dodici i brani.

L’apertura spetta ad “I Wanna Cry”, brano guidato dall’ accordion che ci trasporta direttamente sul border, ma che si intreccia ai ritmi honky tonk: in un’unica canzone troviamo accenti di musica che proviene da Louisiana, Messico e Texas. La voce di Crockett non è certo irresistibile, ma con questo suo modo un poco sgraziato di cantare si dimostra più personale, più originale.
La successiva “The Sky’d Become Teardrops” è country blues dal suono classico anni ’50 con la pedal steel sugli scudi, mentre “Ain’t Gotta Worry Child” è un gioiellino, un piacevole brano soul d’atmosfera con l’intervento dei fiati.
“How Long Will I Last” è un lento delicato stile fifties con il piano in sottofondo; le prime note di “If Not the Fool” mi ricordano il sound di JJ Grey & Mofro, infatti poi il brano punta al southern soul dei sixties.
“Help Me Georgia” è un altro brano lento di grande caratura soul, guidato da un organo e da splendidi interventi di tromba mentre la title track “Lonesome as a Shadow” parte acustica poi la sezione ritmica ed il piano boogie rivoltano il brano come un calzino, passando dalla ballata country all’ honk tonk boogie in un battito di ciglia.”Sad & Blue” e “Oh So Shaky” sono splendidi esempi di ballate soul, mescolate ora col jazz ora col blues, diventando sempre più intriganti ad ogni ascolto. Charley Crockett spezza ogni stile, ogni etichetta, mescola il country col soul oppure propone accenni jazz con estrema naturalezza. Tra questi due brani “Lil’ Girl’s Name” riporta ad un sound più classico, è un country con venature r’n’r anni ’50, mentre “Goin’ Back to Texas” è un bel rockabilly punteggiato dall’ accordion e da una tromba che, a differenza del titolo, sembra guardare verso lo zydeco ed accenni dixeland della Louisiana.
Chiude il dischetto il brano acustico “Change Yo’ Mind” voce, chitarra ed una tromba suggestiva in sottofondo. Piacevole, dal suono vintage semplice eppure ricercato, non mi serve altro, per ora.

Voto: ***

Tracklist:

1 I Wanna Cry
2 The Sky’d Become Teardrops
3 Ain’t Gotta Worry Child
4 How Long Will I Last
5 If Not the Fool
6 Help Me Georgia
7 Lonesome as a Shadow
8 Sad & Blue
9 Lil’ Girl’s Name
10 Oh so Shaky
11 Goin’ Back to Texas
12 Change Yo’ Mind

Christian Frascella – Fa troppo freddo per morire (Einaudi Ed., 2018)

Christian

La prima indagine di Contrera
pp. 336
Collana: I Coralli

C’è un uomo con un coltello piantato nel petto, dentro un locale a luci rosse di Torino. Fuori, un quartiere multietnico che assomiglia al mondo. A indagare sarà un investigatore destinato a lasciare il segno: Contrera, un adorabile sbruffone che nasconde dietro la battuta pronta i guai di una vita buttata all’aria con metodo. Il suo ufficio è in una lavanderia a gettoni. Tra poliziesco e commedia, Fa troppo freddo per morire è un crimedy senza molti paragoni, una miscela tutta nuova. Inizi a leggerlo e provi di tutto. Ridi, pensi, ti commuovi, segui l’indagine, poi le disavventure sentimentali del protagonista, fai insieme a lui il bilancio della tua vita, stai attento a un altro indizio. E alla fine – grazie alla qualità della scrittura – vorresti che il viaggio non fosse finito.

Trama:

Come può essere un quartiere di Torino che si chiama Barriera di Milano? Un avamposto verso il resto del mondo. Infatti, da roccaforte operaia si è trasformato in una babele multietnica. È qui, in una lavanderia a gettoni gestita da un magrebino, che Contrera riceve i suoi clienti. Accanto a un piccolo frigo pieno di birre che provvede a svuotare sistematicamente. I suoi quarant’anni li ha trascorsi quasi tutti per quelle strade. Faceva il poliziotto ma si è fatto cacciare per una brutta storia di droga, ora fa l’investigatore privato senza ufficio ma non senza fantasia. Ha una Panda Young da un quinto di secolo: e quello è «il rapporto piú duraturo che abbia mai avuto nella vita». La sua ex moglie lo detesta e la figlia adolescente si rifiuta di rivolgergli la parola. Ad amarlo restano giusto la sorella e i due nipoti, divertiti dalla sua eccentricità. Quando Mohamed, il proprietario della lavanderia, gli chiede di aiutare un ragazzo che si è indebitato con una banda di albanesi, Contrera non può certo tirarsi indietro. Ma come in ogni poliziesco che si rispetti, le cose sono molto piú complicate di quanto sembri a prima vista: e quando salta fuori il primo cadavere, Contrera capisce di essersi ficcato in un pasticcio nel quale finirà per rischiare non solo la pelle.

Leggi un estratto:

http://www.einaudi.it/var/einaudi/contenuto/extra/978880621244PCA.pdf

Un noir irresistibile, divertente, complesso, decisamente poco scontato

«Durante l’omicidio erano presenti 15 ragazze, 28 clienti e altre 13 persone. Un morto e 56 possibili assassini, anzi 55, perché sono quasi certo che Oskar non l’ho ammazzato io».

Cristian Frascella è nato a Torino e vive a Roma. Ha pubblicato Mia sorella è una foca monaca (Fazi 2009), Sette piccoli sospetti (Fazi 2010), La sfuriata di Bet (Einaudi 2011), Il panico quotidiano (Einaudi 2013), La cosa piú incredibile (Salani 2015), Brucio (Mondadori 2016) e Fa troppo freddo per morire (Einaudi 2018).