La Luna Non Si Fa Vedere

Tempo fa pubblicai una poesia di mio figlio primogenito Diego quindi (anche per non fare alcun torto) ora tocca a mia figlia dodicenne Giada, che con questa poesia è stata finalista nella Scuola Media Inferiore, che sta frequentando.
Visto che non è certo una secchiona, quando la poesia mi è capitata tra le mani gli ho chiesto se era tutta “farina del suo sacco” e mi ha risposto “certo, l’ho scritta a scuola”. Ammetto di essermi emozionato nel leggerla, forse non è nulla di eccezionale ma in quanto genitore mi ha trasmesso sensazioni che solitamente non esterna con molta facilità (e per questo vale doppio!).

Luna

La Luna Non si fa vedere

Ci sono giorni in cui la luna non si fa vedere
ci sono giorni in cui i fiori sbocciano lentamente
ci sono giorni che ti sorprendono
alcuni con la pioggia,
altri con il vento
e le nuvole si spostano.

Ci sono giorni in cui non riesci a stare fermo
e impazzisci di gioia,
altri di noia o di solitudine.

Questi giorni sono tutti
parte della mia vita.

Giada

Annunci

Hiss Golden Messenger – Hallelujah Anyhow (Merge Rec., 2017)

hallelujah-anyhow

“Heart like a Levee” pubblicato lo scorso anno dal gruppo di M.C. Taylor si guadagnò la decima posizione tra i dischi migliori del 2016 nella mia personale Top 25, era quindi difficile poter bissare a breve distanza un ottimo risultato riservato soltanto ad artisti che seguo da parecchio tempo. Invece,come raramente accade( ma che fortuna se capita !),anche questo nuovo disco è risultato molto piacevole ed addirittura, per certi versi migliore del precedente. A cominciare dalla canzone che apre il disco “Jenny of the Roses” con un sound che prende subito, in particolare per l’utilizzo del pianoforte che ci porta su territori musicali cari a Jackson Browne ed altri cantautori californiani. Ma l’artista che più funge da ispirazione per Hiss Golden Messenger (ricordo che il gruppo è composto oltre che dal già citato M.C. Taylor, leader e cantante, anche da Brad Cook al basso, Phil Cook al piano acustico ed elettrico, slide, armonica e cori, Josh Kaufman: chitarre acustiche ed elettriche, mandolino; Darren Jessee, alla batteria e percussioni; Michael Lewis al Sax ed Evan Ringel al Trombone) è senz’altro Van Morrison sia nei titoli di alcune canzoni (“Domino”, “Caledonia, My Love”) e sia nel sound presente qua e la nel disco. “Lost Out in The Darkness” ha ancora un drive melodico piacevole : batteria e pianoforte posti in sottofondo, la voce nasale di Taylor ed un’armonica che apre ad emozioni e sensazioni positive.
Brani orecchiabili che sembrano quasi pop, invece hanno una struttura decisamente articolata e di derivazione gospel. E la successiva “Jaw” sembra arrivare giusto in tempo per confermare un disco lirico e di ottimo livello, dalla strumentazione ricca ma mai invadente, come il mandolino solo arpeggiato, l’accenno ai fiati ed i cori a margine.
“Harder Rain” ballata malinconica di rara bellezza, col pianoforte ed i fiati protagonisti assieme alla voce di Taylor e poi i cori (sono presenti diversi artisti e colleghi come Tift Merritt e John Paul White tra gli altri) a dare manforte ad un sound decisamente ispirato.
“I Am The Song” riporta ancora ad un sound californiano ed i cori che ricordano un poco i Fleetwood Mac, un ‘armonica serpeggia in sottofondo a far compagnia ad un mandolino ben presente nel brano come la sezione ritmica, mentre anche qui i fiati sono appena accennati.
“Gulfort You’ve Been on My Mind” è una splendida ballata suonata con l’irlandese in testa, ancora un sax accennato ed un’armonica (presente sul disco ma non nel video sottostante) che suona piena sulle note di un pianoforte malinconico con i cori che fanno il resto.

“John The Gun” inizia acustica, voce e chitarra, ma poi il sound cresce ed entrano gli strumenti, finalmente anche i fiati si mescolano al sound ed il brano prende una piacevole piega, con sfumature R’n’B e Soul.
“Domino(Time Will Tell)” è un bel brano rock dal sound ricco per nulla scontato ed oggigiorno è una rarità. The Stones meets Van Morrison.
“Caledonia, My Love” si apre con le note di un pianoforte che poi lascia spazio ad una chitarra acustica ed un mandolino per un brano pieno di atmosfera, cantato con lieve enfasi, a tratti doppiato da una voce femminile.
“When the Wall Comes Down” paga invece il tributo a Bob Dylan con una ballata corale e coinvolgente.
Un disco minore, come ne capitano a decine da queste parti, ma che sanno senz’altro emozionare e farsi ascoltare senza la necessità di alcun passaggio radiofonico.

Voto: ***1/2

Tracklist:

01.Jenny of the Roses
02.Lost Out in the Darkness
03.Jaw
04.Harder Rain
05.I Am the Song
06.Gulfport You’ve Been on My Mind
07.John the Gun
08.Domino (Time Will Tell)
09.Caledonia, My Love
10.When the Wall Comes Down

Joakim Tinderholt – Hold On (Big H Rec./Rhythm Bomb Rec., 2017)

joakim

E’ stata una fortuna poter assistere ieri sera al concerto di Joakim Tinderholt al Cine Teatro Macallè di Castelceriolo (Al), luogo che da quasi un quarto di secolo ospita , non senza sacrifici e difficoltà per gli organizzatori (un plauso a Salvatore Coluccio!), concerti di artisti di caratura internazionale in ambito Blues, Beat,Swing, Rock’n’roll e tutti quei generi ormai diventati, purtroppo,di nicchia in quanto le nuove generazioni non hanno più interesse verso la musica che attinge dal passato.

E’ stato un concerto intenso e divertente, con la band che ha catalizzato l’attenzione del pubblico per un paio d’ore di ottima musica (brani tutti di ottimo livello,su tutte cito soltanto la finale “I got Loaded” resa celebre anche dai Los Lobos).
Per il breve tour italiano, Tinderholt (è tornato dopo aver partecipato quest’ estate al Summer Jamboree a Senigallia) è stato supportato da musicisti di caratura internazionale come Enrico Crivellaro alla chitarra, Lucky Luciano (fondatore del gruppo r’n’r swing The Goodfellas) al basso e Vincenzo Barattin alla batteria. Alla fine del concerto, era inevitabile, ho comprato i suoi due album per poterlo conoscere meglio. in quanto è un artista che merita davvero.

Artista che arriva dalla fredda Norvegia ma con un cuore (e pure un’ anima) caldo che batte per il Jump Blues, il R&B ed il Rock’n’Roll degli anni ’50, mescolato ad arte per creare sonorità fresche e creative, nonostante i suoni siano dichiaratamente vintage.

A distanza di circa tre anni dall’ album di debutto, Joakim e la sua band hanno recentemente pubblicato il seguito “Hold On” tramite l’etichetta discografica tedesca Rhythm Bomb Record e registrato ai Juke Joint Studio di Notodden in Norvegia, tra il Luglio 2016 ed il Febbraio di quest’anno.
Il disco è composto sia da nuovi brani originali scritti da Joakim da solo oppure con il supporto del chitarrista Hakon Hoeye e del bassista Troiani. Le altre canzoni sono cover riprese magnificamente dal songbook di artisti come Ike Turner, Freddie King e Johnny Rivers.

Si parte con “Trouble Up The Road”, il pezzo originale risale al 1961, scritto da Ike Turner e cantato da Jackie Brentsen, qui è rivisitato con il sound dell’epoca: brano coinvolgente, ritmato e con un feeling boogie anni sessanta, voce sicura e da shouter ed ottimo assolo di chitarra.
“Anything Is Better Than Nothing” è un R’n’B molto orecchiabile, scritto dal nostro con la sezione ritmica ed i sassofoni (baritono e tenore) di Kasper S. Vaernes sugli scudi. “Jungle Bo”, come recita anche il titolo, è un tributo al grande Bo Diddley ed al suo inconfondibile beat boogie blues governato da assoli di chitarra, il piano di K. Magne Lauritzen in sottofondo e la sezione ritmica produce il sound sincopato, guidato dal basso di Bill Troiani e dalla batteria di Robert Alexander Pettersen che cattura subito l’attenzione dell’ascoltatore.
“Farmer John” è un R&B anni ’60 scritto da Don “Sugarcane” Harris and Dewey Terry, un duo che ebbe successo negli USA in quegli anni proponendo nuove influenze garage rock sullo stile dei più famosi Kingsmen: infatti il brano in questione ha un sound che richiama il classico “Louie Louie” e Joakim e band mantengono il sound ritmato e coinvolgente.

“What About Love” è un rock’n’roll con influenze soul, la band gira a mille col piano boogie in sottofondo e la voce di Joakim potente da shouter. Ottimo brano che sprizza energia ed ottimismo, con assolo di chitarra alla Chuck Berry nella parte centrale della canzone.
“Hold On To Me” parte come fosse un pezzo dei Blasters con voce in primo piano e tappeto sonoro a cura del pianoforte, poi entra la chitarra elettrica che infila una serie di riff ed assoli da brividi. Se si pensa che artisti come per esempio JD McPherson hanno avuto un discreto successo in quanto sono riusciti a riproporre un ennesimo revival del genere vintage (con la sua personale miscela di sonorità rock’n’roll anni cinquanta, R&B e Blues stile sixties ma anche garage music, il tutto mescolato e condito con melodie di stampo moderno) anche Joakim ha tutte le carte in regola per sfondare e farsi conoscere nei circuiti e dagli amanti dei generi sopracitati.

“Sweet Baby Of Mine” è di Bobby Sharp, ma conosco la versione di Ruth Brown: è un blues che vira nello swing e starebbe bene in un film hard boiled.
La successiva “Number 9 Train” scritta da Bobbie Robinson (bluesman conosciuto anche come Tarheel Slim) strizza l’occhio al sound di Johnny Cash, un rockabilly country col classico “boom chicka boom” e la voce veramente interessante di Joakim a tirare le fila di un ennesimo grande pezzo.
“The Poor Side Of Town” è la ripresa di un brano di Johnny Rivers; un lentaccio soul che dona brividi di piacere all’ascolto. Batteria accennata, la voce di Tinderholt in primissimo piano con una seconda voce di supporto, poi entra la chitarra twang a dare maggior vigore alla canzone.
Chiude alla grande “I Quit” pezzo scritto dallo stesso Joakim dal grande impatto sonoro dove il Rhythm ‘n’ Blues incontra il Rock’n’Roll: elettrica, grintosa e da ballare.
Un nuovo nome da appuntare e sul quale contare nel prossimo futuro. Se passa dalle vostre parti non lasciatevelo sfuggire.

Voto: ***1/2

Tracklist:

01. “Trouble Up The Road”
02. “Anything Is Better Than Nothing”
03. “Jungle Bo”
04. “Farmer John”
05. “What About Love”
06. “Hold On To Me”
07. “Sweet Baby Of Mine”
08. “Number 9 Train”
09. “The Poor Side Of Town”
10. “I Quit”

Sito Ufficiale: http://joakimtinderholt.com

Facebook page: https://www.facebook.com/joakimtinderholt/

Novità discografiche inizio 2018

uscite-discografiche-2015

Diamo uno sguardo alle notizie relative alle uscite discografiche previste per i primi mesi del 2018.

Anderson East – Encore (produttore: Dave Cobb; singolo: “All On My Mind”;

Tinsley Ellis – Winning Hand

ellis

Black Rebel Motorcycle Club – Wrong Creatures (singolo: “Little Thing Gone Wild”)

Black Label Society – Grimmest Hits (singolo: “Room of Nightmares”)

Joe Satriani – What Happens Next (ospiti il bassista Glenn Hughes ed il batterista Chad Smith; produttore Mike Fraser)

Tommy Emmanuel – Accomplice One (ospiti: Jason Isbell, Mark Knopfler, Rodney Crowell, Jerry Douglas, Amanda Shires, Ricky Skaggs, J.D. Simo, David Grisman, Bryan Sutton, Suzy Bogguss, ecc.)

Devin Dawson – Dark Horse

John Gorka – True In Time

John Gorka

First Aid Kit – Ruins (singolo: “It’s a Shame”)

Glen Hansard – Between Two Shores (singolo: “Time Will Be the Healer”)

Rick Springfield – The Snake King

Calexico – The Thread That Keeps Us (singolo: “End of the World With You”)

Joe Perry – Sweetzerland Manifesto

Mark Erelli – Mixtape (covers album con canzoni di Don Henley, The Band, Grateful Dead, Robbie Robertson, Arcade Fire, Neko Case, Richard Thompson, etc.)

Mary Gauthier – Rifles & Rosary Beads

Brandi Carlile – By The Way, I Forgive You (produttori: Dave Cobb, Shooter Jennings;singolo: “The Joke”)

Brian Fallon – Sleepwalkers (ex cantante dei Gaslight Anthem; singolo: “Forget Me Not”)

Umphrey’s McGee – It’s Not Us

Franz Ferdinand – Always Ascending (singolo: “Always Ascending”)

Grant-Lee Phillips Widdershins

Marlon Williams – Make Way For Love

Joan As Police Woman – Damned Devotion

Montgomery Gentry – Here’s To You (album postumo per Troy Gentry, la metà del duo, che è morto in un incidente in elicottero lo scorso Settembre 2017 ; singolo: “Better Me”)

The James Hunter Six – Whatever It Takes

Simple Minds – Walk Between Worlds

The Wood Brothers – One Drop Of Truth

John Oates – Arkansas

Superchunk – What A Time To Be Alive

Anche questa volta è tutto, alla prossima !

The White Buffalo – Darkest Darks, Lightest Lights (Earache Rec., 2017)

The White buffalo

The White Buffalo in realtà altri non è che lo pseudonimo utilizzato da Jake Smith, songwriter fra i più interessanti nuovi talenti, originario dell’Oregon. Il nome del gruppo ( completano il trio Matt Lynott alla batteria e Tommy Andrews al basso) è un animale sacro per i nativi americani e quindi esplicita la loro musica che ha un sound decisamente americano, un miscuglio di country, blues e rock.Diventati famosi anche a chi della musica rock non frega un piffero tramite la serie tv Sons Of Anarchy, nel giro di tre lustri il trio ha raggiunto una maturità invidiabile tra cavalcate rock e ballate cantate col cuore in mano.
Ed in questo nuovo lavoro intitolato “Darkest Dark, Lightest Light” è tangibile la maturità artistica raggiunta che evidenzia ancor più l’ apporto vocale di Jake Smith, in possesso di una voce calda, particolare e profonda.
Apre il disco “Hide and Seek”, un indolente brano rock dai toni honky tonk, passando per il rock stradaiolo di “Avalon” e proseguendo con una notturna e swingante “Robbery”, che potrebbe essere usata in un film hard boiled. Questo è sinonimo di ecletticità e maestria ed il disco continua su questo filone senza tentennamenti: “The Observatory” una ballata riflessiva ed intimista, un brano tra i più belli ascoltati quest’anno, seguita dalle atmosfere desertiche dei paesaggi di confine in “Madam’s Soft, Madam’s Sweet” con tanto di armonica luciferina ed ancora la cavalcata blues di “Nightstalker Blues” ancora armonica in primo piano, l’intensa ballata “If I Lost My Eyes” ci permette di tirare il fiato prima che le storie di droga messicana narrate nella trascinante “Border Town/Bury Me in Baja” ci convincano a dichiarare la resa dinanzi ad un disco decisamente ispirato e coinvolgente. Ma non è ancora finita, c’è ancora tempo per assaporare una “The Heart And The Soul Of The Night” che ricorda le canzoni urban rock dei Thin Lizzy (“The Boys are back in town” su tutte) e la chiusura della sognante “I am the Moon” mostrano sin dove si sono spinti i The White Buffalo. Ora non possono più tornare indietro: uno dei gruppi sui quali contare nel prossimo futuro.

Voto: ****

Tracklist:

01. Hide And Seek
02. Avalon
03. Robbery
04. The Observatory
05. Madam’s Soft, Madam’s Sweet
06. Nightstalker Blues
07. If I Lost My Eyes
08. Border Town / Bury Me In Baja
09. The Heart And Soul Of The Night
10. I Am The Moon

Chris Stapleton – From A Room – Vol. 2 ( Mercury Nashville, 2017)

Chris-Stapleton-From-A-Room-Volume-2-

Chris Stapleton torna con il suo secondo album quest’anno “From A Room: Volume 2”, il seguito del Volume 1 ( https://wp.me/p3cehQ-7iW ) pubblicato lo scorso mese di Maggio 2017. Anche in questo caso si tratta di una raccolta di nove canzoni registrate probabilmente nelle stesse session allo Historic Studio RCA di Nashville e prodotte da Dave Cobb, che ha partecipato anche alla chitarra acustica. I membri della band di lunga data, tra cui la moglie Morgane alle Harmony Vocal, il bassista J.T. Cure e il batterista Derek Mixon si aggiungono quando la canzone richiede un suono più elettrico come avviene in diverse occasioni, con un suono in presa diretta come fosse in versione live. Qui la produzione è parca e verte tutto sulle voci di Stapleton e consorte, che cantano testi spesso toccanti e malinconici.

Chris continua a mostrare quanto è potente la sua voce ma anche come compositore e chitarrista si mostra ad alti livelli, in quest’album Stapleton ha scritto sette dei nove brani presenti. Che stia cantando di essere un fortunato innamorato in “Millionaire”, una canzone scritta da Kevin Welch o di bere così tanto da non poter andare in chiesa con la sorprendente “Drunkards Prayer”, Stapleton incanta l’ascoltatore con la sua ineguagliabile voce ed una grande narrazione emotiva.

Il Volume 2 si apre con l’ ode sull’amore, la già citata “Millionaire”, con le armonie vocali della moglie Morgane e la canzone lascia subito il segno: “Dicono che l’amore è più prezioso dell’oro / non può essere comprato e non può essere venduto / ho avuto l’amore, abbastanza da risparmiare / che mi rende un milionario”.

Mentre Stapleton impressiona sui brani vigorosi, è sulle canzoni malinconiche che eccelle davvero. Il blues “Hard Livin” ha il cantato che risveglia le sue origini del Kentucky e la vita difficile di un Honky tonk man, supportato da un groove di chitarra elettrica tagliente e rock.
“Scarecrow In the Garden”, racconta la triste storia di un uomo e di suo figlio che lavorano insieme la terra, pregando che la pioggia arrivi sui loro campi della fattoria. Una vita dura. Il ragazzo alla fine eredita la terra da suo padre, ma purtroppo non può trasformare il misero raccolto in qualcosa di gratificante. Il brano è suonato nel classico stile del nostro: voce in primo piano, supporto di acustica, sezione ritmica attenta e background vocal della moglie Morgane rendono un tono ancor più epico al suono.

In “Nobody’s Lonely Tonight”, Stapleton dipinge l’immagine di due estranei solitari che si ritrovano a notte fonda in un bar. Ad un certo punto l’uomo suggerisce all’estranea di trovare conforto l’uno nell’altra. “Conosco un modo per non sbagliare / Nessuno porta nessuno su/ Tu sarai lei e io sarò lui e per un po fingeremo che nessuno sia solo stanotte”. La chitarra rallentata e la voce molto espressiva di Stapleton rendono questa una delle canzoni più interessanti dell’album.
“Tryin ‘To Untangle My Mind” è un country rock ricco di venature soul che è un vero piacere ascoltare. Un altro grande brano è “A Simple Song” che Stapleton ha scritto con suo suocero Darrell Hayes; Stapleton canta di una vita semplice: “Amo la mia vita / È qualcosa da vedere / Solo i bambini, i cani, io e te” e come cita il titolo è un brano davvero semplice ma onesto. Acustico, è retto dalle voci dei coniugi Stapleton con l’aggiunta di una chitarra acustica e poco altro.

“Midnight Train to Memphis” è ripresa dal repertorio del suo ex gruppo country bluegrass, The SteelDrivers: scritto da Stapleton e Mike Henderson, e pubblicato in precedenza nell’album omonimo del 2008, Stapleton aggiunge lo stesso sapore alla canzone ma con una chitarra elettrica che sostituisce violino e mandolino dell ‘originale e la sua voce potente lo trasformano in un ottimo brano rock e semmai rimanda ai suoi giorni con la band southern dei Jompson Brothers.

“Drunkards Prayer” è un brano acustico ed intimistico (già inciso da John Michael Montgomery nel 2008) è l’ennesimo lato di un artista eclettico.
L’ultima canzone è semplice come il suo titolo; “Friendship” è un soul blues che fa luce sull’ amicizia, quella vera, che ormai è cosa rarissima ai giorni nostri. Brano reso famoso da Pops Staples (ma scritto da Homer Banks e Lester Snell) offre una conclusione decisamente gradevole ed ottimistica.

Ancora una volta Chris Stapleton impressiona con questo nuovo album coinvolgente, che porta sia grinta quanto grandi emozioni. Dimostra esattamente perché ormai è ai vertici della musica a stelle e strisce.
In cima alla mia lista dei migliori album dell’anno. Garantito.

Voto: ****

Tracklist:

01. Millionaire
02. Hard Livin’
03. Scarecrow In The Garden
04. Nobody’s Lonely Tonight
05. Tryin’ To Untangle My Mind
06. A Simple Song
07. Midnight Train To Memphis
08. Drunkard’s Prayer
09. Friendship

Bob Seger – I Knew You When (Capitol Rec., 2017)

cover

Nella recensione del disco precedente, “Ride Out” uscito circa tre anni fa
https://wp.me/p3cehQ-HD non avevo trattato molto bene il leone di Detroit ma se l’era meritato, in quanto il disco è stato una cocente delusione. In questo nuovo lavoro in parte si risolleva grazie alla presenza di alcune perle musicali ma è evidente il molto mestiere e la poca voglia di andare oltre a quanto abbiamo già imparato a conoscere di questo grande artista. E’ certamente da capire, a settantadue anni non si può certo pretendere che rivoluzioni il modo di fare musica, ma a questo punto viene da chiedersi se sia necessario pubblicare album come questo che nulla aggiungono a quanto di bello ha costruito nella sua lunga carriera, ma il motivo c’è e dipende dal fatto che diverse canzoni presenti in quest’album furono scritte e registrate molti anni fa, ma rimaste sinora inedite. La più datata è “Runaway Train”, una canzone rock up-tempo che è stata registrata per la prima volta nel 1993 e doveva far parte dell’album “It’s a Mystery” pubblicato nel 1995 ma che poi è stata scartata (e si capisce il motivo: non è un brano brutto ma difficilmente ti viene voglia di riascoltarla). “Blue Ridge” proviene da session del 1997 paragonata da alcuni come la nuova “Sightseeing” (presente in “The Fire Inside” del 1991) non regge il confronto anche se è un bel brano rock con annesso un gran assolo di chitarra, una batteria tosta su un tappeto sonoro creato da tastiere e cori femminili. Anche la traccia “I Knew You When” che da il titolo all’album risale al 1997 e qui troviamo la prima grande canzone del disco: una ballata nel classico stile del nostro, che si apre con un pianoforte e poi entra la voce di Bob, forte e vigorosa, supportata dalle armonie vocali femminili ed una batteria mai troppo invadente; e pensare che fu scartata dall’album “Face the Promise” del 2006. La ballata “Something More” è stata incisa nel 2001 è un brano piacevole anche se non raggiunge i livelli del precedente, nonostante un buon assolo di sax ed un sound accattivante.

L’album è stato registrato in vari momenti degli anni passati a Nashville e Detroit ed è prodotto dallo stesso Seger. La prima canzone conosciuta di questo nuovo disco è “Glenn Song”, che è stata scritta da Seger come tributo all’ amico Glenn Frey, morto un anno prima. A Gennaio di quest’anno, otto mesi prima dell’annuncio del disco, Seger ha pubblicato “Glenn Song” gratuitamente sul suo sito ufficiale. La canzone racconta della sua lunga amicizia con l’ ex Eagles, iniziata nel lontano 1966 e l’incedere del brano è lento e malinconico con un violino che accompagna la voce di Seger ed è presente soltanto nella versione deluxe del disco.
Subito dopo l’annuncio dell’uscita di questo nuovo album, avvenuta lo scorso 22 settembre 2017, è stata pubblicata la cover di “Busload of Faith” di Lou Reed come primo singolo estratto dall’album. La canzone è stata originariamente pubblicata da Lou Reed nel suo album “New York” del 1989. Seger ha registrato la canzone a Nashville nel maggio di quest’anno e la rilegge con il suo classico stile ed in maniera incisiva, col sound pieno e corposo: assolo di slide, cori femminili e fiati a profusione. Oltre a questa, è presente un’altra cover, “Democracy” scritta da Leonard Cohen e presente nel suo album “The Future” del 1992. Seger la ripropone in maniera diligente come l’originale che si apre con una batteria da marcia militare poi la voce si aggiunge su un sound corale, melodioso, condito da voci e da un violino che colpiscono nel segno ma che manca dell’eleganza di Cohen nel cantato.
“Gracile” apre il disco ed è un brano rock quasi hard che non fa la differenza ma si lascia ascoltare.”The Highway” è un brano epocale rovinato da tastiere (e forse un synth) fuori luogo e diventa quasi fastidioso.
“I’ll Remember You” è recente e risale al 2011 ed è una ballata ma il brano è suonato molto forte, caratterizzato dalla voce potente di Bob e dai cori (Barbara Payton, Laura Creamer e Shaun Murphy) ed una base sonora avvolgente, con finale più soft, guidato dal pianoforte. “The Sea Inside” cambia registro e si passa ad un brano rock d’impatto (Seger recentemente l’ha descritta come una canzone molto vicina ai suoni dei Led Zeppelin) e non è affatto male, anzi è ben suonata, orchestrale con assolo finale di cello (e synth).
“Marie” è una ballata, una canzone semplice con la classica melodia delle vecchie canzoni di Bob, il quale mi sembra però che canti con meno convinzione. Bello comunque l’intermezzo della chitarra acustica spagnoleggiante verso la fine del brano. Da segnalare infine “Forward Into The Past” primo brano nella versione extra del disco, è una canzone rock qualunque, senza mordente e pure bruttina.

L’album è stato inciso col supporto di una valanga di session men ed ospiti tra i quali ricordo Reese Wynans, Michael Rojas, Billy Payne e Steve Nathan che si alternano a piano ed organo; Chris Campbell, Chad Cromwell, Richie Hayward e Greg Morrow tra gli altri al basso; Rick Vito, Rob McNelley, Jim Kaatz, Kenny Greenberg e Tom Bukovac alle chitarre; al sax Alto Reed e Keith Kaminski; alla tromba Mark Byerly, Bob Jensen; John Rutherford al trombone; Deanie Richardson al violino; Carole Rabinowitz e John Catchings al cello; Eric Darken alle Percussioni; Craig Frost al Clavinet e synth; mentre le background vocals vedono la partecipazione di Rosemary Butler, Shawn Murphy, Herschel e Terena Boone, Bekka Bramlett, Laura Creamer, Donny Gerrard e Barbara Payton.

In definitiva un passo avanti rispetto a “Ride On” (che vado a riascoltarmi) ma vale ancora il suggerimento dato la volta precedente, ovvero rispolverate i vecchi dischi di Bob Seger ed andrete sul sicuro. Only for Fans.

Voto: ***

Tracklist:

01. Gracile – 2:48
02. Busload of Faith – 4:32 (Lou Reed)
03. The Highway – 3:38
04. I Knew You When – 3:53
05. I’ll Remember You – 3:48
06. The Sea Inside – 4:14
07. Marie – 3:26
08. Runaway Train – 4:10
09. Something More – 3:47
10. Democracy – 6:32 (Leonard Cohen)

Bonus tracks (Edizione deluxe):

11. Forward into the Past – 4:12
12. Blue Ridge – 3:50
13. Glenn Song – 2:49 (Già edita in precedenza e dedicata all’amico defunto Glenn Frey, ex Eagles).