Gov’t Mule – Revolution Come…Revolution Go (Fantasy Records, 2017)

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Questo nuovo album riporta i Gov’t Mule di Warren Haynes ai suoni vigorosi, duri e potenti degli esordi. Il quartetto, ormai stabile da dieci anni (il gruppo ha festeggiato lo scorso anno i 20 anni di attività di cui i primi dieci come trio, con Haynes, Abs ed il compianto Allen Woody) con il fido Matt Abs alla batteria, Danny Louis (organo) e Jorgen Carlsson (basso).
Il disco precedente, “Shout” datato 2014 era stato inciso in compagnia di diversi ospiti, da Elvis Costello, ai My Morning Jacket e Ben Harper. Questa volta invece fanno tutto da soli, tranne il duello chitarristico con Jimmie Vaughan (fratello di Stevie Ray) in “Burnin point”.
“Stone Cold Rage” apre in un turbinio di riff potenti e possenti in pieno stile Southern Rock, “Drawn That Way” ha un drive guidato dalla batteria di Abs (ascoltatevi il crescendo nella seconda parte del brano) e dagli assoli della chitarra di Haynes, che qui sfodera la solita voce grintosa e melodiosa allo stesso tempo. Unico difetto, il tempo ristretto del brano, da inserire in un disco che nella realtà live di questo gruppo darà delle soddisfazioni a tutti.
“Pressure Under Fire” è una ballata Rock blues come solo Haynes e soci riescono a costruire: basi solide ma armonie piene di soul.
Disco molto lungo (la versione DeLuxe comprende ben 18 brani) ma è pure immediato e cresce ad ogni nuovo ascolto. “The Man I Want To Be” è ancora in territori Southern Blues e ricorda molto le ballate degli Allman Brothers Band: organo e batteria in sottofondo a supportare la voce ispirata di Warren che non si risparmia neppure qui in continui riff ed assoli alla chitarra. “Travelling Tune” vira verso territori country con l’uso della steel guitar; molto bella la melodia che concede sempre un poco di soul, anche se qui accentua e miscela bene il sound da ballata southern che ricorda ancora certe cose degli Allman.
“Thorns Of Life” è uno dei brani più lunghi dell’album ed inizia con un sound quasi jazz, e pieno d’atmosfera poi inizia ad accelerare, per poi placarsi ancora; per diverse volte ascoltiamo questi alti e bassi, improvvisazioni ipnotiche e quasi psichedeliche non è per tutti i palati ma il gruppo ci dimostra come non disdegni avventurarsi in nuovi suoni, nuove strade, abbandonando, seppure momentaneamente il loro sound classico.
“Dreams And Songs” è STUPENDA. Una ballata di stampo sudista, con un bel piano elettrico e la chitarra slide a supportare la dolce melodia della canzone che in breve tempo, sono sicuro, diventerà un loro classico (ai livelli di “Soulshine”).
“Sarah Surrender”, unico brano a non essere stato registrato ad Austin ma a New York nel Gennaio di quest’anno ha un sound che si discosta dal resto ed accresce l’impronta black con percussioni ed armonie vocali femminili, organo e chitarra più fluida e solare.
“Revolution Come…Revolution Go” parte con un groove di basso, un organo quasi fastidioso poi per fortuna un improvviso cambio di tempo passa ad uno shuffle, ma un ulteriore cambio porta ad una improvvisazione jazzata che proprio non riesco a digerire. Un brano non di mio gradimento anche se ben suonato.
“Burning Point” è decisamente più godibile, un brano rock blues con ospite Jimmie Vaughan ed il suo “lazy” sound texano, mentre Warren è impegnato in bordate hendrixiane su un ritmo quasi funky, sostenuto dall’organo di Louis. Finale col notevole duello tra i due manici.
“Easy Times”, ottima ballata blues con Warren supportato nuovamente dalle voci femminili che nel finale ci regala un altro grande assolo.
L’ultimo brano è l’unica cover del disco, una rivisitazione del classico blues strumentale (almeno in origine lo era) di Blind Willie Johnson “Dark Was The Night, Cold Was The Ground”, a cui Warren ha aggiunto un suo testo (processo avvenuto anche in passato col traditional “John The Revelator” presente nell’ album “Dose”) ed un sound più rock con impronta gospel tratteggiata dal piano che chiude più che positivamente il loro undicesimo disco in studio.
La versione DeLuxe comprende altri sei brani (tre inediti e tre versioni alternative di brani compresi nel disco).

Voto: ***1/2

Tracklist:

01. Stone Cold Rage – (06:00)
02. Drawn That Way – (05:17)
03. Pressure Under Fire – (05:23)
04. The Man I Want To Be – (06:21)
05. Traveling Tune – (05:17)
06. Thorns Of Life – (08:48)
07. Dreams & Songs – (06:37)
08. Sarah, Surrender – (04:11)
09. Revolution Come, Revolution Go – (08:03)
10. Burning Point – (06:51)
11. Easy Times – (06:58)
12. Dark Was The Night, Cold Was The Ground – (07:26)

In aggiunta nella DeLuxe Version:

13. What Fresh Hell – (05:47)
14. Click-Track – (04:13)
15. Outside Myself – (06:08)
16. Revolution Come, Revolution Go – Alternate Version – (08:03)
17. The Man I Want To Be – Live In Studio Version – (05:33)
18. Dark Was The Night, Cold Was The Ground – Live In Studio Version – (06:51)

North Mississippi Allstars – Prayer For Peace ( Sony Legacy, 2017)

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C’è parecchio fermento nelle uscite discografiche in questo periodo, in particolare per il genere rock blues e tra le novità mi ritrovo tra le mani anche il nuovo disco dei North Mississippi AllStars del fratelli Dickinson, uno dei gruppi più amati dal sottoscritto, fruitori di un grezzo rural blues energico ed elettrico, mescolato con suoni moderni.
Ed il loro ottavo disco in studio prosegue quella strada intrapresa circa 18 anni fa, quando poco più che ragazzini esordivano con l’album “Shake Hands with Shorty” riportando in auge il sound dei maestri del Mississippi Blues come RL Burnside, Junior Kimbrough e Fred McDowell, coadiuvati dal padre Jim Dickinson, leggenda musicale e produttore tra i più genuini e richiesti in ambito Rock Blues.
Dopo allora la strada è stata in continua discesa sino al recente “World Boogie is Coming” che ha ricevuto ottimi consensi ed un contratto con la mayor Sony, anche se il passaggio a questa label non ha cambiato nulla rispetto al recente passato e se proprio si vuole trovare un difetto nel nuovo lavoro è il costante riproporre un groove insieme pulsante, paludoso, ipnotico ma a tratti anche moderno.

“Prayer for Peace” è ancora una volta un meltin’ pot di suoni ispirati con ospiti Oteil Burbridge (Allman Brothers Band), Grahame Lesh (Midnight North) la vocalist Sharisse Norman, il bassista Dominic Davis (Jack White) e la cantante Shardé Thomas, figlia del grande Otha Turner.
Registrato in parte a Memphis con il produttore Bob Mitchell poi a Nashville, New Orleans e a New York, il disco si apre con la canzone che porta il titolo dell’album: un folk blues movimentato con Sharde Thomas ad accompagnare Luther alla voce, mentre la successiva “Need to be Free” (a firma Luther Dickinson e Junior Kimbrough) ha reminiscenze hard rock hendrixiane.
“Miss Maybelle” (R.L.Burnside) è un blues elettroacustico incalzante, col il lavoro della slide a sottolineare il classico sound delle Mississippi Hills.
“Run Red Rooster” è un altro brano originale scritto da Luther, un rock blues potente e ritmato con un riff di chitarre che gira a mille. “Stealin'” è un folk blues classico che rimanda agli Stones più paludosi mentre “Deep Ellum” è un blues infarcito di country ed un piano boogie che, complice la voce di Luther che cambia la tonalità e la slide che è ancora una volta la regina nel sound, impreziosiscono il brano rendendolo decisamente godibile.

Altro classico “Bird Without a Feather”, ancora dal repertorio di R.L. Burnside (e non posso che gioire….), è un rock blues qui riproposto in una versione dura e decisamente elettrica. Notevole.
Il classico “You Gotta Move” viene stravolto e riproposto con una ritmica sciolta e moderna, con le voci dei due fratelli e dell’ospite Danielle Nicole, mentre la slide serpeggia lungo tutta la durata del brano, sembra quasi uscita da un vecchio vinile di Ry Cooder. Altro grande brano.

“61 Highway” di Mississippi Fred McDowell ha il classico sound dei blues delle Hills, tutta ritmo umidiccio e slide scalpitante.
“Long Haired Doney” è blues pulsante, ancora tratto dal repertorio del padre putativo e grande maestro R.L. Burnside, brano elettrico ed aggressivo, una lunga jam. Grande versione.

La chiusura spetta alla gentile e cooderiana “Bid You Goodnight” carica di fervori gospel che convince sin dalle prime note. E’ un traditional che hanno rifatto tanti artisti (Grateful Dead ed Aaron Neville in primis ma mi è rimasta in mente la versione dei Little Village ascoltata anni orsono in un bootleg (supergruppo con John Hiatt, Ry Cooder, Nick Lowe e Jim Keltner formatosi all’indomani della pubblicazione del capolavoro discografico di Hiatt “Bring the Family” inciso nell’ormai lontano 1987). Uno spettacolo per le nostre orecchie.
“P4P2017” tenta di rimescolare le carte con un sound folk blues moderno ed a tratti hip hop che per fortuna non rovina il brano e cerca altre soluzioni come già capitato in album precedenti.
I fratelli Dickinson sono vivi e il loro blues è una ragione di vita.

Voto: ****

Tracklist:

01. Prayer For Peace
02. Need To Be Free
03. Miss Maybelle
04. Run Red Rooster
05. Stealin
06. Deep Ellum
07. Bird Without A Feather
08. You Got To Move
09. 61 Highway
10. Long Haired Doney
11. Bid You Goodnight
12. P4P (Remix)

Heath Green and The Makeshifters – Heath Green and The Makeshifters (Alive Records, 2017)

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Heath Green and the Makeshifters sono un quartetto dell’Alabama che flirta con i suoni blues, guidati da una voce rauca dedita al soul e dalle chitarre che suonano un rock di chiara matrice sudista. Questo esordio mette subito tutti d’accordo, col sound r&b robusto mischiato da giuste dosi di boogie, a volte sembra di sentire i grandi Black Crowes dei fratelli Robinson. Qui però non c’è ombra di psichedelia, semmai i brani sono secchi e diretti, ideali per chi cerca il sound del Deep South: un meltin’ pot di blues, rock, boogie, soul, southern rock ed accenni gospel. Oltre al leader Heath Green voce e piano ci sono Jason Lucia alla batteria, Jody Nelson alle chitarre e Greg Slamen al basso.
“Out on the City” è un brano dove il pathos iniziale viene subito infranto dalle chitarre rock blues, rafforzato da un assolo di armonica nel finale.

“Secret Sisters” è southern rock stile Black Crowes (è impressionante l’ affinità vocale tra Heath Green e Chris Robinson). “Ain’t Got God” ha le chitarre che suonano southern ma il cantato è soul/ blues, con il tappeto sonoro del piano che ingentilisce il suond potente della band; “Hold on Me” gronda sudore ed umidità southern rock mentre “Ain’t that a Shame” è un ottimo esempio di soul sudista di scuola Muscle Shoals e si può avvicinare a gruppi come J.J. Grey and Mofro,
“Livin’ On The Good Side” è uno splendido brano hard blues che non può non far venire in mente gli Humble Pie; la seguente “Took Off My Head” è più hard ma c’è pure un’impronta voodoo con i cori (e le chitarre) infernali che sembrano giungere dalle paludi del grande fiume,”I’m A Fool” è un lentaccio che smorza un poco i toni e rilassa come una tisana di ganja, mentre “Ain’t Ever Be My Babe” è ancora southern rock meets boogie denso di riff stile ZZ Top degli esordi e comunque molto seventies. Chiude “Sad Eyes Friend” un brano d’atmosfera che sotto cova incursioni decisamente rock, con i tamburi ed una chitarra southern che “disturba” spesso il cantato di Green, coadiuvato da interventi di armonica.
Disco decisamente valido, che mi terrà compagnia a lungo, sicuramente per tutta l’ estate.

Voto: ***1/2

Tracklist:

01. Out to the City
02. Secret Sisters
03. Ain’t Got God
04. Hold on Me
05. Ain’t It a Shame
06. Living on the good Side
07. Took Off My Head
08. I’M A Fool
09. Ain’t Ever Be My Baby
10. Sad Eyed Friend

The Magpie Salute – The Magpie Salute (Eagle/ Universal Rec.,2017)

The Magpie Salute

Con sorpresa ho scoperto che questo gruppo è composto in gran parte da ex membri dei grandi Black Crowes. Il gruppo è oramai inattivo da circa due anni ed i due leader, i fratelli Robinson hanno scelto strade soliste: Chris ha i suoi fidi Brotherhood, mentre Rich, seppure in precedenza abbia registrato dischi a suo nome, non ha una band in pianta stabile quindi ha deciso di utilizzare musicisti di alto livello ex Black Crowes come l’ottimo chitarrista Marc Ford, il bassista Sven Pipien ed Eddie Harsh tastierista che è morto subito dopo aver terminato le registrazioni di questo album (il disco è dedicato a lui), il batterista Joe Magistro ed il chitarrista Nico Bereciartua e Matt Slocum. Chris inoltre si fa spesso sostituire alla voce solista da John Hogg (ex Hookah Brown) mente alle backgroung vocals ci sono Charity White (ex back up singer dei Black Crowes), Katrine Ottosen ed Adrian Reju.

Il disco comincia con l’hard rock di “Omission” unico brano inciso in studio risulta nella norma, anzi al sottoscritto è pure un poco ostico. Ma la situazione migliora decisamente con il brano successivo “Coming Home” (il resto del disco è stato inciso ai Applehead recording studios di Woodstock, con la presenza del pubblico, seppure poco numeroso) estrapolato dal songbook di Delaney & Bonnie, elettrica e godibile, con le chitarre il piano e l’organo che si rincorrono accompagnati dalle voci coriste. Un brano che lascia trasparire un forte sapore southern blues sapientemente jammato dalla band.
“What is Home” è preso dal repertorio dei Corvi Neri e, seppure ben suonato, aggiunge poco o nulla alla proposta originale, mentre “Wiser Time” è una bella rilettura di un brano famoso dei Black Crowes, con la parte centrale jammata e strumentale.”Going Down South” scritta da jazzista Bobby Hutcherson viene riproposta con una lunga jam strumentale coinvolgente che esprime la bravura di ogni singolo componente della band.”War Drums” è tratta dal repertorio dei War e non è affatto male con una lunga jam strumentale che dura più di nove minuti, ma uno degli apici del disco è senz’altro la rilettura di “Ain’t No More Cane (On The Brazos)” il traditional ripreso un poco da tutti i grandi artisti degli States da The Band ai Gov’t Mule sino a Lyle Lovett. Qui l’impronta è di The Band (e non solo perchè è registrata in quel di Woodstock)ed è una gioia per le nostre orecchie ascoltare un brano di simile portata.
“Fearless” dei Pink Floyd è rimaneggiata alla loro maniera e ne esce un bel brano che non si discosta troppo dal resto. “Glad and Sorry” è stata resa famosa dai Faces di Rod Stewart, grande gioco di organo piano e chitarre, poi entrano le voci che si intersecano tra loro e ne esce un’ottima e piacevole resa sonora.
Finale in grande spolvero con la bellissima “Time Will Tell” di Bob Marley (già ripresa in passato dai Black Crowes)che ci conferma la solidità di una band dal notevole potenziale che in futuro potrà, se vorranno, regalarci grandi cose.

Voto: ***1/2

Tracklist:

1 Omission
2 Comin’ Home
3 What Is Home
4 Wiser Time
5 Goin’ Down South
6 War Drums
7 Ain’t No More Cane
8 Fearless
9 Glad And Sorry
10 Time Will Tell

Don Winslow – Corruzione (Einaudi Ed., 2017)

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In uscita il 20 Giugno 2017
Collana: Einaudi. Stile libero big

Il nuovo romanzo di Don Winslow non è ancora uscito ma si parla già del suo adattamento cinematografico prodotto dalla 2oth Century Fox.
Il regista James Mangold (Logan, Copland) è in trattative per sviluppare e dirigere la pellicola, i cui diritti sono stati acquistati lo scorso autunno dalla Fox con un assegno da 7 cifre.
Mike Fleming Jr di Deadline paragona il libro a un grande film di Sidney Lumet. Stephen King in un twitter lo scorso Febbraio ha tessuto le lodi del libro di Winslow:

Stephen King ✔ @StephenKing
Don Winslow’s THE FORCE (coming in June) is mesmerizing, a triumph. Think THE GODFATHER, only with cops. It’s that good.
1:58 AM – 24 Feb 2017

Il romanzo (in uscita in contemporanea negli U.S.A. col titolo di The Force”) racconta la storia di un detective corrotto nell’unità d’élite del NYPD. Il sergente Denny Malone è obbligato a scegliere tra la sua famiglia, i suoi colleghi e la sua vita. Per interrompere le crescenti tensioni razziali sul punto di esplodere, della città , deve conciliare il guardiano idealista che crede ancora di essere con il poliziotto corrotto che è diventato. Si ritrova attaccato da tutti i lati: le bande della droga di Harlem, la mafia con cui ha dei rapporti, il fratello poliziotto che sta per distruggere, l’ufficio del sindaco che teme quello che sa e chi può implicare, gli implacabili investigatori federali che vogliono metterlo dietro le sbarre, ma soprattutto, i suoi demoni.
Il film The Force sarà prodotto dalla Scott Free di Ridley Scott, dalla The Story Factory di Shane Salerno e da Kevin Walsh.
Ricordiamo che Ridley Scott ha intenzione di dirigere The Cartel, basato sempre su un libro di Winslow.

Trama:

Corruzione è il nuovo capolavoro di Don Winslow. Un romanzo imprescindibile su New York e sull’ America di oggi. Potevi aspettarti che finisse in galera chiunque. Il sindaco, il presidente degli Stati Uniti, persino il papa. Chiunque, ma non il poliziotto eroe, il detective Danny Malone – La Manhattan North Special Force, detta «The Force», imperversava sulle strade di Harlem come un vento gelido e violento che spazzava via ogni immondizia. Ma ora che Malone è finito in galera, quel vento non soffia piú. Malone e i suoi erano i piú svegli, i piú cazzuti, i piú veloci. Quelli che tenevano a bada «la giungla» e che a Natale, di tasca propria, regalavano il tacchino ai poveri. Negli anni Malone era riuscito a stipulare accordi con la mafia di Harlem e quella italiana per la gestione del «suo» territorio. Ad Harlem era di- ventato una specie di intoccabile, ma anche un sorvegliato a vista.
E quando nel piú grande sequestro di droga mai fatto a New York qualcosa è andato storto, «la sua città, la sua zolla, il suo cuore» lo hanno tradito.
All’ improvviso tutto gli si è rivoltato contro: le gang di spacciatori, la mafia, i colleghi della centrale, il sindaco, l’Fbi. Persino i suoi stessi demoni.

Winslow non smette mai di stupire, per noi drogati di letture crime, thriller e noir
è una grande fortuna ed ogni sua pubblicazione una garanzia.
Non vedo l’ora di leggerlo.

Little Steven – Soulfire ( Universal Rec. , 2017)

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Una serie di fortunati eventi (determinante un invito ad un concerto a Londra lo scorso autunno) hanno portato Little Steven a riunire i Disciples of Soul e da qui l’idea vincente di incidere un nuovo album a distanza di ben diciotto anni dal precedente “Born again savage” datato 1999, dal sound roccioso e garage rock e che non aveva certo gratificato il sottoscritto.
Con “Soulfire” ritroviamo, con estremo piacere, l’ Asbury Sound grondante r&b e soul carico di fiati e chitarre rock’n’roll, con una raccolta di canzoni già conosciute ma riarrangiate per l’occasione, dandogli una rinfrescata ed una nuova veste sonora.

La maggior parte di questi brani sono stati scritti da Little Steven negli anni settanta, alcuni per riempire gli album del leone del Jersey Southside Johnny,
come la bellissima “I don’t wanna go home” pubblicata per la prima volta nel 1976. Inotre brani come “I’m coming back”, “Some things just don’t change” e “Love on the wrong side of town”(scritta da Little Steven a quattro mani con Bruce Springsteen), sempre per l’amico Southside Johnny. In aggiunta, da segnalare anche “Standing in the line of fire”, canzone che fu scritta assieme a Gary U.S. Bonds e Laurie Anderson, incisa nel 1984 per l’ album dallo stesso titolo, seguito dei ben più riusciti “Dedication” ed “on The Line”.
Tra le cover qui presenti citiamo “Down and out in New York City”, incisa nel 1973 da James Brown, bollente rivisitazione soul e funk di una colonna sonora blaxploitation e “Blues is my business” brano rock blues d’impatto, anche se un po troppo convenzionale, inciso da Etta James nel 2003. Oppure ancora il dolce doo-wop di “The city Weeps Tonight” dove a deliziare sono i cori dei Persuasions, gruppo ” a cappella” proveniente da Brooklyn.

Steven Lento aka Van Zand, in questi anni non è stato certo con le mani in mano ma ha assunto egregiamente il ruolo di comprimario nella E-Street Band di Bruce Springsteen oltre che da attore nelle serie televisive “I Soprano” e “Lilyhammer”, come talent scout e produttore discografico ed infine DJ nello show radiofonico Underground Garage, da anni trasmesso da più di cinquanta stazioni radio in tutto il mondo. Little Steven durante la realizzazione di “Soulfire” si è divertito a tal punto da promettere che d’ora in avanti non attenderà così a lungo per un nuovo lavoro e per la sua carriera solista. C’è da crederci, in quanto il divertimento è facilmente percepibile ascoltando il disco, ma suppongo sarà un vero impegno per “Miami” Steve mettere insieme una serie di brani di questo livello (non compare neppure un brano nuovo, ma è anche vero che l’album è stato inciso nei mesi scorsi senza averlo pianificato in precedenza).
Soulfire suona come un disco pieno energia e divertimento, costruito con mestiere ma con sentimento.

Voto: ***1/2

TRACKLIST:

01. “Soulfire”
02. “I’m Coming Back”
(incisa originariamente da Southside Johnny and The Asbury Jukes’ nel disco del 1991 “Better Days”)
03. “The Blues Is My Business”
(cover scritta da Kevin Bowe and Todd Cerney, registrata da Etta James nel 2003)
04. “I Saw The Light”
05. “Some Things Just Don’t Change”
(incisa da Southside Johnny and The Asbury Jukes’ per il disco del 1977 “This Time It’s For Real”)
06. “Love On The Wrong Side of Town”
(scritta da Little Steven e Bruce Springsteen ed incisa da Southside Johnny and The Asbury Jukes’ per il disco del 1977 “This Time It’s For Real”)
07. “The City Weeps Tonight”
08. “Down and Out in New York City”
(cover scritta da Bodie Chandler/Barry De Vorzon; registrata da James Brown per la colonna sonora del film “Black Caesar” del 1973);
09. “Standing in the Line of Fire”
(Stevie Van Zand/ Gary U.S. Bonds/L. Anderson registrato da Gary U.S. Bonds’ per il disco “Standing in the Line Of Fire” del 1984);
10. “Saint Valentine’s Day”
(The Cocktail Slippers – Saint Valentine’s Day Massacre” del 2003)
11. I Don’t Want To Go Home”
(incisa da Southside Johnny and The Asbury Jukes’ per l’album di debutto, uscito nel 1976 “I Don’t Want to Go Home”)
12. “Ride The Night Away”
(Stevie Van Zand/Steve Jordan ed incisa da Jimmy Barnes nell’album “For The Working Class Man”, in seguito incisa anche da Southside Johnny and The Asbury Jukes per l’album “Better Days”).

John Moreland – Big Bad Luv ( 4AD Record. , 2017)

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Big Bad Luv, album dalla lunga gestazione (è stato registrato in quasi undici mesi a Little Rock, Arkansas, con un gruppo di musicisti di Tulsa, città natale di Moreland, con le registrazioni intervallate a gite turistiche e tempo dedicato alla propria vita quotidiana) arriva dopo due album introspettivi (anche se il suo esordio risale al 2008 con l’album rock “Endless Oklahoma Sky” inciso con la Black Gold Band) che mettevano in risalto i demoni interiori di questo artista dell’ Oklahoma, un ragazzone buono d’animo e dalla stazza enorme che ora si rifà vivo con una serie di brani che sanno di heartland rock, che narrano di vita quotidiana con i suoi problemi legati all’amore, alla fede, ai propri luoghi ed alla famiglia.
Big Bad Luv è stato mixato da Tchad Blake (che in passato ha lavorato con artisti del livello di Al Green, Los Lobos e Tom Waits) e rappresenta un approccio a melodie più briose, il ritorno ad un sound più rock ma anche di ballate romantiche. Importante è stato il supporto di una band per le registrazioni del disco: con le chitarre di John Calvin Abney, il dobro di Jared Tyler ed in particolare piano ed organo di Rick Steff (preso in prestito dalla band di Memphis del leader Ben Nichols, i Lucero) nonostante la lunga gestazione, in realtà le registrazioni sono state brevi ed istintive, da buona la prima.

Il primo singolo “It Don’t Suit Me (Like Before)” è già una dichiarazione d’intenti con chitarre in abbondanza, complice un refrain di sicura presa.
“Sallisaw Blue” è puro spirito country blues da festa nel “back porch”, con accenni rock’n’roll del piano ed un assolo di armonica nel finale. “Old Wounds” è una bella ballata roots cantautorale supportata da una chitarra acustica, una slide ed una batteria che scandisce il tempo.
In apertura, nella successiva “Every kind of wrong”, emerge lo stile fingerpicking di John nel suonare l’acustica, poi entra il gruppo ed il brano si trasforma, complice l’ottimo lavoro della slide e del pianoforte.
Ancora il pianoforte grande protagonista nella ballata “Love Is Not An Answer”, è uno dei momenti più alti del disco, mentre la successiva “Lies I Chose to Believe” è malinconica e mi ricorda alcuni brani di Michael McDermott oppure lo Springsteen più intimista. “Amen, So It Be” è puro heartland rock, “No Glory In Regret” è solo voce e chitarra ma per nulla tediosa, mentre la successiva “Ain’t We Gold” vira al rock’n’blues, confermando una grande duttilità nei suoni e nella voce di John.

“Slow Down Easy” percorre ancora territori blues ma bagnati dal soul del sud degli States, aiutato dalle voci femminili, dal pianoforte (grande protagonista del disco) e dalla slide che serpeggia lungo tutto il brano, malinconico e profondo, una sorta di preghiera che cerca invano il perdono.
Chiude il disco “Latchkey Kid” altro episodio acustico che mi porta ad accostarlo ancora una volta a Michael McDermott, grande esponente di una generazione perduta di cantautori a stelle e strisce.
La voce leggermente roca e suadente di Moreland, l’attaccamento alla cultura americana, lo scrivere storie che diventano dei racconti, lo fanno emergere dall’underground musicale dove era confinato sino al lavoro precedente, quel “High on Tulsa Heat” del 2015, che il sottoscritto, tuttavia aveva apprezzato, e molto.

Voto: ****

Tracklist:

1. “Sallisaw Blue”
2. “Old Wounds”
3. “Every Kind of Wrong”
4. “Love Is Not an Answer”
5. “Lies I Chose to Believe”
6. “Amen, So Be It”
7. “No Glory in Regret”
8. “Ain’t We Gold”
9. “Slow Down Easy”
10. “It Don’t Suit Me (Like Before)”
11. “Latchkey Kid”