Remembering Willy De Ville (Aug. 25th, 1950 – Aug. 06th 2009)

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Dieci anni senza Willy ……

Spendere altre parole direi che è inutile, per chi come me l’ ha conosciuto ed amato rimangono i ricordi dei numerosi concerti ai quali abbiamo assistito e le sue splendide canzoni che sono ancora una costante nella mia quotidianità.

Rest in peace.

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Tim Bluhm – Sorta Surviving (Blue Rose Music, 2019)

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Già leader dei The Mother Hips, band di San Francisco, Tim Bluhm si ripresenta con un nuovo disco solista dopo un ultimo periodo di vita molto travagliato (il divorzio dalla moglie, la cantante Nicki Blum, avvenuto nel 2015 e poi un grave incidente stradale che l’ha costretto a numerosi interventi chirurgici dai quali ne è finalmente uscito solo recentemente), “Sorta Surviving” è un disco di country classico, forse influenzato dal luogo dove l’ha registrato, il Cash Cabin Studio di Johnny Cash, ora passato al figlio John Carter Cash, tuttavia Tim non ha mai fatto mistero di essere un appassionato di questo genere musicale, infatti si è circondato da musicisti ben “collaudati” come Dave Roe (per un lungo periodo è stato bassista nella band di Johnny Cash), i chitarristi Jack Pearson e Jesse Aycock , poi Jason Crosby al piano sino ad Elizabeth Cook e Harry Stinson (Steve Earle e Marty Stuart) alle backing vocals.

Sorta Surviving è un disco ben suonato e piacevole da ascoltare sin dal brano posto in apertura “Jesus Save A Singer” un country classico in odore di gospel con i cori in sottofondo, guidato dal piano di Crosby.

La successiva “No Way To Steer” è splendida: una country song accompagnata da una steel guitar e dal piano a supporto della bella voce di Tim.
“Jimmy West” è una ballata in stile western mentre la successiva “Where I Parked My Mind” è un bel honky-tonk.
“Raining Gravel” è un brano lento con forti richiami agli anni settanta, come del resto la title track “Sorta Surviving” sostenuta da una gradevole melodia ha il sapore del country rock californiano di quegli anni, mentre la successiva “Del Rio Dan” è un brano rock sostenuto da una bella chitarra elettrica, accompagnato da piano, organo e cori ha accenti sudisti.
“I Still Miss Someone” è una piacevole rilettura del brano di Johnny Cash ( un omaggio dovuto, visto il luogo in cui ha inciso il disco)

la successiva “Squeaky Wheel” è un bluegrass veloce e ritmato che anticipa la chiusura del disco con una lenta ed appassionata cover di “Kern River” un brano del grande Merle Haggard.
Un disco di classico country cantautorale di grande qualità e spessore.

Voto: ***1/2

Tracklist:

1 Jesus Save A Singer 3:08
2 No Way To Steer 3:11
3 Jimmy West 3:44
4 Where I Parked My Mind 3:28
5 Raining Gravel 3:46
6 Sorta Surviving 3:15
7 Del Rio Dan 4:24
8 I Still Miss Someone 3:15
9 Squeaky Wheel 3:55
10 Kern River 3:05

Bruce Springsteen – Western Stars (Sony / Columbia Rec., 2019)

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Mai giudicare un disco dai singoli che lo hanno preceduto. E’ ciò che mi sono detto quando rimettevo da capo per l’ennesima volta il nuovo “Western Stars” quanto mai discusso, ora criticato, esaltato o addirittura stroncato.
Strana gente gli Springsteeniani (non temete, ci sono pure io nel mucchio).
A mio modesto parere e dopo circa un trentina di ascolti quasi ininterrotti sinora (in auto per andare al lavoro e ritorno, in cuffietta al parco oppure in casa, solo, di notte ed al buio, come conviene per dischi come questo) risulta un disco bello, in alcuni casi addirittura decisamente bello, intenso e con un Bruce in piena forma, sia come songwriter che come musicista.

Domina una musica a tratti quasi cinematografica che comunque rimane ancorata agli stilemi pop rock dai quali lo stesso Bruce ci aveva anticipato prendere spunto, quindi gli arrangiamenti orchestrali sono parte della musica proposta ma direi che non sono certo invadenti come mi aspettavo o come si era paventato
(a parte ” There Goes My miracle”, che a mio avviso rimane l’episodio più debole dell’intero disco, ma che tuttavia nel complesso si lascia ascoltare), il tutto arricchito da testi con trame quasi western e cantati da Bruce con voce convinta e convincente.

Bruce e Ron Aniello, oltre che essere i produttori, si occupano della maggior parte degli strumenti (chitarre, banjo, basso, piano, celeste, mellotron, organo, percussioni, vibrafono e glockenspiel) ai quali si aggiungono Charlie Giordano al piano e fisarmonica; Gunnar Olsen, Jon Brion e Matt Chamberlain si alternano alla batteria; Greg Leisz, Marty Rifkin e Marc Muller alle Pedal Steel Guitars; Lenny Castro alle percussioni e congas, l’ex E-Streeter David Sancious al piano (in “The Wayfarer”)ed organo [in “Drive Fast(The Stuntman)”], sino a Patti Scialfa, Cindy Mizelle, Curtis King, Michelle Moore e Soozie Tyrell alle backing vocals. Ai quali vanno aggiunti i credits degli orchestrali e dei fiati (tra i quali segnalo la presenza di Ed Manion al Sax) per un totale complessivo di circa cinquanta musicisti coinvolti nelle sessions. Non male per un disco “solista”.

“Hitch Hikin’” apre l’album in maniera più che dignitosa, Bruce canta la melodia con voce limpida e rilassata, circondato da strumenti a corda, chitarre acustiche e banjo: dopo circa un minuto entra l’orchestra, ma con discrezione, ed il brano cresce poi si inserisce il pianoforte che contribuisce ad aumentarne la tensione emotiva.
“The Wayfarer” ha una struttura melodica simile al brano precedente ma il cantato di Bruce è meno immediato, la strumentazione si arricchisce ed entrano pianoforte ed archi e ne diventano i protagonisti, quasi fosse una sorta di “score movie” e nel finale si aggiungono backing vocals ed organo, che completano un altro bel brano.
“Tucson Train” è più rock, con la voce ben impostata del Boss, cominciano gli archi ma presto intervengono le chitarre elettriche e qui il sound rimanda in parte al disco The Rising.

La title track “Western Star” è una ballata densa di atmosfere country & western con una pedal steel in sottofondo che sembra estrapolata dalla colonna sonora di un film, magari con protagonista John Wayne (che Bruce cita nel testo), il cantato si fa più confidenziale, poi però il brano cresce d’intensità ed entrano archi e sezione ritmica a consegnarci un altro ottimo brano.
La successiva “Sleepy Joe’s Café” è un brano rock arioso e solare, orecchiabile e molto coinvolgente, merito anche per l’ intervento dell’ accordion e del violino la melodia si sposta verso un sound mexican/cajun e diventa davvero irresistibile, una delle canzoni più spassose ascoltate quest’anno dal sottoscritto.

“Drive Fast (The Stuntman)” si apre col piano e la chitarra a supporto della voce di Bruce poi entrano tutti gli altri strumenti, compreso gli archi ma rimangono in disparte, ed il sound rimane rilassato, quasi intimistico.
Grande brano che, non chiedetemi il perchè, mi riporta alle sue vecchie canzoni di metà anni ’70.
“Chasin’ Wild Horses” è una ballata intensa e di grande impatto ma eseguita con strumentazione scarna, dove svettano su tutto una splendida steel guitar, il banjo poi subentra un intervento orchestrale che la rende quasi unica.
“Sundown”, in apertura pianoforte ed archi poi entra la sezione ritmica e la voce ben impostata di Bruce per un altro brano di grande livello, epico, ma gli arrangiamenti sopra le righe la limitano un poco: prendere o lasciare.
“Somewhere North Of Nashville” è stupenda, la linea melodica è intrigante con la sola chitarra, piano e pedal steel, peccato per la durata, meno di due minuti, ma bastano per amarla da subito.

“Stones” è una rock ballad fluida e limpida dalla strumentazione ricca e coinvolgente (altro potenziale score movie), mentre “There Goes My Miracle”, come già accennato in precedenza lo considero il brano più debole del disco, tuttavia si tratta di una pop song con una grande interpretazione vocale di Bruce,ma l’orchestra eccede anche se si tratta di un peccato veniale. E poi Bruce voleva proprio rievocare questo tipo di musica, quindi bisogna riconoscere che, piaccia o meno, è riuscito in pieno nell’intento.
“Hello Sunshine” è il primo singolo estratto ed ormai la conoscono anche le pietre, è una ballata country folk pop genuino, piacevole ed orecchiabile mentre per chiudere il disco sceglie un brano acustico di grande impatto emotivo: “Moonlight Motel” è malinconico e commovente, non mi vergogno a dire che mi ha fatto scendere le lacrime (negli ultimi due anni mi è capitato soltanto altre due volte: con un brano dei nostrani Cheap Wine e con un brano di Michael Mc Dermott).

Un disco che parte con un autostoppista e che finisce in un motel, un ritorno al “concept album”, una sorta di metafora sulla vita che durante il viaggio raccoglie una serie di storie amare, piene di solitudine, di depressione e malinconia: il filo di speranza che sembrava esserci nei protagonisti dei dischi precedenti sembra essersi perduto irrimediabilmente facendo spazio alla disillusione ed all’ amarezza di una vita ormai per molti di noi incomprensibile.
Bruce, nonostante conduca una vita da ricco e privilegiato settantenne, riesce a dar voce a questi personaggi risultando ancora una volta credibile, facendoci emozionare, ben consapevole che la sua vita è quasi giunta al tramonto.
Disco di grande spessore e grande qualità.
Promosso a pieni voti.

Voto: ****

Tracklist:

1 Hitch Hikin’ 3:38
2 The Wayfarer 4:18
3 Tucson Train 3:32
4 Western Stars 4:41
5 Sleepy Joe’s Café 3:15
6 Drive Fast (The Stuntman) 4:16
7 Chasin’ Wild Horses 5:04
8 Sundown 3:17
9 Somewhere North Of Nashville 1:53
10 Stones 4:44
11 There Goes My Miracle 4:06
12 Hello Sunshine 3:56
13 Moonlight Motel 4:18

Corrado Pelagotti – Tempo da Lupi (Fanucci Editore, 2019)

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Collana : Nero Italiano
Pagine: 336

Un ottimo romanzo d’esordio con una trama noir, che a tratti si tinge di giallo e si spinge sino al genere pulp (sebbene non ci siano situazioni particolarmente cruente), ben costruita e divertente. Ne consiglio la lettura.

Voto: ***1/2

Sinossi:

Su una campagna senese insolitamente cupa e tenebrosa, lontanissima dalle immagini iconiche e perfette da cartolina, scende una pioggia torrenziale. È un tempo da lupi, adatto ai predatori, quello in cui, nel piccolo comune di Pontebosio, si incrociano i destini di tre individui: un assassino che si muove nell’oscurità con il preciso scopo di uccidere, un rappresentante di commercio in trasferta per una convention aziendale e uno zelante agente di polizia sulle tracce di una donna scomparsa nel nulla, forse vittima dello spietato “killer del foulard di seta”. Il timore è che il delitto nella contrada senese della Giraffa e un tentato omicidio nel borgo vicino di Montalcino, abbiano gettato un’insolita ombra di terrore sulla tranquilla provincia toscana. Questi tre individui, tra loro lontanissimi, si ritrovano uniti sotto un diluvio di acqua, tra imprevisti ed equivoci inimmaginabili che li risucchieranno in un ingarbugliato groviglio difficile da districare fino a una resa dei conti finale sorprendente e inattesa.

Kenny Feidler – The Cowboy Killers ( Self Release, 2019)

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https://www.kennyfeidlermusic.com

Mi è capitato di ascoltare questo artista per caso e subito mi sono sentito in sintonia dopo aver ascoltato il suo ultimo disco. Kenny Feidler è cresciuto a Baltimora, nel Maryland. Appassionato della musica di Chris Ledoux, ha iniziato a cavalcare e partecipare ai rodei e si è trasferito nell’Oklahoma occidentale. Lungo la strada ha iniziato a scrivere canzoni per celebrare i cowboy dei rodei e con le registrazioni fatte in casa e poi vendute sul retro di una Cadillac a fine giornata, Feidler si è creato col tempo un fan-base solo tramite il passaparola che poi si è amplificato con i social media e le piattaforme digitali. Artista indipendente, ha una sua band che comprende Clade Schuelke (Chitarra) Scott Sweet (batteria) e Mike Hernandez (Basso), con il loro ultimo album “The Cowboy Killers” si sono trasformati in una autentica rock band solo venato di alt-country.
La voce è particolare, il suono è tosto e chitarristico, sin dall’iniziale “Rambling Ways”, un incrocio tra outlaw country e southern rock, voce rauca e potente ti danno la benedizione.

“Runaway” è più introspettiva, un bel brano roots rock che si ricollega in parte con quanto prodotto prima di questo disco, che è decisamente più virato al rock, “Cosmic Cowboy” ballata notturna ai margini del confine che poi si trasforma in un brano rock blues trascinante, sino alla deliziosa “Cowboy Killers” immersa nella provincia americana con i sussulti elettrici degni di un brano di heartland rock. Nel mezzo “Miles City” acustica ed intimistica, quasi malinconica.
“Bronc Fighter Blues” è un bel roots rock orecchiabile mentre “No Cars” è un grazioso brano arioso e di stampo classico contrappuntato da un’armonica, ma la successiva “Put Em in the Ground” è qualcosa che non ti aspetti e si raggiunge l’apice del disco: la voce aspra di Kenny unita ad improvvisi e taglienti assoli di chitarra ti ridanno la forza di proseguire nella tua misera quotidianità.

La chiusura è affidata ad un altro brano di ottimo livello: “Pale Horse Reprise”
è rock con gli attributi, le chitarre infilano rasoiate potenti a supporto della voce rauca di Kenny. Artista che ha saputo evolversi ed al quale auguro piena visibilità.

Voto: ***1/2

Tracklist:

1. Rambling Ways
2. Runaway
3. Cowboy Killers
4. Miles City
5. Cosmic Cowboy
6. Bronc Fighter Blues
7. No Cars
8. Put Em in the Ground
9. Pale Horse Reprise

Attica Locke – Texas Blues (Bompiani Ed., 2019) – Anteprima

Texas Blues

Pagine: 356
Editore: Bompiani
Collana: Letteraria straniera
Traduzione: A,Padoan
Pubblicazione 26 Giugno 2019

Di solito le storie del sud sono così: una donna bianca viene uccisa o subisce un’aggressione, reale o immaginaria, e subito dopo, come la notte segue il giorno, un uomo nero muore. Ma quando si tratta di legge e ordine il Texas orientale ha regole tutte sue: lo sa fin troppo bene Darren Mathews, un Texas Ranger di colore che lavora tra le cittadine sparse lungo la Highway 59. Logorato da un misto di amore e odio per la sua terra, Darren è stato il primo della famiglia ad allontanarsi dal Texas, ha cercato di costruirsi una vita altrove. Finché il dovere l’ha richiamato a casa. Quando la fedeltà verso il proprio sangue rischia di rovinargli per sempre la carriera gli viene assegnato un caso anomalo a Lark, una manciata di case a ridosso delle paludi. Da quelle acque stagnanti sono emersi due corpi: un avvocato di colore di Chicago, e tre giorni dopo una donna bianca del posto. A Darren l’impresa di risolvere il caso prima che il magma di odio che scorre sotto la cittadina erutti e spazzi via tutto.