Greta Van Fleet – Anthem Of The Peaceful Army (Republic/Universal, 2018)

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Provenienti dal Michigan, landa che ha forgiato artisti del calibro di Bob Seger, Iggy Pop e Ted Nugent, i giovani Greta Van Fleet (nome preso in prestito da una loro vicina di casa) hanno diviso pubblico e critica, i cui detrattori sono in particolare coloro che pensano di essere dei veri appassionati di musica,con i loro cinquant’anni suonati persi a ricordare i fasti del rock passato, definendoli in maniera semplicistica dei veri e propri cloni dei Led Zeppelin, dimenticando che per esempio i Rolling Stones agli esordi scimmiottavano i grandi bluesmen afroamericani, pubblicando pure cover delle loro canzoni oppure i Beatles degli inizi puntavano tutto sul rock’n’roll di Buddy Holly, Chuck Berry ed Eddie Cochran.

Il quartetto di Frankenmuth, formato dai tre fratelli Josh, Jacob e Samuel Kiszka (voce solista, chitarra e basso,tastiere) e dall’amico batterista Danny Wagner, è giunto alla notorietà lo scorso anno con “From The Fires” un EP di otto canzoni che riprendeva a sua volta quattro brani da un precedente EP “Black Smoke Rising” ed aggiungendo quattro nuovi brani,impressionando per la loro grinta malgrado la giovane età e considerandoli “the next big thing” nonostante la grande somiglianza con gli Zep, sia per la voce di Josh, molto simile a quella di Robert Plant, ma anche per il loro sound.
Senza dubbio posseggono un’ottima tecnica ed arrivano al primo traguardo pubblicando il loro primo disco intitolato “Anthem Of The Peaceful Army” anche se presumo non cambierà affatto la situazione, ovvero i fans saranno contenti per queste giovani promesse mentre i detrattori avranno un motivo in più per criticarli ed accostarli ancora una volta ai Led Zeppelin.
Ma passiamo ad esaminare le canzoni che compongono il disco, che apre con il brano “Age Of Man” che ha una gradevole parte iniziale di organo e voce, poi entra la solida sezione ritmica e diventa una bella ballata rock di stampo molto classico ma anche suonata con personalità.

“The Cold Wind” dedicata al freddo vento del Michigan, invece risente del famoso sound dei Zeppelin come pure il cantato di Josh ricorda molto Robert Plant ma io dico chissenefrega, è un piacere ascoltare questa musica prodotta da quattro ragazzi poco più che ventenni che propongono del rock tosto e ben suonato.
“When The Curtain Falls” prosegue nell’intento di riportare in auge il rock del grande gruppo inglese e comunque il gruppo è molto bravo, ci vogliono gli attributi per suonare in questa maniera: ascoltate in questo brano la chitarra di Jake, la batteria e la voce di Josh.
“Watching Over” ha il sapore di una ballata ma è suonata decisamente hard rock con due begli assoli di chitarra, mentre la successiva “Lover, Leaver” sembra proprio un brano inedito di Plant e soci, un hard rock anni settanta cantato e suonato veramente bene: decidete voi che pensare, io ho già deciso e vado avanti. “You’re The One” è una bellissima ballata rock seventies westcoastiana con i cori ed un organo in sottofondo è molto orecchiabile e decisamente più personale. “The New Day” ha un sound che rimanda ancora alla California anni ’70 ed il brano ha una struttura acustica anche se suonata come sempre col piglio robusto del gruppo ma risulta fresca e piacevole, con un bell’assolo di chitarra e la voce di Josh che si fa ancor più espressiva.
“Mountain Of The Sun” è un hard rock ma l’inserimento della slide arricchisce ulteriormente il loro sound già corposo con venature blues ed il risultato è eccellente.
“Brave New World” è un altro hard rock tosto e spigoloso e non è tra i miei preferiti mentre la successiva “Anthem” è un brano che nasce voce e chitarra acustica ma gradualmente si arricchisce degli strumenti di tutta la band rimanendo comunque una ballata suonata in maniera più delicata rispetto al sound del disco.

Sono un cinquantenne che ha la presunzione di conoscere un poco la musica (dopo circa 35 anni di tempo e soldi spesi per questa passione direi che posso permettermelo…) ma proprio per questo motivo non posso definirmi un loro detrattore (anche se non mi definisco neppure un loro fan) ma loro sono veramente bravi e penso che dovremo dargli tempo ed attendere i prossimi dischi per valutare meglio le loro intenzioni. Nel frattempo posso solo suggerirvi di godervi questo disco senza troppi pensieri e senza confronti.

Voto: ***1/2

Tracklist:

1 Age of Man 6:06
2 The Cold Wind 3:16
3 When the Curtain Falls 3:42
4 Watching Over 4:28
5 Lover, Leaver (Taker, Believer) 6:01
6 You’re the One 4:25
7 The New Day 3:44
8 Mountain of the Sun 4:30
9 Brave New World 5:00
10 Anthem 4:41

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Hill Country Revue – H.C.R. III (Diamond D Records, 2018)

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Nel 2008 Cody Dickinson e Chris Chew dei North Mississippi Allstars insieme a un gruppo di amici musicisti come Kirk Smithhart (chitarra), David Mason (batteria), Doc Samba (basso) e “Dixie” Dan Coburn (voce, armonica) formano la band Hill Country Revue, produttori di un rock blues duro e spigoloso che a distanza di tempo, sembra ancora ribollire di energia a sentire questo nuovo disco, ma inseriscono massicce connotazioni funky e non sempre tutto funziona come dovrebbe.

“Intro in D” è un rock blues pigro e sudista con una chitarra grezza e un’armonica che si insinua prepotente, con un’ attitudine funky. Uno strumentale breve ma potente con un buon lavoro di chitarra.
La band propone la sua grande energia nella seguente “Feel It” in cui spiccano su tutto il suono della chitarra e l’armonica, con un approccio tipicamente funky. Le chitarre vengono spianate in “We don’t Care” brano rock di grana grossa che mescola il blues delle Mississippi Hills con il Southern Rock.
Il funky torna nello shuffle “Feeling The Blues” che avanza pigro e dal ritmo ipnotico.
In “Backroad” la band si rilassa un poco con una ballata soulful dal buon impianto sonoro con i cori gospel, mentre il basso continua imperterrito a scandire un groove funky, aiutato per l’occasione anche da un organo.

“I play the Blues” è un blues lancinante con la chitarra e l’armonica sugli scudi, e la sezione ritmica che non sbaglia un colpo.
La musica di questa band viene assimilata prima attraverso il corpo, istintiva e grezza passa nel basso ventre e poi arriva al cuore ed all’ anima.

“Gave me the Blues” ripropone un southern rock blues infarcito di sonorità funkeggianti, mentre si congiungono l’ armonica e le melodie ipnotiche di “Nightmare Riding my Back” ma qualcosa sembra non andsre per il verso giusto.
Nel finale troviamo “We don’t Stop”, languido funky rock con accenni soul che in versione live potrebbe durare all’infinito e fare da base per una lunga jam session e “It’s going Down”, brano che occhieggia al Prince anni ’90.
Per chi si accontenta di rock blues e funky senza molte pretese.
Ma, sinceramente, da uno della famiglia Dickinson pretendiamo di più.
Rimandato.

Voto: **1/2

Tracklist:

01. Intro In D
02. Feel It
03. We Don’t Care
04. Feeling The Blues
05. Backroad
06. I Play The Blues
07. Gave Me The Blues
08. Nightmare Riding My Back
09. We Don’t Stop
10. It’s Going Down

Tony Joe White – Bad Mouthin’ (Yep Roc Rec., 2018)

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Il settantacinquenne Tony Joe White ha ancora voglia di mettersi in gioco nonostante abbia superato i cinquant’anni di carriera con il suo personale quanto scheletrico blues votato al boogie malsano delle paludi della Louisiana, sua terra natale. La sua voce, pur non essendo mai stata particolarmente espressiva ma unica e profonda, ora risente dell’età avanzata e diventa ancor più cupa e tesa ma forse meglio si adatta a questi blues scarni e con la strumentazione ridotta all’osso (voce, acustica, armonica e poco altro).
“Bad Mouthin'” che apre il disco è un brano scritto da White nel 1966 e mai pubblicato sinora, è un blues classico, essenziale e diretto con la presenza della sezione ritmica e dell’armonica. “Baby Please Don’t Go” è la prima cover presente nel disco (Big Joe Williams, ma interpretata da moltissimi artisti) e suppongo la conosca chiunque; viene riproposta solo voce, armonica e battito del piede per tenere il tempo come la successiva “Cool Town Woman”, acustica, scarna ed anacronistica ma piena di fascino e di forza espressiva.
In “Boom Boom” di J. L. Hooker viene aggiunta la batteria e la Fender del ’65 del protagonista ed il brano diventa più rock e ricorda la famosa versione dell’autore. “Sundown Blues” è lenta, con l’armonica che squarcia la notte.
“Bad Dreams” è un altro omaggio al boogie acustico di John Lee Hooker della durata di meno di un minuto mentre “Down The Dirt Road Blues” è elettrica, mi ero quasi abituato all’ ambientazione intimistica dei brani precedenti, mentre qui il ritmo della batteria incalza, e lo fa con una canzone di Charlie Patton.
Altre canzoni si susseguono, come “Big Boss Man” di Jimmy Reed, “Rich Woman Blues”, “Awful Dreams” di Lightnin’ Hopkins’ e “Stockolm Blues” hanno un suono primitivo ed essenziale, l’esatto contrario della musica che domina ai giorni nostri. Mentre la finale ” Heartbreak Hotel” di Elvis viene ricollocata dove questa musica ebbe origine, tra le paludi ed i campi di cotone.

Per pura coincidenza ho programmato le mie impressioni sul nuovo disco di Tony Joe White nel giorno della sua morte, avvenuta in seguito ad un attacco di cuore ed ecco allora che queste poche righe assumono maggiore importanza in quanto ci troviamo tra le mani l’ultimo suo disco. Non ho voluto modificare nulla di quanto ho scritto in precedenza.
Riposa in pace, caro T.J.

Voto: ***1/2

Tracklist:

1 Bad Mouthin’ – Tony Joe White
2 Baby Please Don’t Go – Joseph Lee Williams
3 Cool Town Woman – Tony Joe White
4 Boom Boom – John Lee Hooker
5 Big Boss Man – Al Smith, Luther Dixon
6 Sundown Blues – Tony Joe White
7 Rich Woman Blues – Tony Joe White
8 Bad Dreams – Tony Joe White
9 Awful Dreams – Sam “Lightnin'” Hopkins
10 Down The Dirt Road – Charley Patton
11 Stockholm Blues – Tony Joe White
12 Heartbreak Hotel – Elvis Presley, Mae Boren Axton, Tommy Durden

Cedric Burnside – Benton County Relic (Single Lock Rec., 2018)

Cedric Burnside

Batterista molto apprezzato nella scena blues di Memphis sin da quando sostituì alla tenera età di tredici anni il padre Calvin Johnson dietro i tamburi nella band del nonno, il mitico Robert Lee Burnside, ma col tempo è diventato anche un buon chitarrista e cantante, prima incidendo in coppia con Lightnin’ Malcolm e poi come solista (ottimo il disco del 2015 a nome Cedric Burnside Project dal titolo “Descendants of Hill Country”) continuando in parallelo l’attività di batterista come session man per molti artisti come Kenny Brown, Jimmy Buffett, T-Model Ford, Paul “Wine” Jones, Widespread Panic, Afrissippi, North Mississippi AllStars e the Jon Spencer Blues Explosion.
Il nuovo disco è una conferma di quanto abbiamo ascoltato in passato e ora unisce le forze con Brian Jay, batterista pure lui ma anche abile chitarrista slide proveniente da New York ed il blues tipico delle Mississippi Hills si fonde con sonorità più moderne ma zeppe di potenti riff scambiati tra chitarra e batteria come l’iniziale “We Made It”, la successiva ” Get Your Groove On” ha un ritmo ossessivo con accenti rock mentre “Please Tell Me Baby” è un bel brano boogie blues che si avvicina molto alle canzoni degli amici Cody e Luther Dickinson (leggi N.M.A.S).

Tutti i brani presenti sono degni di menzione: dal potente rock blues “Typical Day” a “Hard To Stay Cool” slow blues governato da una ottima chitarra slide, dal country blues “There is so Much” alla cover del brano blues “Death Bell Blues” datato 1928 e ripreso da molti bluesmen, tra cui nonno R.L. e Muddy Waters lento, ipnotico e notturno.
“There Is So Much” è un gospel folk di grande caratura, mentre “Call On Me” è uno slow blues rarefatto e d’atmosfera. Con “I’m Hurtin'” siamo in territorio r’n’r boogie , per chiudere alla grande con ” Ain’t Gomma Take No Mess” portentoso blues governato dalla slide e dalla batteria che fa salire la temperatura.
Le varie generazioni dei Burnside si alternano nel rimanere uno dei simboli del blues del delta del Mississippi.

Voto: ***1/2

Tracklist:

1 We Made It
2 Get Your Groove On
3 Please Tell Me Baby
4 Typical Day
5 Give It To Me
6 Hard To Stay Cool
7 Don’t Leave Me Girl
8 Death Bell Blues
9 There Is So Much
10 Call On Me
11 I’m Hurtin
12 Ain’t Gonna Take No Mess

Discografia:

2006 The Record – Burnside Exploration
2007 Juke Joint Duo – Cedric Burnside and Lightnin’ Malcolm
2008 Two Man Wrecking Crew – Cedric Burnside and Lightnin’ Malcolm
2011 The Way I Am – Cedric Burnside Project
2013 Hear Me When I Say – Cedric Burnside Project
2014 Allison Burnside Expres – Cedric Burnside and Bernard Allison
2015 Descendants of Hill Country – Cedric Burnside Project
2018 Benton County Relic – Cedric Burnside

Tim Willocks – Un caso complicato per l’ ispettore Turner (Newton Compton Ed., 2018)

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384 pagine
Collana: Nuova narrativa Newton
In pubblicazione il 31 Ottobre 2018

Tim Willocks, nato a Stalybridge nel 1957 è uno scrittore, sceneggiatore e produttore. Tuttavia le sue prime esperienze derivano dopo aver conseguito una laurea in psichiatria e per diversi anni si è dedicato alla riabilitazione dei tossicodipendenti.
Nel frattempo si era già avvicinato alla scrittura ( fin dall’ età di dieci anni dopo aver visto i film di Sergio Leone si dilettava nello scrivere racconti western) ed in seguito, nei suoi romanzi troviamo molti elementi autobiografici, legati anche alla sua esperienza sulle droghe ed alle arti marziali. Infatti ha raggiunto il livello di cintura nera nello Shotokan karate.

Willocks impregna i suoi libri di violenza ma anche di abbondante psicologia, come in “Re macchiati di sangue” romanzo pubblicato da Mondadori nel ’97 ( poi ripubblicato da Edizioni BD) oppure il suo più famoso Bad City Blues , romanzo d’esordio targato Cairo Publishing, in seguito adattato per il grande schermo nel 1999 con un film interpretato da Dennis Hopper.
Willocks ha anche scritto il film-documentario di Steven Spielberg, The Unfinished Journey e la sceneggiatura del film “Lo straniero che venne dal mare” del 1997 e basato sul racconto “Amy Foster” scritto da Joseph Conrad.

In seguito ha cambiato genere ed ambientazione, passando ad una saga che comincia col monumentale “Religion” ambientato nel 1565, durante l’Assedio di Malta ed è l’inizio di una trilogia basata sulle avventure di Mattias Tannhauser, un ragazzo sassone che, dopo l’uccisione della sua famiglia da parte dei turchi, viene rapito e addestrato per diventare un giannizzero nell’Impero ottomano. Dopo anni di servizio lascia la vita militare per darsi al commercio di armi e oppio. In seguito torna alle armi per aiutare una giovane contessa maltese a ritrovare suo figlio, perduto da molti anni.
Nel 2013 è uscito il secondo romanzo intitolato “I dodici bambini di Parigi”(altro tomo di oltre 700 pagine). La vicenda narra delle peripezie che affronta Mattias Tannhauser nella città di Parigi durante i fatti accaduti nella Notte di San Bartolomeo per ritrovare la moglie Carla.
Sono anni quindi che stiamo attendendo il terzo capitolo conclusivo (che Willocks aveva annunciato un paio di anni orsono nel corso di alcune interviste ed aveva anticipato che la trama si sarebbe incentrata sulla stregoneria) ma a sorpresa esce questo nuovo libro dal titolo originale “Memo for Turner” decidendo quindi di tornare a scrivere per il genere noir. Esce il prossimo 31 Ottobre (e nel frattempo l’ho già prenotato).

Di seguito uno spunto della trama:

Città del Capo. Durante un weekend, una lussuosa Range Rover travolge una ragazza di strada. Al volante c’è il figlio di Margot Le Roux, la donna che gestisce gran parte del business minerario dello Stato. Margot, elemento di spicco nell’ influente élite di bianchi del Sudafrica, non vuole che le ambizioni del figlio siano ostacolate dalla morte di una ragazza senza nome, per giunta malata. Il ragazzo, dal canto suo, non ricorda nulla di quanto è accaduto: era troppo ubriaco per accorgersi dell’impatto, e gli amici che erano in macchina con lui hanno preferito abbandonare la vittima al suo destino. Tutti sanno che, con le giuste pressioni, qualunque legge può essere aggirata… Quando il detective Turner viene incaricato di risolvere il caso, si trova così a fronteggiare una fitta rete di intrighi e corruzione. Partirà alla volta della remota città mineraria che Margot possiede per fare luce sull’ accaduto. Ma la donna intende coprire suo figlio a qualunque costo e l’odissea di Turner per scoprire la verità è appena iniziata.

Bibliografia:

– Bad City Blues (1991)
– Il fine ultimo della creazione (Green River Rising, 1995)
– Re macchiati di sangue (Blood-stained Kings, 1996)
– Doglands (2011)
– Un caso complicato per il detective Turner (Memo from Turner, 2018)

Trilogia di Mattias Tannhauser:

Religion (The Religion, 2006)
I dodici bambini di Parigi (The twelve children of Paris, 2013

I suoi libri sono stati tradotti in venti lingue e hanno ottenuto un successo mondiale.

Dicono di lui:

«Pura narrativa adrenalinica.»
James Ellroy

«È raro trovare uno scrittore con così tanta passione ed energia.»
The New Yorker

«Un romanzo brillante, poetico… un trionfo letterario.»
New York Times

«Willocks ha uno straordinario talento.»
Time Out

John Mellencamp – Other People’s Stuff (Universal, 2018) – Track-list

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Anche se sul web finora non ho trovato molto in proposito, in qualche modo sono riuscito a reperire la fantomatica track-list che “dovrebbe” far parte del nuovo disco di John Mellencamp e subito posso affermare che mi ha un poco deluso, in quanto si tratta in gran parte di brani già editi nel passato e ricorda “Rough Harvest”, pubblicato nel 1999, una raccolta di suoi brani ri-arrangiati per l’occasione, con l’aggiunta di alcune cover inedite che poco aggiungeva a quanto aveva prodotto sino a quel momento il coguaro. Una mera operazione commerciale. Spero di sbagliarmi, ma in questo caso gran parte dei brani sono già stati pubblicati in passato. Per trovare una spiegazione logica per questa operazione, presumo sia il voler riunire una serie di canzoni disseminate in vari tributi o dischi poco conosciuti e dargli nuova vita (tuttavia è singolare la presenza di alcuni brani già editi in dischi ufficiali).

Di seguito la presunta track-list del nuovo album (anche se non è ancora stata ufficializzata sul sito dell’artista,quindi da considerare provvisoria):

1. To The River (scritto dalla cantautrice Janis Ian) – presente nell’ album “Human Wheels” del 1993

2. Gambling Bar Room Blues ( Jimmie Rodgers) – presente nel disco tributo a Jimmie Rodgers – “A Tribute” del 1997;

3. Teardrops Will Fall (David Allard/Marion Smith) – presente nel disco “Trouble no More” del 2003;

4. In My Time Of Dying (Traditional) – presente nel disco “Rough Harvest” del 1999;

5. Mobile Blue – presente nel recentissimo Sad Clowns & Hillbillies del 2017

6. Eyes On The Prize – probabilmente è tratta dal concerto tenutosi alla Casa Bianca del 2010, per celebrare il movimento per i Diritti Civili;

7. Dark As A Dungeon (Merle Travis) – tratto dal documentario “From The Ashes”

8. Stones In My Passway (Robert Johnson) – tratto da “Trouble no More” del 2003

9. Wreck Of The Old 97 (G. B. Grayson, Henry Whitter) – tratto dall’ album “The Rose & the Briar: Death, Love and Liberty in the American Ballad” del 2004

10. I Don’t Know Why I Love You ( Stevie Wonder) dall ‘ album tributo
“Conception – An Interpretation Of Stevie Wonder’s Songs” del 2002.

Non ci resta che attendere il 16 Novembre.

The Marcus King Band – Carolina Confessions (Fantasy Records/Universal, 2018)

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Sulla scia dei grandi gruppi Southern Rock, in primis la Allman Bros Band, Marcus King con la sua band si sta facendo strada dopo solo tre dischi (compreso questo) e nonostante i suoi 22 anni d’età, che sorprendono per la maturità nel canto e nel suono espressivo della chitarra, ne fanno uno dei cantautori attuali più accattivanti e pieni di talento.
Sin da adolescente ha avuto la fortuna di conoscere famosi artisti e mentori come Warren Haynes e Derek Trucks grazie al padre che aveva una band Blues (Marvin King & The Blues Revival), già alla tenera età di 10 anni si esibiva sui palchi. Haynes fu talmente sconvolto dalla precocità artistica del ragazzino che raggiunta la maggiore età, lo fece debuttare artisticamente con la sua etichetta Evil Teen e pubblicò l’album “Soul Insight” nel 2015 e produsse il seguito “The Marcus King Band”, l’anno successivo.

Prodotto e mixato dal vincitore di Grammy Awards, Mr. Dave Cobb (Chris Stapleton, Sturgill Simpson, John Prine, Jason Isbell, Anderson East, e decine di altri) e registrato agli RCA Studio A di Nashville, “Carolina Confessions” ritrova King e il suo quintetto, composto dal batterista Jack Ryan, il bassista Stephen Campbell, il trombettista e trombonista Justin Johnson, il sassofonista Dean Mitchell e il tastierista DeShawn “D-Vibes” Alexander, e fanno il grande salto come unità musicale, continuando a proporre rock blues a tinte black, Rhythm and Blues energico che spesso vira al Gospel ed al Soul grazie al massiccio supporto dei fiati. E poi c’è il tratto distintivo che è la voce di Mark, espressiva e roca, densa degli umori del sud degli States.
Ma veniamo alle canzoni che compongono il disco, che è un concept album: tutti i brani parlano in qualche maniera dell’allontanamento: dai luoghi dell’infanzia, dai famigliari, dagli amici e dal proprio amore per la terra e per una donna; tuttavia Markus rivela anche che: “Non puoi dimenticare da dove vieni, ma devi essere anche consapevole che ci sono tanti altri posti dove andare”.

“Confessions” è un soul blues zeppo di chitarre, grondante di fiati ed apre alla grande un disco di pregevole fattura e che ascolteremo a lungo; “Where I’m Headed” inizia con la chitarra acustica, poi entra la voce di Mark (che qui ricorda molto quella di Gregg Allman) e la band al completo, i fiati ed i cori gospel in un’orgia di suoni che riportano ai fasti del Southern Rock dei seventies quando si coniugava al rock sudista il sound a tinte black del Soul e del gospel di artisti come Otis Redding, Johnnie Taylor e Wilson Pickett.

“Homesick” è malinconica e dai toni più meditativi (è autobiografica e parla della nostalgia della sua città quando è in giro per il mondo per concerti) e ricorda molto (anche nella voce) alcune canzoni del suo mentore Warren Haynes (Gov’t Mule) e presenta il primo grande assolo di chitarra del disco.
“8 a.m.” è tutta da ascoltare, un potenziale hit col cantato di King discorsivo, circondato dai fiati, organo e cori gospel in sottofondo.Grande canzone.
“How Long” è una cover scritta da Dan Auerbach (The Black Keys) in coppia con il cantautore Pat McLaughlin e viene rivisitata in una splendida versione R&B con l’organo sempre presente in sottofondo, gli immancabili fiati ed un sound sostenuto, pieno di brio e poi parte l’assolo di chitarra che stende tutti.
“Remember” è un folk blues acustico denso di emozioni: voce e acustica di Mark in primo piano, poi entrano soltanto l’organo e la slide elettrica posta a lavorare in sottofondo.

“Side Door” è densa di accenti soul,voce roca da shouter di King e fiati a profusione, per un brano zeppo di accelerazioni e momenti più intimi come ad esempio durante l’assolo liquido della chitarra nella parte centrale.Unica pecca, il finale troncato improvvisamente stona e lascia un poco perplessi.
Peccato veniale.”Autumn Rain” è un brano allmaniano sino al midollo ma Marcus King e la sua band regge molto bene al confronto (assolo finale compreso), anzi non fa rimpiangere affatto il grande gruppo di Jacksonville.
“Welcome ‘Round Here” è aspro e duro southern rock anche se poi viene ammorbidito con l’ entrata dei fiati, mantiene le promesse e gli echi vocali che rimandano a Warren Haynes non scalfiscono affatto la grandezza del brano che acquista maggior vigore con un assolo finale da favola. Per me è difficile rendere l’idea, per una volta è meglio ascoltare.

“Goodbye Carolina” racconta del dolore per un amico che si è suicidato a soli 30 anni e apre come ballata decisamente malinconica con la voce espressiva di Mark sull’acustica arpeggiata e doppiato da una voce femminile (Kristen Rogers) ma poi lascia spazio agli altri strumenti che riempiono il suono e diventa una rock song dai toni epici con grande finale full band. Da pelle d’oca.
Per chi cerca suoni innovativi e moderni stia alla larga, mentre per chi ha nel proprio DNA la musica rock e soul americana del sud degli States, deve essere contento: l ‘eredita è orgogliosamente affidata a questo giovane ragazzo, che mi auguro continuerà a sorprenderci.
Uno dei migliori dischi dell’anno, secondo il mio modesto parere.

Voto: ****1/2

Tracklist:

1 Confessions
2 Where I’m Headed
3 Homesick
4 8 A.M.
5 How Long
6 Remember
7 Side Door
8 Autumn Rains
9 Welcome ‘Round Here
10 Goodbye Carolina